venerdì 4 marzo 2011
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Curiosità della storia del pensiero e del diritto. Il giusnaturalismo, che tanti e micidiali colpi ha ricevuto in epoca moderna dal Commonwealth britannico, proprio lì ha trovato nella seconda metà del ’900 alcuni suoi geniali riformulatori. Uno dei maggiori è unanimemente considerato John Finnis, nato in Australia 70 anni fa in una famiglia anglicana, trasferitosi presto a Oxford con una Rhodes scolarship, e ivi rimasto. Membro dal 1990 dell’Accademia britannica, oggi occupa la cattedra di Filosofia del diritto.Professor Finnis, a Oxford lei fece un dottorato con Herbert L.A. Hart, che la spronò a scrivere quello che sarebbe diventato uno dei suoi libri più celebri, Legge naturale e diritti naturali. Come mai uno dei numi del positivismo giuridico del secolo scorso la incoraggiò su una via così distante dalla sua?«Il mio dottorato non riguardava la legge naturale ma Hart sapeva del mio interesse dalle nostre conversazioni e da alcuni miei scritti. La sua opera si opponeva all’idea di una legge naturale, ma ne riconosceva l’importanza storica e in un certo modo percepiva la sua possibile rilevanza per il presente. Era disposto, con spirito liberale, a permettere a un giovane studioso di fare il possibile per mostrare la plausibilità della sua teoria. Hart non pensava che il risultato avrebbe seriamente messo in discussione la sua di teorie. Era un uomo generoso e un filosofo aperto alla discussione. Il suo liberalismo politico, che ha prodotto risultati disastrosi – ne ho scritto in un saggio recente, Hart come filosofo politico del XX secolo – era improntato a un’apertura intellettuale o almeno a una buona fede».   Lei è nato in una famiglia anglicana, è stato ateo negli anni della prima giovinezza, quindi è passato a una visione teistica e si è convertito al cattolicesimo dopo il primo anno di permanenza a Oxford. Cosa l’ha guidata in questo percorso?«Avevo due amici all’Università di Adelaide che fecero un viaggio simile al mio e nei medesimi anni, tuttavia seguendo autori e riferimenti diversi. Arrivammo alla consapevolezza, attraverso lo studio e la riflessione, che Dio esisteva, che era intervenuto nella storia e che la fede cattolica era la sola, seria possibile espressione di tale divina rivelazione. E la Chiesa cattolica era l’unica seria candidata a essere la comunità fondata per trasmettere tale rivelazione e la grazia di Dio fino alla fine dei tempi. A me furono di grande aiuto per superare David Hume e Bertrand Russell alcuni libri sull’empirismo inglese scritti da un sacerdote e filosofo inglese scomparso prematuramente durante il Concilio, D.J.B. Hawkins. Ma importanti furono anche le letture di Newman, specialmente l’Apologia pro vita sua, e la critica dell’empirismo fatta del gesuita Bernard Lonergan, la cui opera, per altri aspetti, ho poi criticato duramente, soprattutto i suoi lavori dopo il Concilio e la sua teoria morale».Lei ha elaborato una filosofia della legge naturale che verte su una serie di "basic goods" che hanno un’evidenza antropologica. E che non necessitano di per sé la fede in un Bene supremo. Pensa sia una via in grado di essere realmente condivisa da credenti e non credenti?«Come è chiaro in tutti i miei libri, penso che tutta la realtà poggi ontologicamente o "presupponga" un’esistenza divina, una Creazione e una Provvidenza. Ma uno può occuparsi di fisica anche senza occuparsi del suo presupposto ontologico definito filosoficamente. Allo stesso modo, uno può arrivare molto lontano nella ragion pratica senza doversi confrontare con le primissime precondizioni ontologiche (metafisiche) dei beni verso i quali si orienta. Come mostra assai chiaramente san Tommaso – benché molti dei suoi discepoli lo trascurino – l’ordine epistemologico della scoperta e l’ordine metafisico della dipendenza seguono direzioni opposte. Focalizzandosi sull’ordine epistemologico o sulla sequenza della riflessione, è possibile trovare un punto di incontro con tutti coloro che non siano nichilisti dogmatici».Lei riceve domani un premio intitolato proprio a san Tommaso. Qual è il suo debito nei confronti dell’Aquinate?«Tutta la mia filosofia della ragione pratica, della legge naturale, della giustizia, della legge positiva, dell’intenzione e dell’azione, i miei lavori sulla teologia naturale (senza parlare di quelli di teologia cattolica strictu sensu) seguono profondamente la linea, per quanto posso giudicare, di san Tommaso. In particolare, la sua teoria della legge positiva è di un tale livello che non è stata veramente mai superata. Il mio lavoro a riguardo è poco più che una sua elaborazione».Il suo impegno in ambito teologico è noto: lei è stato tra i primi due laici chiamati a far parte della Commissione teologica internazionale. Ma lei si fece notare già agli inizi degli anni 70, insieme al suo collega americano Germain Grisez, per una difesa coraggiosa della «Humanae Vitae». 40 anni dopo, qual è il suo giudizio su quell’atto magisteriale di Paolo VI? Lo considera più "profetico" o più "datato"?«Per quanto riguarda il mio "coraggio" non saprei dire. Certamente Grisez – della cui opera sono debitore – fu energico come assistente del padre gesuita John Ford nell’interpretare per Paolo VI i gravi risultati della commissione di studio, la cosiddetta "commissione per il controllo della nascite", il cui parere Paolo VI giustamente rifiutò. Si può trovare un resoconto molto dettagliato sul sito di Grisez (www.twotlj.org), una fonte storica di grande importanza. Un mio recente lavoro sulla Humanae Vitae è stato una sua nuova traduzione dal latino per la Catholic Truth Society in Inghilterra, nel 2008. Ho poi scritto un saggio sulla validità del suo insegnamento che sarà pubblicato il 14 marzo nei Collected essays of John Finnis dalla Oxford University Press. Penso che gran parte dell’enciclica sia semplicemente una riaffermazione corretta del giudizio cristiano, costante fin dagli inizi, in merito agli atti sessuali che sono resi non-coniugali dal modo in cui sono compiuti dagli sposi. Per quanto riguarda le parti dell’enciclica che dovevano "profetizzare" – nel senso di predire – gli effetti negativi derivanti dal giudicare tali atti come moralmente accettabili, a mio parere esse hanno colto, anche se forse sottostimato, la portata dei cambiamenti culturali inaugurati dalla contraccezione. In questi decenni, ad esempio, è emersa l’auto-distruzione demografica delle culture che li hanno abbracciati. L’insegnamento dell’enciclica, che può essere riassunto in poche frasi, non è certo superato come non è superato il matrimonio, per quanto possa essere incompreso o abbandonato».
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