venerdì 21 dicembre 2012
​La presa di coscienza laica di una «emergenza antropologica» supera le contrapposizioni degli schieramenti politici e al contempo trova «una legittimazione teologica», proponendosi sempre più come «una una nuova alleanza tra credenti e non credenti». Lo ha rilevato Giuseppe Vacca uno degli estensori dell’omonimo documento dei cosiddetti «marxisti raztingeriani», che ieri è stato posto a tema del convegno «Fede teologale e la modernità» tenutosi a Roma nella sede della Civiltà Cattolica. L’iniziativa è stata promossa dall’Associazione universitaria San Filippo Neri con la collaborazione della Fondazione Istituto Gramsci. A dare un fondamento ed inquadramento sul versante del magistero ecclesiale all’appello antropologico espresso dagli intellettuali di sinistra è stata la presentazione del volume Dalla fede religiosa alla fede teologale di monsignor  Lorenzo Leuzzi, vescovo ausiliare di Roma delegato per la pastorale universitaria. «Se il cristianesimo ritornasse a proporre una fede religiosa, conforme a una società statico-sacrale – ha osservato Leuzzi nella sua introduzione – rischierebbe di porsi fuori della storia e non realizzare quella diakonia della storia che il teologo Ratzinger, nella sua famosa Introduzione al cristianesimo, definiva significativa e necessaria». Il cristianesimo è sempre stato una realtà storico-dinamica, ha sottolineato il presule, «e questa l’origine della sua rapida ascesa nel mondo religioso e culturale dell’antichità». Infatti la sua vera forza è stata «la vita nuova che ha animato l’esistenza dei credenti». Vi è stata un certa fase di equilibrio tra Chiesa e la società statico-sacrale, che ha svolto anche una funzione provvidenziale, «ma esso si è definitivamente rotto con l’industrializzazione e non con l’illuminismo». Il cristianesimo, pur essendo realtà storico-dinamica, tuttavia ha fatto fatica ad uscire dalla società statico-sacrale. Ma proprio qui si colloca la novità dell’insegnamento di Benedetto XVI: con l’allargamento dell’orizzonte della razionalità, con il realismo della fede; un’inedita ontologia della vita nuova in Cristo; l’apertura del Cortile dei Gentili. «È la società storico-dinamica – ha rimarcato Leuzzi – ad invocare la presenza del Dio vivo e vero, ed il documento sulla "emergenza antropologica" ne è un’espressione; non è un’esigenza della missionarietà della Chiesa». Il delegato della pastorale universitaria ha osservato inoltre che l’uomo facendosi storia rischia di annullarsi in essa. Ma questo esito è una condanna? «Assolutamente no. Perché il Dio vivo e vero si è rivelato ed è entrato nella storia affinché il progetto dell’uomo di essere di più potesse realizzarsi». Un riconoscimento del valore del documento firmato anche da Pietro Barcellona, Mario Tronti e Paolo Sorbi è venuto da un promotore della «agenda bioetica» del precedente governo di centrodestra, Gaetano Quagliariello, al quale peraltro Vacca ha riconosciuto il merito di aver dato un contributo sul versante liberale con un suo libro (La persona, il popolo e la libertà) al dibattito sulla emergenza antropologica. «Si tratta – ha osservato Quagliariello a proposito del documento degli intellettuali di sinistra – di un riconoscimento del pensiero forte e di come, nel nuovo secolo, esso possa essere attinto dal patrimonio del cristianesimo e poi declinato. Tutto ciò vale per chi crede e per chi non crede, e potrebbe costituire una base di principi condivisi tra destra e sinistra». Quagliariello ha lamentato però lo scarso rilievo di tali tematiche nei programmi attuali della sinistra.Emma Fattorini invece ha messo in guardia da una strumentalizzazione solo politica di alcune tematiche bioetiche, ma si è trovata d’accordo con Quagliariello nella critica all’individualismo e nella difesa di una antropologia fondata sul limite. Secondo la storica, la sinistra non ha compreso il cuore del messaggio di Giovanni Paolo II, incentrato sulla difesa forte della soggettività umana, e della sua identità spirituale.Luciano Violante ricostruendo la parabola della postmodernità, ha osservato che a un iniziale senso di liberazione è subentrato «un relativismo, un percorso di autodistruzione, un predominio delle interpretazioni sui fatti». C’è dunque bisogno secondo l’ex presidente della Camera di «un nuovo realismo, di un ritorno alla razionalità come capacità anche di guardare al futuro». «Un dialogo dunque non più da posizioni distanti, ma ravvicinate – ha osservato il presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli che ha presieduto il dibattito –. Si avverte da parte laica sempre più l’esigenza di ricostruire una platea di valori attento alla vera dimensione dell’umano. I credenti d’altro canto non possono esimersi dal dare il loro contributo essenziale in questo tempo di crisi». Il direttore della Civiltà cattolica, padre Antonio Spadaro, ha evidenziato come il dibattito di ieri si inserisce nella fondamentale linea di riflessione della rivista.
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