mercoledì 26 agosto 2020
La collezione del sindacalista Cazzaniga è diventata un libro, “Diaspore”, che con le sue foto contestualizza la vicenda storica di gruppi e famiglie di ebrei
Una famiglia ebrea

Una famiglia ebrea - Collezione Gian Mario Cazzaniga

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Inusuale, fare storia attraverso una collezione di cartoline illustrate. Soprattutto con un soggetto etno-religioso difficile come ebrei ed ebraismo. La cartolina, nel comune senso del termine, non è un documento semplice da maneggiare: nasce solo nel 1870, diventa di gran moda all’inizio del Novecento, ma un secolo dopo è quasi morta, come l’antica arte di scrivere lettere a mano, sostituite dai social e dalla tecnologia. Se poi il tema dell’illustrazione è un gruppo religioso, come quello ebraico, che addirittura tramanda e si attiene al precetto di «non farsi immagine alcuna», la faccenda diventa assai delicata: sono cartoline a tema ebraico che però non vengono dal mondo ebraico, furono stampate a scopi commerciali e per rispondere a curiosità o a richieste di esotismo culturale, che l’intellettuale arabo-protestante-americano Edward Said ha stigmatizzato e classificato come “orientalismo”.

Una moda che nella cultura europea affonda le sue radici nel XVIII secolo e da allora forse mai scomparsa, certamente non nel XX secolo a giudicare da questa collezione privata, ora divenuta un eccentrico ma stimolante libro intitolato semplicemente Diaspore, al plurale naturalmente, come ormai diciamo “i giudaismi” o meglio le storie (histories) degli ebrei. Ma il collezionista che ha saputo trasformare la sua raccolta in documentazione storica non è solo un appassionato cultore di modernariato, è anche uno stimato accademico di successo, un filosofo dedito alla causa politica di sinistra in diverse formazioni partitiche e un militante sindacalista della Cgil: il torinese-pisano Gian Mario Cazzaniga. Un protagonista e non solo un osservatore dell’evoluzione della società italiana.

Il sottotitolo del suo volume spiega l’impresa: Storia degli ebrei nel mondo attraverso una collezione di cartoline (Edizioni ETS, Pagine 142. Euro 21,00) con 112 illustrazioni a colori, spiegate in un paio di saggi iniziali che aiutano a contestualizzare le foto, di gruppi e famiglie o individui le cui esistenze emergono dal silenzio di località esotiche come Bukhara, anno 1903; o come il quartiere Gabès a Tunisi, primi del ’900; o il monte Garizim in Galilea, anni Cinquanta; o Trakai in Lituania, 1967. E via elencando e documentando l’enorme varietà di insediamenti ebraici dal Marocco allo Yemen, dalla Serbia all’Afghanistan, dall’India alla Cina, seguendo un ideale sentiero che coincide la mitica via della seta.

Una famiglia ebrea

Una famiglia ebrea - Collezione Gian Mario Cazzaniga

Gli eventi del secolo breve, le sue terribili guerre e le sue rivoluzioni tecnologiche hanno di fatto semi-cancellato i molti resti etno-culturali e linguistico-religiosi di un ebraismo frastagliato, testimone di assimilazioni (soprattutto esteriori, ad esempio nell’abbigliamento) ma anche di resistenze (soprattutto interiori, legate alla prassi liturgica, alla cucina e all’endogamia).

Un ebraismo segnato da persecuzioni ma anche da felici convivenze, soprattutto là dove le culture maggioritarie erano più affini o più pragmatiche, meno ideologizzate. Una parte di questo materiale illustrato è dedicato ai luoghi di culto, le sinagoghe, a cominciare da quelle antiche che l’archeologia ci ha restituito, la più famosa delle quali è quella ellenistica di Dura Europos in Siria, ricca di mosaici, su su fino a quelle moderne che, almeno in Europa, attestano un cambiamento nella vita ebraica: l’emancipazione, la volontà di competere con altri luoghi di culto, la ricezione di stili a loro volta esotico-orientali (come il moresco).

Sono le sinagoghe tipiche dell’Italia, sempre in uso: dalla prima di Vercelli (1875-78) a quelle di Firenze, Torino, Roma, Milano e Trieste (la più grande, con 2mila posti a sedere). E poi quelle altrettanto emblematiche sparse in tutta Europa, sopravvissute alle furie naziste e comuniste, che spesso hanno voluto annientare gli ebrei ma salvare i loro monumenti. Se si pensa che ogni tempio ebraico e ogni comunità aveva spesso i propri riti, peculiari melodie e musiche con cui celebrava il culto e specifiche tradizioni, si comprende come dietro ogni cartolina si celi in realtà un mondo complesso, una varietà di culture e di memorie, in buona parte scomparse o ridotte al lumicino. Così è avvenuto ad esempio per la grande comunità ebraica di Persia, che la rivoluzione komeinista del ’79 ha quasi annientato. Lo stesso può dirsi delle antichissime comunità del Maghreb, della Libia, dell’Egitto, della Siria.

La storia, anzi le storie lasciano certamente traccia anche su semplici cartoline, che però come tutti i documenti vanno lette, interpretate, comparate. Dicono quel che si vede, ciò che è stato fermato nel tempo e messo in posa, ma lasciano intendere, a saperle ben guardare, anche ciò che non mostrano: che la vita ebraica non si è fermata in quei rivoli geografici ma come un fiume in piena ha riaffermato se stessa in terra di Israele raccogliendo molte di queste diaspore e delle loro tradizioni: il grande festival Mimouna degli ebrei marocchini o i costumi degli ebrei etiopi, i beta Israel, o le tradizioni chassidiche dei tisch ossia le cene salmodiate con i rebbe alla fine di shabbat, oggi rivivono in Israele e sono lì a ricordare che nulla è andato perso. Solo nella complessa società israeliana sopravvivono lo spirito e le memorie di quelle diaspore.

Il libro di Cazzaniga raccoglie e salva un mondo in parte scomparso, attraverso quell’efficace strumento comunicativo che sono le cartoline, facili da collezionare e che gratificano un bisogno estetico di esotismo, di orientalismo e persino di nostalgia per alcune frange sociali marginali o marginalizzate. Tace tuttavia il fatto che molte di quelle minoranze etno-religiose sono sopravvissute ai cataclismi storici del Novecento (e continuano a sopravvivere) grazie all’utopia del ritorno, al movimento sionista e alla determinazione di quei giovani ebrei che ai passati ricordi dei mellah e dei ghetti hanno preferito il futuro, la ricostruzione, la continuità.

Il rapporto tra diaspore ebraiche e Stato d’Israele è impossibile da cogliere in poche immagini in bianco e nero o seppiate, e forse la settima arte, il cinema, è un medium più adatto a raccontarlo. Nella sua versatilità intellettuale e nel solco dei suoi recenti interessi per gruppi e minoranze non cristiane che hanno fatto la storia anche dell’Italia, Cazzaniga solletica a raccogliere ogni fammento di memoria, e certamente le cartoline illustrate sono tra i frammenti del nostro passato prossimo che meritano di non perire.

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