martedì 14 novembre 2023
Una storia raccontata in presa diretta da ciascun interprete: una valle alpina, le sue tradizioni e due fratelli identificabili con i due alberi piantati dal padre alla nascita, l'uno vicino all'altro
Lo scrittore Paolo Cognetti

Lo scrittore Paolo Cognetti - Giorgio Boato

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C’è un film del 1996 di Jaco van Dormael, L’ottavo giorno, in cui Georges, il protagonista, dice: «Se tocchi un albero, diventi un albero». Paolo Cognetti scrive un racconto lungo idealmente nel solco di queste parole, attraverso la storia di due fratelli: Luigi è un larice, duro e fragile, che in trentasette anni non se n’è mai andato dalla valle, Alfredo è il fratello minore, un abete, ombroso e resistente al gelo, irrequieto e attaccabrighe. Un destino piantato dal padre – non solo metaforicamente – davanti alla casa d’infanzia alla nascita dei due, e ritrovato dagli stessi anni dopo, quando gli alberi, crescendo, avevano finito per intrecciarsi, proprio come accade alle storie. Giù nella valle (Einaudi, pagine 128, euro 16,00) è poi anche un insieme di altre vite: quella di Betta, che aspetta un figlio da Luigi, arriva da Milano ma ormai è diventata una del posto, e quella di un animale, un cane, forse un lupo, che uccide uno a uno gli altri cani della valle, lasciandosi dietro una scia di sangue e mistero. In valle c’è chi scommette su di lui, chi gli dà la caccia, chi come Betta lo ha visto una volta facendo il bagno al fiume, e poi c’è Luigi, che con quell’animale chiude un cerchio proprio davanti ai due alberi, uno ancora in piedi e uno rimasto ceppo, abbattuto a mano dallo stesso Fredo prima di scappare una volta per tutte: «Il suo, non il mio. Il larice era dritto in piedi, e l’abete lungo disteso. Ho apprezzato l’umorismo di mio fratello, anche se mi dispiaceva aver perso una pianta ormai adulta, ma ho pensato, a sue spese, che il larice sarebbe cresciuto meglio senza l’abete a fargli ombra».

Se abbatti un albero, diventi un albero abbattuto. Alfredo era tornato dal Canada per liberarsi dai legami del passato, trovando un fratello ormai sistemato, che si sforzava di «rigare dritto», al di là i demoni dell’alcol e di qualche bugia: « Luigi si sentiva, se non onesto, almeno più onesto che poteva». Un’onestà che però non basta a Fredo, il quale vorrebbe «un bell’abbraccio da mio fratello. O anche fare a pugni, scegli tu. Ma qualcosa di vero». E quel qualcosa di vero arriva nel finale con un gesto che è insieme un dettaglio semplice, ma molto efficace ai fini della storia, quando Luigi saluta quel cane con una carezza, prima di seppellirlo.

Il libro di Cognetti è come una sorta di manuale sul punto di vista del narratore, che cambia a ogni capitolo: i due fratelli, Betta e l’animale. È il suo Nebraska (album di Bruce Springsteen del 1992), spiega in una nota in appendice lo stesso Cognetti, ma è anche, proprio per questo risvolto sul punto di vista del narratore-personaggio in un luogo di silenzi e paesaggi montani, il suo Isola di Sukkvan, un libro di David Vann del 2011 magistrale proprio nel cambio di prospettiva da un capitolo all’altro. È un libro, quello di Cognetti, che come i migliori racconti della tradizione, da Cechov (guarda caso una delle letture preferite di Elisabetta) a Carver, si costruisce sui particolari della scrittura, sul passo della narrazione, sul sommerso che definisce le piccole cose nella loro indefinitezza, con la consapevolezza che per quanto indietro si possa scavare nel passato di una storia, una vita, un personaggio, «il fiume scorre da una parte sola». Il fiume è quello della Valsesia, «una bellissima valle – spiega Cognetti nel finale – che scende dal Monte Rosa, la nostra montagna-madre», con una «solida tradizione come rifugio di perseguitati e minoranze». E cani che rimasti soli, indecisi sulla direzione da prendere, «si allontano con le orecchie basse nel senso della corrente, da dov’erano arrivati».

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