sabato 30 gennaio 2016
Calcio, luci e ombre cinesi
COMMENTA E CONDIVIDI
Quando nell’estate del 2000 il patron del Perugia Luciano Gaucci presentò alla stampa la sua ultima primizia esotica (dopo il giapponese Nakata) Ma Mingyu, il primo cinese sbarcato in Serie A, la Cina era ancora lontana dal pianeta football. La conferma venne dall’esperienza fugace di quell’ectoplasmatico numero “9”. Ma, un nome che da solo generava tanti dubbi sotto la pelata del mister degli umbri Serse Cosmi che, a dispetto del miliardo sborsato da Gaucci per il senzatempo del Sichuan Quanxing (qualcuno insinuava avesse 40 anni invece dei 28 dichiarati), lo schierò in un’amichevole – di cui a Pechino reclamano ancora prove filmate – e in uno scampolo di gara di Coppa Italia contro la Salernitana. Da quel momento ombre cinesi, un po’ per tutti. Fino al 2011, quando siamo stati informati che nella Chinese Super League, il massimo campionato che si disputa all’ombra della Grande Muraglia, l’allora ignoto Guangzhou Evergrande aveva comprato dal Fluminense il centrocampista argentino Darío Conca, al quale veniva promesso un ingaggio più o meno simile alla cifra d’acquisto, 7,5 milioni di euro. «Non mi piace parlare di soldi, per favore», pronunciò smozzicando seccato un Toscano il ct mondiale Marcello Lippi che, un anno dopo Conca, accettò l’offerta irrinunciabile (una trentina di milioni di euro per il triennale) per allenare il Guangzhou. Nella nuova avventura Lippi portò con sé i campioni del mondo Gilardino, Cannavaro (che prese il suo posto quando è diventato direttore tecnico) e Diamanti, mettendo in bacheca tre campionati di fila, una Coppa di Cina una Champions asiatica. La Coppa d’Asia vinta da ct con il Giappone – nel 2011 – ha spalancato le porte della Cina anche ad Alberto Zaccheroni, che si è sistemato dai pechinesi del Beijing Guoan. Altra cascata di milioni di euro (5 per il biennale) per un prodotto tecnico made in Italy che si vanno ad aggiungere ai 13 appena sborsati dallo Shanghai Shenua per il colombiano dell’Inter Fredy Guarín e i 19 milioni che l’Hebei Fortune ha versato alla Roma per il trecciuto ivoriano Gervinho. Un’avventura accarezzata anche dal milanista Luiz Adriano che atterrato allo Jiangsu Suning è subito però ridecollato alla volta di Milanello.  Stiamo parlando di calciatori under 30 e non di vecchi elefanti a fine corsa come il francese Anelka che a 34 anni passò allo Shanghai Shenhua, o di un bomber glorioso del calibro di Drogba (una sola stagione in Cina, ora sverna in Canada al Montréal), classe 1978, quando un paio di anni fa si accordò anche lui con lo Shenua che lo accolse stendendo tappeti rossissimi. Il calcio cinese, che nel secolo scorso avrebbe incuriosito soltanto un maoista dichiarato come il centrocampista della grande Germania anni ’70 Paul Braitner, oggi attira febbrilmente in massa per gli affari d’oro che in tempo di crisi consentono ai club del Vecchio Continente, ma soprattutto per i tesori da mandarino prospettati a calciatori e allenatori (e su questo punto ne sanno qualcosa anche Scolari, Eriksson e Menezes). Ma oltre al pecunia non olet ben chiaro nelle menti dei potenti orientali si profila all’orizzonte anche una strategia politica. La scalata ai prossimi Mondiali di calcio del 2026 o del 2030 è la vetta di un piano architettato da un fine calciofilo, il segretario generale del Partito comunista Xi Jinping. Basta con il ping pong, lo sport na- zionale della Cina del terzo millennio dovrà essere il football. Diktat tassativo del pallonaro Xi che a 62 anni, come un piccolo fan da stadio, colleziona autografi e maglie originali dei grandi campioni. Ma ora non si accontenta più e chiede ai suoi munifici connazionali colossi dell’imprenditoria di creare squadre di respiro intercontinentale. Il piano di Stato prevede un gettito di quasi 900 miliardi di dollari per fare della Repubblica la patria dello sport. A cominciare ovviamente dal calcio, che è diventata materia scolastica all’interno di istituzioni collegiali, create ad arte sulla falsariga dei college americani. L’Evergrande Football School di Qingyuan, di proprietà dell’ultramiliardario Xu Jiayn, patron della squadra del Guangzhou, ha inaugurato il primo dei ventimila collegi sportivi che da qui al prossimo anno sbocceranno come margherite sui prati di calcio in tutto il Paese. Quello di Qingyuan è il modello da seguire con i suoi 2.600 studenti- calciatori tra i dieci e i diciassette anni, che possono usufruire di impianti sportivi all’avanguardia e ben cinquanta campi da calcio in erba e in sintetico. Questi sono i laboratori del futuro, da dove forse molto presto giungerà la risposta alla domanda quotidiana che il buon Xi si fa al mattino guardandosi allo specchio: «Come è possibile che su un miliardo e mezzo di cinesi non sia ancora nato un Messi?». Forse quel giorno non è poi così lontano. Nel frattempo un pesce gigante di nome Wanda, il gruppo immobiliare guidato da Wang Jianlin, si è accaparrato l’azienda leader dei diritti sportivi, Infront. La colonizzazione dei tycoon di Cina in Europa procede a passo più lento ri- spetto a quella degli sceicchi, ma è già a buon punto. L’Abu Dhabi United Group, che controlla il pacchetto di maggioranza del Manchester City, ha ceduto il 13% del club a una società cinese. Nella Liga un buon 20% dell’Atletico Madrid è nelle mani di sodali di Xi, così come sono suoi uomini di fiducia quelli che stanno cercando da mesi di strappare l’ok a Silvio Berlusconi per l’acquisizione del 48% del Milan. L’Italia del pallone può diventare una terra di conquista e lo sa bene il patron del Pavia Xiao Dong Zhu, per brevità Mister Zhu. Al Pavia la serie B la passata stagione è sfuggita ai playoff, ma il boss del pregiatissimo fondo Pingj Shanghai Investments (colosso finanziario che controlla una società di telefonia quotata alla Borsa di Hong Kong) ha tre obiettivi da realizzare nella città “ti-cinese”: un nuovo stadio di proprietà, un centro sportivo stile Milanello e un club competitivo in Serie A. Per il momento Mister Zhu fa il presidente pendolare, alla Thohir, e anche il “mangiallenatori” alla Zamparini (l’attuale guida dei pavesi, Brini, è il quinto tecnico assunto in due anni) e nel tempo libero acquista immobili extralux come “I Giardini d’inverno” (100 milioni di euro investimento, 13mila metri quadri, 15 piani, 120 appartamenti e annesso centro commerciale) nel cuore dello skyline di Milan. Insomma, se non è l’era del Dragone, di sicuro i cinesi si stanno dando molto da fare in campo e fuori, prendendo alla lettera un loro proverbio: «Il ferro battuto diventa acciaio».
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: