venerdì 1 dicembre 2023
Il concetto di “immortalità digitale” indica l’eventualità di rendere vive e autonome le tracce che oggi compongono l’aldilà in formato elettronico dei profili dei defunti. Il nuovo "Calibano"
Un’opera dell’artista grafico Merzmensch realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificale (particolare)

Un’opera dell’artista grafico Merzmensch realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificale (particolare) - Calibano

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Il nuovo numero di “Calibano”, la rivista di attualità culturale del Teatro dell’Opera di Roma pubblicata dalla casa editrice effequ, esce in occasione del Mefistofele di Arrigo Boito che inaugura la stagione 2023/2024 della Fondazione lirica capitolina ed è dedicato al postumano. La strenua tendenza a superare i propri limiti caratterizza da sempre l’essere umano. Ma fino a dove è lecito spingersi? Chi o cosa deve guidare l’avventura postumana verso le terre inesplorate dell’intelligenza artificiale, del potenziamento del sapere e del corpo, persino verso l’estensione eterna dell’esistenza? Sono alcuni degli interrogativi dai quali parte il nuovo numero di “Calibano” che collega l’opera, ispirata al Faust di Goethe, con il tema della trascendenza della finitudine umana, oggi rintracciabile nelle forme e negli ambiti più svariati. Proponiamo alcuni stralci del contributo del filosofo Davide Sisto, specializzato in tanatologia e digitale.

Durante l’agosto 2023 i quotidiani internazionali hanno dedicato un’attenzione del tutto particolare a un neologismo alquanto curioso: thanabot, termine che fonde insieme il concetto tecnologico di bot con quello della tanatologia, la disciplina che si occupa in maniera specifica di morte. Thanabot è usato espressamente dal programmatore informatico Jason Rohrer, il quale sostiene di essere in grado di utilizzare ChatGPT, lo strumento sviluppato da OpenAI, per emulare le caratteristiche comunicative delle persone defunte. Basta sottoporre al noto programma di intelligenza artificiale un numero significativo di dettagli relativi alla biografia della singola persona defunta: narrazioni scritte, testimonianze fotografiche e documenti audiovisivi prodotti, condivisi e registrati nel corso della sua vita. ChatGPT, rielaborandoli, sembra in grado di replicare in maniera quasi perfetta lo stile unico e - quindi, solo apparentemente - irripetibile del suo modo di comunicare e di interagire. Rohrer, in realtà, si esercita da alcuni anni in questo tipo di attività con il cosiddetto “Project December”. Il progetto permette a chiunque voglia investire non più di una decina di dollari di fornire dati relativi a un proprio caro defunto. Il materiale condiviso viene rielaborato affinché costituisca il gemello artificiale del morto, in grado di dialogare attivamente al suo posto [...].

I thanabots sono, in realtà, solo l’ultima di una serie di invenzioni intente a stabilire una relazione stretta tra le tecnologie digitali e l’atavico desiderio umano di immortalità, frapponendo l’intelligenza artificiale tra i presenti e gli assenti. Durante l’evento Amazon re:MARS Conference tenutosi a Las Vegas nel giugno 2022, Rohit Prasad, il vice presidente senior del team Alexa, ha fatto trasecolare il pubblico quando lo ha reso partecipe di una novità strabiliante: l’assistente vocale di Amazon ha acquisito la capacità di imitare la voce di qualsiasi persona dopo appena un minuto di ascolto di un file audio.

Per dimostrare la veridicità delle sue parole, Prasad ha mostrato un video in cui Alexa legge a un bambino una favola della buonanotte con la voce, perfettamente imitata, della nonna morta poco tempo prima. Se la sola voce riprodotta non ci basta ancora, dal 2021 abbiamo a disposizione il cosiddetto Life Story Avatar, la versione “viva” e “interattiva” di una biografia personale. Il servizio è offerto dal progetto HereAfter AI, inventato dal giornalista scientifico James Vlahos, già autore del libro Talk to me (2019), in cui analizza le conseguenze sociali e culturali del nostro rapporto quotidiano con Alexa, Siri, ecc. Una volta scaricata l’applicazione necessaria, ciascuno può condividere e registrare nella maniera più minuziosa possibile storie legate alla sua vita, quindi alle esperienze scolastiche e lavorative, alle relazioni sentimentali, ecc. [...].

Se neanche il Life Story Avatar appaga il nostro anelito a un legame imperituro con i defunti, allora non ci resta che affidarci agli ologrammi e ai mondi virtuali. Gli ologrammi sostituiscono, prevalentemente ma non solo, star della musica e del cinema le quali continuano a suonare dal vivo o a recitare anche dopo il loro decesso [...].

Il ruolo centrale della registrazione nella dimensione online fa sì che internet coincida con un insieme di luoghi atemporali, il quale rende eterno e continuo il presente. I flussi di dati coincidono con i loro archivi, non c’è differenza tra memoria e presenza, non c’è distanza tra ieri e oggi: ogni dato prodotto, condiviso e registrato rimane, a suo modo, vivo a prescindere dalla vita o dalla morte di colui che l’ha prodotto. Facebook, per esempio, contiene al suo interno oltre cinquanta milioni di profili di utenti deceduti e, con molta probabilità, sarà protagonista tra qualche decennio di una metamorfosi a dir poco eclatante: da social network per eccellenza si trasformerà in una specie di enciclopedia digitale dei morti o di cimitero virtuale in quanto includerà più profili di utenti deceduti che di quelli in vita. Instagram e gli altri social media lo seguiranno a breve distanza [...].

L’aldilà digitale, in definitiva, è un insieme di tracce spettrali o di fantasmi residui che, affiancando le presenze attive dei vivi, ripetono senza sosta la stessa identica scena senza mai aggiornarsi. È il gigantesco e dispersivo successore moderno dell’album fotografico, del fonografo o della segreteria telefonica.

Il concetto di immortalità digitale indica invece il passo successivo all’aldilà digitale: indica, cioè, l’eventualità di rendere vive e autonome le tracce dei defunti che oggi compongono l’aldilà digitale. Tutti gli esperimenti e i progetti menzionati a inizio articolo aggiornano al tempo odierno la classica teoria transumanista del mind uploading, con la quale si prova a far sopravvivere al corpo morto i contenuti cerebrali del singolo individuo, copiandoli su substrati non biologici [...].

In realtà, se dobbiamo essere precisi, il filo rosso che lega i diversi progetti dell’immortalità digitale è la metamorfosi dei ricordi man mano registrati in una vita artificiale, estesa oltre i limiti di quella biologica e mortale. L’immortalità, in altre parole, viene fatta coincidere con la rielaborazione delle memorie personali, le quali diventano la base per creare nuove interazioni ed evoluzioni del soggetto biologicamente deceduto. Questa è una considerazione molto importante da fare e da tenere a mente perché evidenzia il confine labile tra l’immortalità e la semplice memoria. Il thanabot, la voce di Alexa, il Life Story Avatar interattivo, l’ologramma sono forme di sopravvivenza post mortem o semplici modernizzazioni dell’album dei ricordi o del classico filmino proiettato durante, per esempio, il tradizionale funerale americano? Se li si interpreta soltanto dal punto di vista dell’immortalità, è probabile cogliere prevalentemente le loro intrinseche criticità.

Cercando di aggiornare il mito di Gilgamesh al tempo delle tecnologie digitali, rischiano di impedire ai dolenti una sana elaborazione del lutto [...]. Se, invece, interpretiamo thanabots, Life Story Avatar, ologrammi, ecc. come un aggiornamento moderno del modo di ricordare, allora semplicemente dialogheremo con le memorie di chi non c’è più. Invece di sfogliare un album fotografico, sentiremo le storie di vita uscire dalla sua voce e manterremo un suo ricordo più vivido. Un individuo che ha perso i nonni quando era bambino avrà modo di ricordare, tramite la loro presenza virtuale o artificiale, molti più particolari rispetto a quelli offerti da una semplice macchina fotografica o da un video: il loro tono vocale, i loro movimenti, il loro particolare modo di esprimersi, in continuo aggiornamento [...].

Va, tuttavia, ricordato che da sempre la morte è quell’evento che permette ai vivi di gestire arbitrariamente il destino dei morti. Qualunque forma di immortalità o di memoria non gestita dal diretto interessato implica la presenza invasiva dei vivi. Quando leggiamo le biografie e le informazioni sui personaggi storici, sappiamo che stiamo leggendo interpretazioni, punti di vista. Quando ascoltiamo i racconti su persone comuni non più vive, sappiamo ugualmente che questi racconti aggiungono e omettono particolari importanti.

Non c’è ricordo che non sia viziato dal trasporto narrativo di chi lo tramanda e lo diffonde. Pertanto, alla fine, il thanabot è solo l’aggiornamento al tempo dell’intelligenza artificiale di comportamenti tipicamente umani i quali, mentre sognano a occhi aperti il raggiungimento dell’immortalità, il superamento di ogni confine e la sconfitta della morte, tramandano memorie viziate dall’oblio, dal tempo che passa, dalla memoria claudicante, dal bisogno di inventare e di creare storie e aneddoti. In fondo, come sostengono molti studiosi del postumano o della cultura cyborg, siamo postumani dal momento in cui ci siamo ritrovati sulla Terra e tutto il nostro percorso evolutivo è all’insegna del trascendimento di ogni limite che, in un certo qual modo, frena le nostre ambizioni e i nostri desideri protesi verso l’eterno.

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