martedì 28 giugno 2011
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«27 maggio. Vado in u­dienza dal Papa… Rife­rii i tormenti, le perse­cuzioni cui erano costretti i nostri giovani. Sì – mi rispose – Il mo­mento è delicato. Ma non vi è niente di temibile che avvalori le sue supposizioni. Il Nunzio è stato di recente ricevuto dal governo ed ha avuto assicurazioni». Mentre Angelo Raffaele Jervolino, presi­dente dei giovani cattolici, veniva così autorevolmente confortato da Pio XI, i prefetti di tutt’Italia il 26 maggio 1931 avevano ricevuto di­sposizioni dal ministro dell’Interno (lo stesso Mussolini) di procedere allo «scioglimento di tutte le asso­ciazioni giovanili non dipendenti direttamente dal Partito Nazionale Fascista e dall’Opera Nazionale Ba­lilla». Le sedi dei circoli venivano così sigillate; sequestrati i beni e i documenti, con particolare inte­resse per l’elenco degli iscritti. Il 3 giugno un dispaccio dell’agenzia Stefani informava che l’ordine di scioglimento era stato eseguito «senza il minimo incidente». Nello stesso giorno un comunicato del Pnf proclamava «di non tollerare che sotto qualsiasi bandiera, vec­chia o nuova, l’antifascismo super­stite trovi rifugio e protezione». Il regime dava una motivazione «po­litica» al provvedimento, denun­ciando la presenza nelle organizza­zioni cattoliche di ex esponenti del Partito Popolare. Ma il partito fa­scista non aveva messo in conto la reazione immediata di Pio XI.Ai salesiani e agli scolopi ve­nuti il 30 e 31 maggio per fargli gli auguri di com­pleanno dichiarava: «Si può do­mandarci la vita, ma non il silenzio quando si fa scempio di quello che forma la pre­dilezione vivissima del nostro cuore… Scempio, diciamo, perché prepara­to prima da una campa­gna di stampa a base di invenzioni, di irriverenze, di calunnie, poi da una campagna di piazza e di strada fatta di indecenze, di sopraffazioni, di vio­lenze, non rare volte cruenti, bene spesso di molti contro pochi e sempre iner­mi figli nostri e figlie ancora». Il 1° giugno Pio XI convocava i cardinali presenti a Roma e L’Osservatore Ro­mano informava che sarebbe stato sospeso a Roma il congresso euca­ristico e proibite in tutte le parroc­chie le processioni del Corpus Do­mini. Infine i dirigenti delle asso­ciazioni cattoliche (a cominciare da Jervolino) venivano ospitati, per maggiore loro sicurezza, in Vaticano. La bufera non era ancora finita. Il 22 giugno il Papa parlava ad allie­vi e professori del collegio di Propaganda Fide: «Un discorso violen­tissimo, nel quale è successo l’irre­parabile», lo definiva l’ambasciato­re Cesare Maria De Vecchi . Alla fi­ne del mese – ci rifacciamo ancora alla relazione di Jervolino – «Pio XI per tre giorni rimase chiuso nella sua biblioteca e scrisse di suo pu­gno interamente, in italiano e non in latino, la lettera enciclica Non abbiamo bisogno». Il quotidiano della Santa Sede l’avrebbe pubbli­cata il 5 luglio, quando ormai il te­sto era conosciuto (e ripreso dalla stampa internazionale) perché fat­to pervenire direttamente ai Nunzi dei diversi Paesi; Montini in perso­na l’avrebbe portato a Monaco e a Berna. A due anni dalla Concilia­zione, il clima d’intesa tra Santa Se­de e regime rischiava di saltare. Il Concordato aveva salvaguardato l’autonomia delle organizzazioni cattoliche (purché non uscissero dalle sacrestie) ma ben presto, die­tro i soprusi fascisti, era emersa l’inconciliabilità di fondo sulla «questione educativa» che la Chie­sa non poteva accettare fosse gesti­ta da un regime la cui ideologia «si risolveva in una vera statolatria pa­gana». L’enciclica, nel confutare tutte le «ingiuste» accuse mosse contro i giovani cattoli­ci, non metteva in di­scussione le intese rag­giunte né condannava il partito e il regime co­me tali, soffermandosi invece su quanto era incompatibile con la dottrina della Chiesa. Veniva così denunciato il momento formativo del fascismo che incita­va «all’odio, alla violen­za, all’irriverenza». In particolare il Papa si occupava del giuramento richiesto per la tessera fascista (che allora era quasi una condizione necessaria per il lavoro, la carriera, il pane): «Che rimane a pensare e a giudicare, circa una formula che anche a fanciulli e fanciulle impone di eseguire senza discutere ordini che possono con­dannare contro ogni verità e giusti­zia, la manomissione dei diritti del­la Chiesa e delle anime?». In quel convulso e drammatico inizio d’e­state si collocava anche, il 23 luglio, la riunione dei 21 cardinali presen­ti a Roma; si è parlato di un «conci­storo segreto» i cui contenuti po­trebbero essere resi noti già que­st’anno con l’apertura degli archivi vaticani e la pubblicazione degli appunti delle udienze con il Papa stesi dal segretario di Stato Eugenio Pacelli.Ma altri studiosi ritengono che al centro dell’incontro, durato oltre due ore e sul quale è stato finora posto il segreto più assoluto, ci sia stato l’atteggia­mento da seguirsi nel conflitto or­mai aperto tra Santa Sede e Italia. I cardinali suggerirono al Papa la strada della trattativa seria con il regime «condotta da abili negozia­tori », escludendo una rottura trau­matica. Come è noto sarebbe stato il gesuita Pietro Tacchi Venturi a ti­rare le fila di un negoziato conclu­so con un’intesa il 2 settembre 1931; i circoli della Gioventù catto­lica potevano riaprire, anche se formalmente ristretti nelle loro attività e sotto il pieno controllo dell’autorità ecclesiastica. L’asso­ciazionismo cattolico iniziava un non facile cammino che l’avrebbe portato dal consenso (indubbio negli anni della guerra d’Etiopia) all’«afascismo» e poi, in settori sempre più ampi, all’antifascismo.
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