venerdì 24 dicembre 2010
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La penultima cena, ideata, scritta e recitata da Paolo Ce­voli, è un monologo storico­gastronomico comico-religioso. Con l’ultimo aggettivo che scorre sotto traccia e alla fine domina, ma in puro stile cevoliano, tra para­dossi, doppi-tripli sensi e provo­cazioni. Allo spettatore viene pro­posta un’immersione surreale e spassosissima nella Roma augu­stea e nella Palestina di Gesù viste con gli occhi di Paolo Simplicio Marone, un uomo che coltivava senza scrupoli l’ambizione di di­ventare il cuoco più famoso del­l’impero. Per conseguire quell’o­biettivo tutto diventa lecito, ma proprio quando ha raggiunto il ver­tice della notorietà il suo sguardo incrocia quello di un altro uomo destinato a diventare decisamen­te più celebre, e a segnare indele­bilmente la sua vita: Gesù.Per lui allestisce l’ultima cena, che in realtà sarà solo la penultima. Quella finale infatti la preparerà nelle cucine del Circo Massimo, dove lavora come cuoco dopo a­vere concluso l’avventura palesti­nese, e la servirà ai leoni che il gior­no dopo avrebbero dovuto com­battere contro i cristiani per sol­lazzare il popolo romano. Una li­bagione pantagruelica, fatta appo­sta per stordire le belve, fiaccarne le energie fino a renderle innocue nel momento decisivo, in modo che i suoi amici cristiani possano salvarsi. Il trucco costerà a Paolo Simplicio Marone il taglio della te­sta: un epilogo che traduce nella carne e nel sangue la frase pro­nunciata dal Nazareno che si era stampata nella sua mente: «Non c’è amore più grande di chi dà la vi­ta per i suoi amici». È la fine di un’esistenza condotta in maniera spericolata, all’insegui­mento costante del piacere. «Il pia­cere, la goduria, la ricerca della fe­licità. Chiamalo come ti pare, ma il concetto è lo stesso: l’uomo vuole godere – chiosa Paolo Cevoli-Sim­plicio Marone –. La goduria più grande la proveremo in Paradiso, ma mica possiamo accontentarci di aspettare tutta la vita, noi uma­ni vogliamo assaggiare qualcosa di sostanzioso già su questa terra. E chi può saperlo meglio di un cuo­co, uno che di professione si occu­pa 'del mangiare' e che ha come scopo quello di far godere la gente a tavola? Del resto, nella top ten dei sacramenti il primo posto è per l’Eucarestia, geniale invenzione durante una cena tra amici...».Lo spettacolo che Cevoli sta por­tando in giro per l’Italia, con una serie ininterrotta di 'esauriti' è u­na rivisitazione del cristianesimo fatta alla sua maniera: si ride (pa­recchio), e si medita. Si passa dal­le orge sfrenate nelle ville dei patrizi romani ai miracoli di Gesù che a volte incrociano 'il mangiare' – le nozze di Cana, la moltiplicazione dei pani e dei pesci – e comunque hanno sempre a che fare con la ma­terialità dell’esistenza, alla quale il Nazareno dona nuovo significato. Incontrando Gesù alle nozze di Ca­na, Paolo Simplicio Marone intui­sce che quell’uomo può essere il suo ideale socio in affari («Vedo già l’insegna: 'Ristorante Al Miracolo', cucina tipica, si mangia da Dio»). Ma sono i suoi occhi, è il suo sguar­do che scava, scava, fino a diven­tare una traccia incancellabile che si radica nel cuore e comincia a cambiare l’esistenza.Accade al cuoco romano la stessa cosa accaduta ad Andrea e Gio­vanni, i primi che si sono sentiti di­re «Venite e vedete», e poi a Pietro e a tutti quelli che «lo guardavano parlare». «Molto immodestamente – scherza Cevoli – devo dire che se avessi potuto scrivere un Vangelo, il quinto, il sesto, fate voi, avrei par­lato di sguardi che cambiano la vi­ta. La cosa più importante è come tu guardi una persona, e Gesù ave­va uno sguardo carico di amore per la gente che incontrava. Del resto, anche per fare il comico bisogna voler bene alla gente: la vuoi far ri­dere perché la ami, desideri che chi ti vede goda...«È una legge universale, quella del­l’amore, vale per tutti: non si può essere madri se non si vuole bene ai figli, non si può essere buoni po­litici senza voler bene agli italiani. E tu come fai a fare il giornalista se non vuoi bene ai tuoi lettori? Per restare sul terreno gastronomico, quello che mi ispira di più, penso che per essere un buon comico de­vi imparare da chi prepara le ta­gliatelle al ragù: per farle buone de­vi farle come le faceva mia mam­ma alla pensione Cinzia di Riccio­ne, dove per vent’anni ho lavorato come cameriere. Si parte da ingre­dienti semplici, farina, acqua e uo­va, ma il segreto è la 'mano calda', una cosa che deve trasmettere e­nergia e amore, il che tradotto si­gnifica la capacità di creare un buon impasto. Se la mano non è calda, la tagliatella diventa 'sguin­cia', come diciamo noi romagno­­li, se invece è bella porosa assorbe tutto il sapore del ragù e quando la servi in tavola è un trionfo di sa­pore.«Quando faccio il comico è come se preparassi le tagliatelle: parto da­gli ingredienti di base che la realtà mi mette a disposizione, persone, storie, incontri e ci metto la 'ma­no calda' per fare l’impasto e tra­sformarli in battute saporite, pun­tando a far ridere la gente, a farla godere. Lo scopo non è godere da solo, ma far godere chi ti vede. Il comico non esiste senza rapporto con gli altri. Pensa che tristezza mangiarsi le tagliatelle da solo...».Obiezione: la rappresentazione del cristianesimo come qualcosa di go­dereccio non rischia di sembrare dissacrante e di scandalizzare quanti indicano la via della 'ri­nuncia al mondo' come la strada privilegiata per seguire Gesù? Ce­voli scuote la testa: «Il cristianesi­mo dei rinunciatari è una bufala, anche se va molto di moda in un certo mondo cattolico e piace a chi pensa alla vita come a un codice da rispettare, a una serie di omissis. Il cristiano, come ogni uomo, desi­dera la felicità, non si accontenta delle parole, vuole i fatti.«Duemila anni fa quello che ha co­minciato tutto ha detto chiaro che per chi lo segue c’è 'il centuplo su questa terra', e la cosa continua a rimanere valida. Per tornare alla mia metafora preferita: ti posso rac­contare la tagliatella finché voglio, ma non ti convincerò della sua bontà finché tu non l’assaggi. Se la mangi, ti convince più di un libro di cucina. Non serve fare la réclame di Gesù, bisogna che gli uomini si mettano a tavola con noi e mangi­no le tagliatelle».
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