mercoledì 23 febbraio 2022
Fra rap e cantautorato esce l’album “Mielemedicina”. «Oggi viviamo in una seconda Babele, la parola ha perso significato. Nel brano su Cristo la lotta per sostituire Dio»
Il rapper Anastasio pubblica il nuovo album “Mielemedicina”

Il rapper Anastasio pubblica il nuovo album “Mielemedicina” - foto di Christian Kondic

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Adamo ed Eva, la Torre di Babele, il Big Bang e la Passione di Cristo. Non è da tutti riuscire a mettere in canzone concetti e riferimenti così alti con cognizione di causa per interrogarsi sul nostro destino, soprattutto se si hanno 24 anni come Anastasio. Ma il rapper e autore vincitore di X Factor nel 2018, alias Marco Anastasio da Meta, Costiera amalfitana, liceo classico e una quasi laurea in Agraria, fan di De André, in questi due anni di stop pandemico è cresciuto. Ora finalmente il tour parte il 6 aprile da Bologna. «Mi sento maturato dentro di me, nella musica e nella scrittura, questo disco è più cantautorato che rap» ci racconta nel presentare il suo nuovo album, Mielemedicina (il titolo si riferisce a una frase di Lucrezio), un lavoro soprendente non solo per la varietà musicale (divertentissimo il tourbillon rap-jazz con Stefano Bollani di Tubature), ma soprattutto per le domande esistenziali poste senza filtri. Perché Anastasio non è uno di molte parole, piuttosto riflette e legge poeti e filosofi. Ma quando canta è un fiume in piena. Lo avevamo lasciato Rosso di rabbia al Festival di Sanremo 2020 e lo ritroviamo a cantare quanto il dolore sia Assurdo , brano ispirato a una poesia di Bukowski, La tragedia delle foglie.

Anastasio, ci colpiscono i brani in cui lei racconta il mondo di oggi attraverso la Bibbia.

Perché al centro della Bibbia c’è il linguaggio, il “logos”. Babele è crollata perché tutti parlavano lingue diverse e la lingua si era alienata da se stessa e dalla realtà. Oggi ci troviamo in una seconda Babele dove le nostre parole non hanno più alcun significato, sono senza valore. Internet e la bulimia di lettura, l’infinito scorrere delle immagini, tolgono contenuto al linguaggio, che invece è una cosa magica, perché le parole creano. La parola è quello che ci rende uomini. La metafora inizia con Adamo che prende la mela e simbolicamente scopre il possesso, e termina con la Torre di Babele, sempre più alta, simbolo dell’avanzamento della tecnica. Come oggi «Babele non è stata così alta mai / siamo stati più vicini al cielo / Ed insieme così soli, /lontani da tutti».

Simbolismo è un altro pezzo mistico e poetico in cui assistiamo alla Passione di Cristo. «Annunciata la morte di Dio / adesso si lotta per prenderne il posto».

Quel pezzo si è scritto da solo senza pensarci, ha preso questa forma molto misteriosa. È forse il pezzo più difficile da spiegare dove il tema centrale è la morte di Dio, guardato dagli uomini con ammirazione come si osserva un funambolo, ma al contempo con il desiderio di vederlo cadere per rimpiazzarlo. È un brano molto cupo. Si conclude con la richiesta del popolo che chiede una prova, vuole la salma, ma il feretro è vuoto perché Cristo è risorto. A me interessa il linguaggio religioso, vi sono simboli antichi molto evocativi, molto radicati in noi, di cui percepiamo il fascino e la solennità.

Lei è quasi apocalittico ne L’uomo, il cosmo sulle evocative atmosfere di Boosta: «Sii grato, se non a Dio /quantomeno al caso/ di essere al centro dell’esperimento del vissuto / umano».

Si tratta di un uomo di fronte al cielo. Il pezzo vuole essere un viaggio, inizia con un lento zoom che parte dal big bang, passa per galassie e pianeti per arrivare infine a soffermarsi sui più piccoli particolari di ciò che ci circonda, e poi si riapre, torna a guardare il cielo, il tempo, l’eternità, il dissolversi delle cose. E c’è anche una specie di lieto fine, perché se è vero che ci dissolviamo, è anche vero che visto da lontano ogni attimo è eterno. Il tempo è un problema solo per gli uomini, perché per loro il tempo scorre, ma per Dio il tempo non scorre.

Nella folle rivoluzione de L’impero che muore si riflette l’attualità del potere?

Nel testo rappresento una città medievale, un castello, i soldati e il popolo. In questo impero che muore e va verso la rovina il popolo festeggia attorno agli incendi, i ribelli danno l’assalto al castello e l’imperatore fugge. Ora che il potere è stato abbattuto i ribelli si sentono persi e senza uno scopo. Ma in realtà hanno solo abbattuto un simbolo perché il potere è solo trasmutato. Certo, rispecchia l’attualità ma attraverso un taglio universale.

Quanto la pandemia ha influenzato questo album?

La pandemia mi ha influenzato in maniera indiretta, queste cose mi sono sempre appartenute e diversi brani li vevo scritti già prima. Certo la solitudine spinge a fare certe domande, e la pandemia ce ne ha regalata tanta. Ma io ho sempre riflettuto.

Anche la letteratura è una fonte di ispirazione, notiamo.

Mi influenza la lettura, soprattutto dei poeti e di alcuni filosofi. Io non penso ci sia discontinuità tra poesia e filosofia. Ma ce ne sono tanti di ragazzi che ragionano. Non penso di essere un genio. Ho citato in Dea dei due voltiBaudelaire e il rapporto con la sua musa Jeanne Duval. Invece ho proprio saccheggiato Massimo Ferretti, poeta marchigiano semi sconosciuto i cui versi io ho adorato e che mi hanno aperto la strada alla poesia. Cito in particolare un suo verso, «perché la carezza se sognata può essere un miracolo azzurro e quella avuta è sola un vento di mano». Ho parlato anche col figlio Folco Ferretti che ha apprezzato il pezzo. Ne sono onorato.

Lei fa parte della carica di ventenni che da Sanremo stanno rivoluzionando la musica italiana.

Dato che nella musica i numeri li fanno i ventenni, bisogna che siano rappresentati. Amadeus ha aperto finalmente a una scena musicale che vive una fase di fioritura massima.

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