martedì 11 agosto 2015
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Gli autori di cinema e tv sembrano avere dei problemi con la parola “fine”. O, forse, è semplicemente un effetto collaterale di una società che fatica ad accettare il tempo che passa, le rughe, la vecchiaia: si rincorre l’immortalità, tanto nella vita reale quanto in quella di fantasia. Così, accade che ai personaggi che hanno fatto la storia del cinema e della tv venga negato il diritto di abbandonare la scena: a strapparli dal dimenticatoio, ci pensa il business del momento, ossia gli adattamenti tv e cinematografici. A partire dagli anni 2000, infatti, i cult del piccolo schermo hanno iniziato a trasmigrare freneticamente sul grande (e viceversa), vivendo una sorta di seconda giovinezza, largamente approvata dal pubblico. L’effetto nostalgia, la cui presa sullo spettatore è garantita, ha così trovato nuove prospettive e applicazioni, promosse a loro volta dal dialogo sempre più fitto tra i mezzi. «Viviamo in un’epoca dove la crossmedialità è un tratto caratterizzante della produzione e del consumo mediale», conferma Fabrizio Lucherini, vicedirettore dell’Osservatorio sulla fiction Italiana. Al cinema il genere più battuto per queste operazioni è il giallo: l’esempio storico è rappresentato dal film Il fuggitivo, ispirato alla serie Il fuggiasco (1963-1967), ma il vero fenomeno è la saga Mission: Impossible i cui adattamenti hanno reso più dell’omonimo telefilm. L’ultimo capitolo, Rogue Nation, in Italia uscirà il 19 agosto. Promette di sfondare anche Operazione Uncle, nelle sale dal 2 settembre; meno memorabili invece le versioni cinematografiche di Charlie’s Angels, A-Team e Miami Vice. Quanto agli altri generi, la versione ironica di Starsky & Hutch  interpretata da Ben Stiller e Owen Wilson è stata gradita dai fan, mentre non hanno convinto i film d’azione Swat – Squadra speciale anticrimine, Hazzarde le commedie Sex and the city ed Entourage, così come il nostrano Boris, sotto tono rispetto alla fiction madre. «Il passaggio dalla tv al cinema è sempre un po’ ostico, perché si va a condensare una materia narrativa che aveva la sua ragione d’essere nell’estensione e nella ritualità dell’appuntamento. Più che l’evocazione di una memoria, qui serve una formula che funzioni, in quanto tale, sul grande schermo: per lo più, storie spettacolari, con una caperta ratura avventurosa e un’autonomia di sviluppo – spiega Lucherini –. Non a caso Mission: Impossible e Uncle, da cui sono tratti i due titoli forti di questa stagione, erano a loro volta la versione tv (un po’ povera) dei film con James Bond». La parentela cinematografica, dunque, potrebbe aver agevolato l’adattamento e, di conseguenza, il successo delle pellicole. Ma se la migrazione da piccolo a grande schermo non è esente dal rischio di fiasco, in tv gli adattamenti risultano più agili e di facile successo. L’esempio principe è Buffy: un filmetto di serie B, assurto a classico della tv degli anni 80-90. Per non parlare del cult Saranno famosi. «La tv si presta meglio anche perché è più aperta dal punto di vista delle strutture formali », chiarisce Lucherini. Da qui, la recente esplosione di adattamenti, il cui raggio d’azione spazia dalla fantascienza all’horror. C’è per esempio molta attesa per la serie ispirata al visionario Minority report così come per la versione seriale di Ghost, mentre ha appena debuttato, oltreoceano, la serie Scream. È invece già un successo conclamato (forse più dell’omonimo film) il telefilm Fargo, di cui è attesa in autunno la seconda stagione su SkyAtlantic. E ancora. Hannibal Lecter del Silenzio degli innocenti ha continuato a terrorizzare i fan nell’adattamento Hannibal, mentre i Terminator sono arrivati anche in tv, imperversando nelle due stagioni di The Sarah Connor chronicles. Brividi garantiti anche in Bates Motel, serializzazione di Phsyco. Tutto il filone dei supereroi arriva poi dritto dritto dalla settima arte, a cominciare dal Daredevil di Netflix, senza disdegnare crossover – ossia incursioni nelle pellicole madri – come nel caso di Agent of shield e la pellicola Avengers – Age of Utron. Per non parlare del successo nostrano di Romanzo criminale, ispirato all’omonimo film di Michele Placido, e delle annunciate serie tratte dallo spaghetti western Django e dall’horror Suspiria di Dario Argento. L’Auditel, in quasi tutti i casi, certifica con alti ascolti la bontà dell’operazione. La rivoluzione in atto non è però solo formale. In questa foga di tenersi stretti gli eroi di cinema e tv, si finisce infatti per perdere quel «The end» che illuminava di senso l’intera narrazione. «La chiusura narrativa implica una presa di posizione etica: il conflitto si risolve con il ristabilimento dell’ordine e l’affermazione di un certo tipo di valori – concorda Lucherini –. I dilemmi etici e i punti di vista continuano a esistere nelle storie, tuttavia la serialità espone i personaggi a problemi che difficilmente si risolvono una volta per tutte. E questo ha a che fare con lo spirito dei tempi in cui viviamo». La possibilità infinita di sviluppi, offerta da adattamenti e sequel, incide inoltre anche sulla solidità caratteriale dei personaggi, la cui sfaccettatura a volte sfora nel tradimento delle promesse narrative. «Accettare la chiusura di una storia vuol dire anche riconoscere il compimento del percorso di un personaggio – conclude Lucherini –. Oggi invece si spinge sulla ricerca di sfumature della personalità, aprendosi a continue strade». Dove è anche facile perdersi. 
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