giovedì 13 settembre 2018
La Procura federale della Figc chiede 15 punti di penalità nei confronti della società scaligera per le presunte plusvalenze fittizie. Ma Campedelli si difende
Luca Campedelli, presidente del Chievo

Luca Campedelli, presidente del Chievo

Una penalizzazione monstre da scontare nella stagione in corso: sono 15 i punti di penalità che la Procura federale della Figc ha chiesto nei confronti del Chievo, per illecito amministrativo, nel processo bis sulla vicenda delle presunte plusvalenze fittizie realizzate insieme alla vecchia proprietà del Cesena, nel frattempo fallito. 15 punti - oltre ai 36 mesi di inibizione richiesti per il presidente Luca Campedelli - che significherebbero, se confermati, la presenza a campionato in corso di un dead man walking destinato a retrocessione pressoché certa (per avere un riferimento: il Chievo la scorsa stagione ha ottenuto 40 punti, con la soglia salvezza a 36) e sortirebbe come effetto collaterale la sensazione di un torneo dalla credibilità minata. In discussione non sono tanto il processo che il club sta subendo e le richieste del procuratore, né la relativa sentenza che ne verrà, quanto piuttosto l’imbarazzante consapevolezza che, a metà settembre, il calcio professionistico italiano ancora non possa far parlare solamente il campo.

Perché il caso Chievo - che aveva fatto già discutere prima dell’inizio del torneo quando, a luglio, il deferimento del club venne dichiarato improcedibile per un vizio di forma, mentre veniva penalizzato il Cesena - arriva in coda ad una situazione, quella della Serie B e, a cascata, della C, che non fa altro che palesare la sensazione di instabilità di un sistema le cui logiche hanno portato ad una situazione insostenibile. Del resto, è solo di martedì sera la decisione con cui il Collegio arbitrale del Coni, dopo un’estate di ricorsi e tribunali, ha confermato la delibera con cui in agosto il commissario della Figc Fabbricini aveva disposto il format della B a 19 squadre per la stagione 2018-2019, bloccando i ripescaggi dopo i fallimenti di Avellino, Bari e Cesena, consentendo così alla serie cadetta di non tro- varsi nella condizione di dover riscrivere i calendari e di poter continuare il suo percorso nel weekend con la terza giornata. Anche se, in realtà, la vicenda non è ancora finita, perché pendono ulteriori ricorsi sia presso il tribunale federale nazionale (quello del Catania, che proprio ieri ha vissuto la prima udienza) sia presso il Tar Lazio, promossi uno dall’Avellino e uno da alcuni tifosi abbonati del Catania, che mirano al recupero del format a 22 squadre che, di nuovo, farebbe saltare il banco. C’è sempre un giudice a cui appel-larsi, insomma, e pazienza se poi la tendenza è quella di decretare inammissibili i ricorsi per difetti di giurisdizione (come nel caso di quelli al Collegio di garanzia, dalla cui decisione a maggioranza peraltro il presidente, l’ex ministro Frattini, si è immediatamente smarcato), aumentando così la letteratura della giurisprudenza sportiva e riempiendo la testa dei tifosi coinvolti - perché, alla fine, è sempre il tifoso la vittima di tutto - della percezione che esistano complotti.

Viene in effetti difficile negare, ex post, come situazioni simili ma accadute in anni diversi a differenti club abbiano poi avuto esiti anche opposti, quando si parla di fallimenti e radiazioni, di iscrizioni in sovrannumero e criteri di ripescaggio, di penalizzazioni per mancati pagamenti previdenziali o proprio di plusvalenze fittizie, dal momento che numerosi casi nel tempo sono finiti sui tavoli degli organi della giustizia sportiva e di quella amministrativa, fermandosi però di fronte allo scoglio secondo il quale, data la situazione di libero mercato, sia molto difficile individuare un parametro oggettivo che determini se si tratti di plusvalenza fittizia o, semplicemente, di una sbagliata valutazione sulle capacità di un giocatore. Si pensi, nel 2015, all’assoluzione del Parma e dei suoi dirigenti perché al Tribunale federale non venne offerto «un criterio valido ed incontestabile» per valutare le eventuali violazioni contabili contestate. Ecco allora una B con un organico inferiore a quello della A, situazione tanto inedita quanto abnorme, ovvero un torneo con un numero di squadre dispari e costretto a cambiare norme su play off e play out, in attesa di valutare a quale format giungere per la stagio- ne 2019-2020, quando a 19 non si potrà rimanere anche perché esistono diritti tv già venduti per un torneo a 22 partecipanti, aspetto questo che già per questa stagione farà discutere. Poi, a cascata, una Serie C a 59 squadre - il che significa tre gironi con uno ad organico dispari - la quale ha avuto la possibilità di annunciare la composizione dei gruppi solo martedì sera e ha stilato il calendario ieri, appena una settimana prima dell’inizio, fissato per mercoledì prossimo, in infrasettimanale. Il tutto mentre la D partirà con piazze rinate dopo radiazioni tanto dolorose quanto disonorevoli e le vecchie proprietà di Modena e Bari, in questo senso, guidano la classifica. Ma è difficile essere ottimisti, ed è facile prevedere che nel corso dei prossimi mesi, ben che vada a fine stagione, qualcun altro sparirà: non è una questione di se, ma di chi.

