giovedì 30 giugno 2011
Dopo secoli di studi sulle piramidi e le necropoli, nuove indagini sui siti urbani fanno emergere i luoghi del potere decentrato.
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Il federalismo ha avuto la prima manifestazione storica nell’Antico Egitto. Questa affermazione sorprende, riferita com’è a una società da sempre ritenuta di impostazione centralista con al vertice il Faraone, quale monarca assoluto e determinante in ogni decisione nel Paese da lui governato; ma è la conclusione dell’analisi degli elementi archeologici e storici, emersi in 30 anni di scavo sistematico sul sito di Balat, capoluogo dell’Oasi di Dakhla (200 Km a Ovest dell’odierna Luxor) durante il regno dei sovrani della VI Dinastia (2300-2200 a. C.); scavo condotto dall’archeologo francese Georges Soukiassian alla testa di un’équipe internazionale. Non ci sono dubbi sul fatto che il Faraone fosse certamente sovrano assoluto, in quanto diretta reincarnazione di Horus, una delle principali divinità del vasto pantheon egizio, tuttavia, nella prassi quotidiana della gestione del proprio imperium nei fatti demandava una buona parte delle proprie funzioni a potenti Governatori locali. Tutto questo si palesa da un’indagine di un agglomerato urbano (Balat, tra l’altro, è il più antico abitato egizio giunto fino a noi), e ci suggerisce l’idea di come sia parziale il quadro delle nostre conoscenze egittologiche, fondato nella quasi totalità su necropoli o templi funerari, quindi troppo sbilanciato su aspetti attinenti alla realtà di corte e alle attività religiose, ma avaro di indicazioni sulla quotidianità dei sudditi e sull’alacre realtà delle "provincie". A Balat sono state rinvenute imponenti vestigia di quello che fu il fulcro del potere della regione più ricca d’Egitto, in particolare (ma non solo) durante la VI Dinastia. Qui risiedevano e facevano il bello e cattivo tempo i Governatori di tutta l’Oasi, dignitari molto più spavaldi verso il Governo centrale di quanto lo siano oggi da noi i vari Formigoni o Vendola. Godevano di forte autonomia e di reale possibilità di incidere anche in decisioni di politica nazionale. Lo si capisce ad esempio dalla titolatura incisa su un montante di una porta, appartenuta a un santuario dedicato a Medu Nefer, uno di questi Governatori: egli viene esaltato con aggettivi enfatici e dichiarato protetto da importanti divinità nazionali oltre che locali, proprio come un piccolo Faraone. Senza parlare del palazzo, dove Medu Nefer risiedeva con la propria corte: un sontuoso edificio di almeno 25 locali, dove vivevano artisti e concubine per il diletto del suo spirito e del suo corpo, con colonne in granito e soffitti affrescati: un simile gioiello architettonico nulla aveva da invidiare alla reggia del faraone. Se passiamo poi alla necropoli per l’eterno riposo dei, diremmo oggi, Presidenti della regione, il quadro della venerazione, in cui erano tenuti, si completa: ognuno fu sepolto in una mastaba, un’imponente sepoltura a sviluppo sotterraneo (quasi una piramide rovesciata), che sfociava nella camera funeraria superbamente affrescata con scene, in chiave propagandistica, della vita quotidiana del defunto e con episodi tratti dal Libro dei Morti (la Bibbia degli egizi), quasi a sottolinearne l’indiscutibile pietas e dunque la legittima aspirazione a un’eterna felicità. Simili evidenze archeologiche sono solo l’inizio: gli studiosi si dicono convinti che altri siti, capitali di distretti inopportunamente ritenuti periferici, daranno dimostrazione definitiva di come l’antico Egitto sia stato tutt’altro che centralista; di come al contrario fosse formato da realtà autonome e con un’economia florida grazie tra l’altro a una percentuale sulle imposte (versate sotto forma di beni di consumo), trattenuta localmente.
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