giovedì 8 settembre 2011
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Il pubblico degli addetti ai lavori ha comin­ciato fischiare e ridere a metà film, e non ha più smesso. Eppure "Quando la notte" di Cri­stina Comencini, storia di una maternità tor­mentata sceneggiata insieme a Doriana Leon­deff, presentato ieri in concorso a Venezia, non è certo un film comico, anzi. E al Lido scoppia la polemica per l’abolizione delle cosiddette proiezioni stampa. Da quest’anno infatti i gior­nalisti sono tornati a vedere i film in concorso nella grande arena del Paladarsena che acco­glie anche gli accrediti Industry (addetti stam­pa, produzioni, distribuzioni, etc), con il risul­tato che tra risate, sberleffi e continui commenti sembra di stare allo stadio invece che a una Mo­stra del Cinema. Proprio questa gazzarra aveva convinto il Fe­stival qualche anno fa a proteggere i film della competizione con proiezioni più tranquille. Tutto sommato meglio la freddezza con cui la stampa negli scorsi anni accoglieva molti film che il feroce gioco al massacro di questi giorni. «È la prima volta che mi capita una cosa del ge­nere. Ognuno è libero di accogliere il film co­me meglio crede, ma questa reazione è inaudi­ta. Il tema è forte, uomini e donne lo vedranno probabilmente con occhi diversi, i critici, che rispetto così come il Festival di Venezia, po­tranno scrivere domani quello che pensano. Ma questo accanimento proprio non lo capi­sco ». Così la Comencini difende la sua pellicola, nel­le sale a fine ottobre, mentre il marito produt­tore Riccardo Tozzi aggiunge: «Posso accettare che il pubblico linci un’opera al termine della proiezione, ma che dopo mezz’ora il film ven­ga destabilizzato in questa maniera rischia di cambiare la percezione di tutti. Non credo ai complotti, ma di certo la proiezione per la stam­pa è stata inficiata da gruppi spontanei». A chiu­dere una giornata tesa, nella proiezione serale, ribaltando completamente il clima, sono arri­vati cinque minuti di applausi. E il volto teso del­la regista si è sciolto in un sorriso. Ambientato tra le aspre montagne di Macu­gnaga, il film racconta l’incontro tra una giovane donna (Claudia Pandolfi), sola di fronte alla pro­pria incapacità di essere una brava madre, e un ruvido montanaro (Filippo Timi), che sembra aver penetrato quell’inconfessabile segreto. I due si spiano, si riconoscono, si amano, si la­sciano, si ritrovano in una zona d’ombra dove non ci si può più nascondere. Riuscito nella pri­ma parte in cui la regista mette in scena il quo­tidiano, normale disagio e la solitudine della madre in vacanza con il suo piccolo, schiaccia­ta dalla paura di non essere all’altezza del com­pito («perché nessuno dice mai quanto è diffi­cile essere madre?» chiede disperata in una sce­na), il film mostra le sue debolezze quando la storia d’amore tra i due protagonisti ha inizio. A questo punto l’interpretazione dei due atto­ri si fa più goffa, meno convinta nel pronun­ciare frasi che sembrano perdere la loro verità cambiando addirittura di segno. «Qualsiasi ma­dre conosce quella solitudine pericolosa – di­ce ancora la regista – eppure la maternità è un argomento del quale non si parla volentieri».
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