LA DIFESA

«Hanno fatto i calcoli su Internet Il Procuratore... è andato al mare»

Il Chievo non ci sta e passa la palla alla difesa. Parola quindi ai suoi legali e agli esperti consultati in vista del processo in cui il club del presidente Luca Campedelli è accusato di plusvalenze fittizie. Secondo il documento redatto e sottoscritto dal professore Angelo Provasoli (economista, già rettore dell’Università Bocconi di Milano) e dal professor Pietro Mazzola (docente di Economia aziendale alla Iulm di Milano), gli esperti della Procura avrebbero fatto confusione con i bilanci della società. La Procura avrebbe calcolato alla voce «attivo» sia la cifra dei calciatori ceduti dal Chievo al Cesena, sia quella dei giocatori acquisiti in cambio, che invece andrebbero iscritti alla voce «passivo ». Un esempio chiave: lo scambio, moltiplicato per i 30 calciatori coinvolti, fra i giovani Parol e Mansi, per 2 milioni ciascuno. È uno dei movimenti incriminati, che in tutto avrebbero creato nei bilanci delle due società plusvalenze fittizie per 25.380.000 euro e che ha consentito alla Procura di sostenere che sarebbe stato indicato un corrispettivo superiore al reale, andando in violazione dell’obbligo di osservanza delle norme federali nonché dei doveri di lealtà, correttezza e probità. Sostanzialmente, il patrimonio netto del Chievo per effetto della realizzazione delle due operazioni si accresce di 2 milioni di euro, corrispondenti alla plusvalenza realizzata al momento della cessione di Parol. Il valore di Mansi, acquisito dal Chievo, viene iscritto avendo come contropartita un debito nei confronti della Lega e pertanto non determina un incremento del patrimonio. I due esperti contestano un altro passaggio fondamentale dell’inchiesta: la Procura stabilisce infatti che ogni calciatore oggetto di scambio vale 50mila euro esponendosi a una quotazione di merito che spetterebbe piuttosto ad ogni società in un libero mercato in sede di calciomercato. Questi numeri porterebbero i tecnici dell’accusa a sovrastimare il patrimonio del Chievo a 29.220.000, sui 31 milioni contestati. Un assist che l’avvocato del Chievo, Marco De Luca, ha ribadito al volo al Tribunale federale nazionale della Figc e al termine del dibattimento. «Le contestazioni della Procura federale sono totalmente infondate. Per i calcoli e per i valori dei giocatori, la Procura federale fa riferimento a certi siti Internet e valori che sono decisamente sbagliati per tutte le transazioni negli ultimi anni. Non vedo perché le abbia potute prendere a riferimento. Valori per ragazzi sotto i 15-16 anni sono valori soggettivi, non oggettivi», spiega l’avvocato De Luca. Facendo riferimento alla Covisoc, il legale clivense ha osservato che la Commissione «entra sempre nel merito e anche quest’anno ha ammesso al campionato il Chievo ritenendo assolutamente regolare la sua posizione a bilancio e gestionale. Più alte sono le richieste e più infondate le ragioni che si portano, questo per fare pressione sui giudici». Il Chievo inoltre ha chiesto l’improcedibilità del processo per un difetto di forma: «Qui c’è un dato di fondo – ha osservato De Luca – che il deferimento non è firmato dal procuratore federale. Questo è un punto fondamentale sul quale avremo le nostre ragioni in questo processo, altrimenti in sede di appello. Il deferimento è firmato da aggiunti, che non sono titolati secondo il codice di giustizia sportiva a firmare i deferimenti a meno che ci sia un caso di impedimento. Oggi ci hanno detto che l’impedimento c’è perché era in ferie, il Procuratore era al mare...». Se così fosse, allora davvero questo nostro calcio è all’ultima spiaggia.

© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: