giovedì 19 ottobre 2023
Per riprodurre il tessuto dei vestiti o l'incarnato dei personaggi gli artisti usavano il blu egiziano e il porpora: un impiego non soltanto artistico ma anche simbolico
Sculture del frontone orientale del Partenone

Sculture del frontone orientale del Partenone - WikiCommons

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È risaputo che le sculture dell’Antica Grecia in origine fossero colorate, nonostante il bianco candido del marmo sia uno dei tratti distintivi dell’arte ellenica per come la conosciamo oggi. Gli studi sulla policromia cominciarono a diffondersi alcuni secoli fa, ma non è ancora chiaro in che modo le superfici fossero decorate, con quali tecniche e colori. La ricerca The goddess’ new clothes: the carving and polychromy of the Parthenon Sculptures, appena pubblicata dalla Cambridge University Press, rappresenta un ulteriore passo verso la comprensione dell’aspetto originario del Partenone e delle sue opere. Gli studiosi hanno individuato tracce di colore sulle sculture del fregio e del frontone conservate al British Museum di Londra, lavorate e dipinte in modo che il risultato finale restituisse l’idea dell’incarnato o di tessuti come il lino e la lana.

Furono gli artisti dell'Europa moderna a rendere il bianco marmoreo una caratteristica comune delle statue greche e romane, quando replicarle senza l’aggiunta del colore diventò una pratica usuale durante il periodo neoclassico. A questo contribuirono, da un lato, la scarsa resistenza della pittura al tempo e ai fattori ambientali, dall’altro, i processi di restauro e pulizia volti a ripristinare il candore “originale”. Le sculture del Partenone furono ulteriormente ripulite a inizio Ottocento dopo il loro trasferimento nel Regno Unito, rendendo ancora più difficile individuare ciò che rimaneva dell’antica policromia.

I ricercatori hanno analizzato le statue e i fregi utilizzando tecniche di imaging come la luminescenza indotta da luce visibile, un metodo non invasivo che permette di visualizzare tracce di colori come il blu egiziano e il porpora. Anche le incisioni sono state oggetto di studio, esaminate attraverso una particolare fotocamera: in questo modo, è stato possibile associare i segni agli strumenti impiegati per produrli, ricostruendo il procedimento di lavorazione. Dalle analisi è emersa anche una correlazione fra la tecnica di incisione di una superficie e la scelta del colore da applicarle.

Statua della dea Iride

Statua della dea Iride - WikiCommons

In particolare, l’indagine sulla policromia ha fornito informazioni sull’utilizzo del blu egiziano combinato a due pigmenti bianchi, il gesso e l’osso. Il suo impiego non era casuale, ma dipendeva dall’effetto finale che gli artisti volevano ottenere o dal soggetto che dovevano raffigurare: gli studiosi hanno individuato tracce di questo colore sulle superfici che rappresentano distese d’acqua, sulla scultura di un serpente, nelle aree che delimitano lo spazio vuoto tra le statue e lo sfondo e sui vestiti. In quest’ultimo caso, l’ipotesi dei ricercatori è che il blu egiziano fosse utilizzato per riprodurre la tessitura di una stoffa, con fili di lana colorata intrecciati. Gli artisti mescolavano questo colore ad altri pigmenti in modo da ottenere più tonalità e rappresentare materiali differenti: il cuoio delle scarpe, il metallo delle armi e anche la carnagione dei personaggi. Oltre al blu egiziano, dallo studio è emersa la presenza del porpora e, in particolare, di un pigmento derivato dall’ossidazione dell’antracene, impiegato in molti coloranti e farmaci.

L’utilizzo della policromia non aveva soltanto una finalità visuale e artistica, ma anche simbolica: i numerosi dettagli dipinti enfatizzavano il prestigio e il carattere divino dei soggetti, dimostrando la grandezza dell’impero ateniese. A questo si aggiunge la funzionalità del colore nel guidare l’osservatore tra le opere, aiutandolo a distinguere le figure anche a distanza.

Altra particolarità emersa dalla ricerca riguarda il retro delle sculture: anche il lato che dopo l’installazione non risultava più visibile era dipinto, segno che le statue del Partenone erano pensate per essere colorate e che la pittura non fu aggiunta in un secondo momento. Un’ipotesi degli studiosi è che, secondo le credenze dell’epoca, la dea Atena fosse in grado di vedere il tempio nella sua interezza, compreso il retro delle sculture, perciò le opere dovevano essere curate in ogni loro parte. Un’altra supposizione riguarda la volontà di Pericle, promotore della costruzione del Partenone, di impressionare gli ospiti più importanti nel caso in cui avessero visitato l'Acropoli mentre una delle statue veniva rimossa.

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