domenica 3 dicembre 2023
Il regista e fondatore del Teatro Patologico si racconta e presenta il suo nuovo film, "Io sono un po' matto e tu?", in cui i suoi pazienti con disabilità mentali recitano e "curano" attori famosi
Il regista e fondatore del Teatro Patologico, Dario D'Ambrosi, qui sul set del suo film "Io sono un po' matto e tu?"

Il regista e fondatore del Teatro Patologico, Dario D'Ambrosi, qui sul set del suo film "Io sono un po' matto e tu?" - undefined

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Il regista e fondatore del Teatro Patologico si racconta e presenta il film “Io sono un po’ matto e tu?”, girato con i suoi ragazzi disabili mentali e un cast di grandi attori che ribaltano i ruoli: «I presunti sani chiedono aiuto ai malati» Dario D’Ambrosi è una mosca bianca nell’intronata routine dello spettacolo. Il suo primo film da regista non a caso si intitolava Il ronzio della mosca, « con Greta Scacchi protagonista nel ruolo della dottoressa Nalia. Sperimentava come alimentare la follia sul nostro pianeta, dove se fossimo tutti considerati dei “fol-li”, allora la pazzia diventerebbe la normalità. Ma chi in questo mondo d’oggi può dirsi veramente normale? », si chiede D’Ambrosi che ha appena presentato al Torino Film Festival Io sono un po’ matto e tu? Film che ha scritto e diretto, prodotto dalla sua creatura indipendente: il Teatro Patologico. Un unicum nel suo genere questo avamposto di teatro solidale , sorto a Roma nel 2001 Sede in via Cassia, al civico 472 che sa tanto di quella via dei “Matti numero 0” cantata da Sergio Endrigo. Qui, con il teatroterapia (ma anche altre nove materie che vanno dalla musicaterapia alla danceability, fino alla scenografia) D’Ambrosi cura disabilità, mali di vivere e quelli più oscuri della mente umana. Lo fa partendo dalla sua esperienza di attore formatosi alla grande scuola newyorkese del Cafè La Mama della vulcanica e compianta Ellen Steward, la quale è stata davvero la “mamma” delle star di Broadway. Un laboratorio quello della Steward che per Andy Warhol e Lou Reed era un po’ una seconda Factory. E lì al Cafè La Mama, quel giovane italiano in fuga dalla periferia da fame chimica di San Giuliano Milanese, nel 1980 mise in scena ilsuomonologo-manifesto Tutti non ci sono. «Infatti a gennaio 2024, per celebrare i 100 anni dalla nascitadiFrancoBasaglia(19241980) lo ripropongo, e con gli attori disabili della Compagnia Stabile delTeatroPatologicofaremouna lunga turnèe che ci vedrà in scena in Cile, a Bogotà, Caracas e Buenos Aires».

Un testo, Tutti non ci sono, sempre attuale e che testimonia come quella teatrale sia da sempre la sua vocazione.

A dire la verità, la mia vera passione da ragazzo era il calcio. Ero un’ala destra alla Domenghini, gloria interista, mentre io giocavo nella Primavera del Milan con il campione del mondo dell’82 Fulvio Collovati. Sono arrivato a un passo dal debutto in Serie A, ma mio padre era fortemente contrario a quella carriera, quindi ruppi con lui e me ne andai di casa...

In fuga verso le mille luci di New York?

No, prima a Milano, dove conosco uno psicologo e uno psichiatra dell’ospedale Paolo Pini e questi mi hanno aperto un mondo. Da San Siro al manicomio è stato come fare un salto nel vuoto, poi ho scelto di andare a New York, perché avevo vent’anni e nessuno qui in Italia mi dava uno straccio di fiducia. Quando sono tornato da quell’esperienza newyorkese avevo il mio bel curriculum e un bagaglio di esperienze da mettere a disposizione del Teatro Patologico.

E adesso con Io sono un po’ matto e tu? inaugura anche il “cinema patologico”.

Un po’ si. Come negli spettacoli teatrali il cast è composto dai miei ragazzidisabilimentali,manelfilm avviene un ribaltamento radicale: loro recitano la parte di quelli che curano i tic psichici degli attori professionisti. Quasi tutti amici che ringrazio di cuore: hanno accettato di fare questo film gratis, e molti di loro hanno avuto anche il coraggio di rivelare sul set qualche personale disturbo.

Siamo al gioco delle parti: i disabili che aiutano gli apparentemente sani o i diversamente normali.

Esattamente. E nel film adottano un metodo surreale, tipo quello visto Nel miglio verde : l’energia sputata fuori che diventano i semi del melone andato a male. E il messaggio che lanciamo è: mai buttare via i semi di un frutto marcio, perché riseminando quel seme poi nascerà un frutto sano.

