L'analisi. Come la locanda del samaritano


ELIO GUERRIERO mercoledì 16 marzo 2016
Vi sono continuità e comunione profonda tra i papi Benedetto e Francesco sul tema della misericordia. Lo ha lasciato capire papa Francesco citando solennemente, a conclusione del Sinodo dei vescovi, un celebre testo del suo predecessore sulla misericordia. Lo ribadisce il Pontefice emerito in una lunga intervista (LEGGI)che sta per giungere in libreria in questi giorni, inserita nel volume Per mezzo della fede. Dice Benedetto XVI: «La pratica pastorale di papa Francesco si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio».  Quindi prosegue: «Per me è un 'segno dei tempi' il fatto che l’idea della misericordia di Dio diventi sempre più centrale e dominante» nella vita della Chiesa. Benedetto ripercorre poi la via per la quale l’esperienza della misericordia è divenuta così importante nella vita cristiana e nella cultura contemporanea. A suo avviso, questo nuovo sentire epocale prese l’avvio in Europa nei decenni tra le due guerre del secolo scorso di fronte alle forme inaudite di violenza e alla diffusione di un odio di cui non si riusciva a percepire la ragione. In questo contesto in Polonia, uno dei Paesi che maggiormente ebbe a soffrire per le atrocità dei due conflitti mondiali, prese forma l’idea che la misericordia rispecchia il vero volto di Dio. A un’umile suora, santa Faustina Kowalska, Dio chiedeva di annunciare l’immensità della sua misericordia e di far istituire una festa per evidenziare questa verità di fede. Sembrava un’idea disperata, ma un giovane sacerdote di nome Karol Wojtyla prese molto sul serio l’annuncio, cercò di vivere questa realtà nella sua vita e, divenuto Papa, istituì la festa della Divina misericordia. «Giovanni Paolo II era profondamente impregnato da tale impulso, anche se ciò non sempre emergeva in modo esplicito». Discretamente papa Benedetto non parla del suo contributo, ma esso è ben presente nella sua prima lettera enciclica, quando scrive: «Dio ama tanto l’uomo che, facendosi uomo Egli stesso, lo segue fin nella morte, e in questo modo riconcilia giustizia e amore»; e poi quando nel suo libro su Gesù interpreta alcune parabole evangeliche proprio nel senso della misericordia: Gesù è il figlio prodigo che in pieno accordo con il Padre abbandona la sua casa (la divinità) per venire nel mondo e riaprire agli uomini la strada che riporta al Padre misericordioso. Egli è il buon samaritano che soccorre l’uomo aggredito, versa olio sulle sue ferite, si prende cura di lui e lo affida alla locanda, la sua Chiesa. Del resto l’idea della misericordia risponde pienamente alla sensibilità contemporanea secondo la quale non è tanto l’uomo che ha bisogno di giustificazione, ma al contrario sarebbe Dio stesso a doversi scusare a motivo di tutte le cose orrende presenti nel mondo.  Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Benedetto non trova del tutto errata questa sensibilità, anzi, afferma che essa ha finito per rendere più credibile l’immagine stessa di Dio. Superando alcune posizioni medievali che distinguevano tra la giustizia del Padre e la misericordia del Figlio, si riscopre il vero volto dell’unico Dio. Egli è il Creatore dell’universo, il Padre, sovrabbondante in longanimità, pazienza e misericordia ed è il Figlio che viene nel mondo dove passa attraverso una passione d’amore che è evento storico, ma ha radici nell’amore eterno dello Spirito Santo. «Così in modo grandioso e puro si percepisce cosa significano la misericordia di Dio e la partecipazione di Dio alla sofferenza dell’uomo. Non si tratta di una giustizia crudele, non già del fanatismo del Padre, bensì della verità e della realtà della creazione: del vero, intimo superamento del male che in ultima analisi può realizzarsi solo nella sofferenza dell’amore». Questa nuova immagine di Dio porta con sé anche una nuova visione di Chiesa. «Cristiani non si è per se stessi, bensì, con Cristo, per gli altri. Ciò non significa un biglietto speciale per entrare nella beatitudine eterna, bensì la vocazione a costruire insieme il tutto. Quello di cui la persona umana ha bisogno in ordine alla salvezza è l’intima apertura nei confronti di Dio, l’intima aspettativa e adesione a Lui, e ciò viceversa significa che noi assieme al Signore che abbiamo incontrato andiamo verso gli altri e cerchiamo di render loro visibile l’avvento di Dio in Cristo».
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