giovedì 8 gennaio 2009
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A dieci anni dalla scomparsa dell’"anarchico" Fabrizio De André crediamo sia lecito fare il punto sulla presenza nella sua opera di riferimenti all’Assoluto. Presenza diremmo inevitabile, in chi cerca di capire la realtà; e palese - nonché forse ingombrante per molti -  in moltissime canzoni di Faber. Esplicitamente "preghiere", riflessioni sul "dopo", inni dell’anima, grida di sapore veterotestamentario, addirittura Vangelo messo in musica come La buona novella del 1970. Che, certo, si rifà ai vangeli apocrifi: ma ciò non esclude un’attenzione al fatto della fede. Semmai dipende dal modo coerente con cui De André, refrattario a ogni potere e dunque anche alla Chiesa come istituzione, aveva scelto di rapportarsi alla vita degli uomini. Non a caso si cantò «Servo disobbediente» in Smisurata preghiera, ultimo pezzo - rivolto a Dio - dell’ultimo lavoro del ’96. Solo due delle tante esplicitazioni di una fede non vissuta ma detta, criticata spesso nei modi, mai nell’essenza. In questo decennio due studiosi hanno ben ragionato sul rapporto De André-fede: Paolo Ghezzi (nel volume Il Vangelo secondo De André, Ancora) ed Ettore Cannas (La dimensione religiosa nelle canzoni di De André, Edizioni Segno). E come fatto da loro, non è nostra intenzione rendere De André "santino" di una fede che non aveva. Però sottolineare che, quando una mente alta analizza la realtà dell’uomo, consonanze con i contenuti della sapienza cristiana sono ineludibili, questo ci pare giusto farlo.Perché nell’opera laica di De André convivono temi fondamentali del dettato biblico. La denuncia feroce dell’immoralità umana, condita però di umana pietas, ed un anelito d’infinito fatto di paura e amore. Si pensi in tema di denunce al «punto di vista di Dio» che smaschera le ingiustizie umane, scorto da Ghezzi in Recitativo (1969). «Giudici eletti, quanti innocenti all’orrenda agonia votaste decidendone la sorte, e quanto giusta pensate che sia una sentenza che decreta morte?». Mentre è Cannas a sottolineare, proprio nell’ultima Smisurata preghiera, l’attacco tipico di De André ad una maggioranza "farisaica". «La maggioranza sta, recitando un rosario di ambizioni meschine, millenarie paure, inesauribili astuzie». E però, poi, la pietas. Che Ghezzi individua - esempio tra molti - in Khorakhané sugli zingari: «Se questo vuol dire rubare, questo filo di pane tra miseria e fortuna, lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio».Dio, ancora Dio, sempre Dio: appunto. Da De André non creduto, ma certo cantato. A sostegno delle proprie istanze etiche. Il Dio dell’accoglienza dell’altro - citiamo la ricerca di Cannas - di Bocca di rosa; quello perso del Cantico dei drogati; il Dio che non illumina i poveri de La città vecchia. Fino al Dio tout-court, invocato con prospettiva terrena ma senza mezzi termini, in Spiritual («Oh Dio del cielo, se mi cercherai, in mezzo agli altri uomini mi troverai») come in Anime salve. Non a caso, all’inizio (1967) e alla fine (1996) del suo percorso, De André cantò pure l’amore cristiano. Il Dio-amore, intravisto dal ladrone crocefisso con Cristo. «Nel vedere quest’uomo che muore, nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore». Conclusione inevitabile, per un artista che sempre parlò di "anima" riconoscendole pienezza spirituale pure nella solitudine. Forse perché essa, per l’uomo, non è mai tale davvero. Se c’è un Tu cui volgersi, per gridare o anche riderci un po’ su, ma adombrandone barbagli di Assoluto, possibilità di speranza e di senso nel mistero del vivere. Come dice la canzone, «Che bell’inganno sei, anima mia \ Che grande questo tempo, che solitudine \ Che bella compagnia».
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