Da Il grande cocomero della Archibugi (basatosullasfidaneuropsichiatrica diMarcoLombardo Radice), al grande melone di D’Ambrosi,perdirecheinfondo siamo un po’ tutti matti?

Nel film racconto che in Italia ci sono 17 milioni di persone che soffrono di disturbi psichici quotidiani. Ora, se affianco ai malati mettiamo anche i loro familiari, vuol dire che almeno due terzi della nostrapopolazionedevefareiconti tutti i giorni con la malattia mentale, che va dalla depressione, all’insonnia, dall’anoressia e bulimia a tutte le dipendenze, fino alla ludopatia.

Questa,laludopatia,hafattoscalpore per i recenti fatti legati alle scommesse online dei calciatori di Serie A.

Quello è la punta dell’iceberg. Il fenomeno purtroppo è diffuso. Per avere avuto a che fare con tanti tossicodipendenti posso affermare chequelladasostanzeèmenograve rispetto alla dipendenza che crea il gioco. Il ludopatico è capace di vendersi la madre pur di avere i soldi necessari per scommettere. La ludopatica nel film è interpretata da Claudia Gerini: una donna che esce di casa per andare a pagare le bollette ma non le pagherà mai perché getta via tutti i soldi nei gratta e vinci. In Italia 150 famiglie al giorno si rovinano irreversibilmente solo con il gratta e vinci.

C’è poi chi è “rovinato” dall’ossessione sessuale.

Marco Bocci recita in modo perfetto il ruolo del maniaco sessuale. NoisiamoilsecondoPaesealmondo, dopo il Giappone, dove si consuma piùmaterialepornograficoa cominciare dalla visione di siti e film. E hai voglia a fare dibattiti sul patriarcato e sulle possibili relazioni con i casi di femminicidio. Solo in quei film porno il giovane si trova davanti a una realtà svuotata di sentimenti,incuiladonnaèunoggetto, completamente sottomessa dall’uomo. Noi almeno denunciamo, in Giappone non fanno neanche quello, anzi mettono tutto lo sporco sotto al tappeto. Di recente sono stato a Tokyo e sono rimasto allibito:perlestradenoncircolaun barbone, né un uomo di colore emigratoeneanchel’ombradiuna carrozzina,comequelladeldisabile che in Io sono un po’ matto e tu? è interpretato da Claudio Santamaria.

Qualche attore, lei ha detto, che nel film ha rivelato un suo “tic personale”...

Vinicio Marchioni ha messo sul piatto la sua balbuzie e nel dialogo con il ragazzo down non si capisce niente di quello che si dicono. Quandoabbiamorivistolascena ci siamo piegati in due dalle risate. E lo stesso effetto lo fa il personaggio di Stefano Fresi, il quale è convinto che deve mettere su peso perché si vede «magro come una piuma» - sorride - . L’ironia è una gran medicina per affrontare patologieedisturbichespessorendono la vita uno psicodramma.

Quanto contano le famiglie coinvolte nel suo percorso del Teatro Patologico?

Sono fondamentali, perché la fiducia di portare i figli qui in Teatro parte sempre dai genitori. Molti papà e mamme poi mi ringraziano, mi dicono: «Non so se nostro figlio diventerà un attore, ma noi finalmente siamo tornati a dormire la notte». Paolo Vaselli è uno dei nostri ragazzi che ce l’ha fatta, è guarito e ora lavora come attore professionista. Se ne guarisci anche solo uno di questi ragazzi, stai guarendo una famiglia e di questo ne beneficia il condominio, la società civile tutta. Il problema è che per far star bene e guarire tutti, i fondi a disposizione non bastano mai. I miei operatori sono pochi e sottopagati e i ragazzi da seguire sono 60. Ma il Teatro Patologico è una missione oltre che un percorso artistico.

A questi ragazzi ai quali ha trasmesso l’arte teatrale, a lei che cosa hanno insegnato?

A vivere la vita con semplicità e a dare una mano con il cuore a chi ne ha bisogno. Solo se fai questo alla sera puoi sentirti appagato e dormire sonni tranquilli. La mia felicità dopo tanti anni è quella di vedere ragazzi che arrivano qui al Teatro Patologico distrutti, che stanno male, e dopo poche settimane tornano a sorridere. Il loro sorriso vale più di mille contributi ministeriali… Mi piacerebbe se in giro per l’Italia nascessero altri Teatri come il nostro: noi abbiamo dimostrato che una persona insana percolpadellamalattiaseguendo questo percorso si fa portatori sani di tanti valori. Ora lo sanno anche gli attori di Io sono un po’ matto e tu?

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