Neuroscienze. Il cervello «potenziato»


Andrea Lavazza martedì 7 febbraio 2017
Quello della stimolazione cognitiva è uno dei temi oggi più affascinanti. Michela Balconi spiega le ultime tecniche, ma anche gli effetti: «Un’arma a doppio taglio C’è molta strada da fare»
Il cervello «potenziato»

Un filone di ricerca di farmacologia, psicologia e neuroscienze, che affascina il pubblico e che unisce diverse competenze scientifiche, è quello del potenziamento cognitivo. È stato anche uno dei temi al centro del recente congresso della Società Italiana di Psicofisiologia tenutosi all’Università Cattolica. Michela Balconi, docente di Neuropsicologia e Neuroscienze Cognitive proprio all’Università Cattolica di Milano, è stata l’organizzatrice del congresso e lavora su questa delicata frontiera con una sua équipe di ricerca.

Professoressa Balconi, quali sono i contorni della sfida di potenziare l’essere umano?

«Oggi quello del potenziamento cognitivo e neurocognitivo è un tema centrale non solo del settore neuroscientifico, ma anche di ambiti limitrofi come quello dello sport e dell’apprendimento nei contesti scolastici. La notevole portata delle nuove tecniche di potenziamento è determinata dalla possibilità di impiegare specifici apparecchi che agiscono direttamente sull’attività del nostro cervello. Per fare solo un esempio, la tecnica della Stimolazione Magnetica Transcranica ( TMS) è in grado di produrre effetti di “potenziamento cognitivo” a partire dall’applicazione di uno specifico stimolatore magnetico che agisce direttamente sull’eccitabilità corticale».

La professoressa Michela Balconi, Università Cattolica del Sacro Cuore (Fotogramma'Nicola Marfisi)

La professoressa Michela Balconi, Università Cattolica del Sacro Cuore (Fotogramma/Nicola Marfisi)


Da più parti si segnalano anche aspetti problematici e critici nell’idea di modificare le persone per aumentarne le prestazioni. In che misura e in che modo anche gli scienziati devono farsi carico degli aspetti etici?

«Tali tecniche possono produrre indubbi benefici potenziando le funzioni mentali o prevenendone il decadimento possono costituire un’arma a doppio taglio. “Modificare” l’attività degli individui a partire dalle strutture cerebrali significa anche inevitabilmente produrre effetti sul loro stile di vita, le loro abitudini e le loro relazioni. Ciò, malgrado le finalità intrinsecamente benefiche, può comportare profonde interferenze con il normale svolgimento delle nostre attività quotidiane. Facciamo alcuni esempi. Può favorire differenziazioni tra individui (tra chi ha accesso a tali forme di potenziamento e chi no), tra contesti culturali (culture che ne approvano la pratica e culture che, al contrario, la rifiutano) e tra generazioni (in quale fase dello sviluppo o del decadimento dobbiamo intervenire?) ».

Il potenziamento cognitivo richiama anche il recente connubio tra neuroscienze e sport. Come si va definendo? Che prospettive e che eventuali rischi si vedono all’orizzonte?

«È indubbio che anche il settore dello Ilsport e delle neuroscienze dello sport sia molto interessato all’utilizzo di queste tecniche. Già in passato il settore sportivo ha ampiamente attinto dalla ricerca neuroscientifica al fine di sfruttare i meccanismi di apprendimento implicito indotto da tecniche come il biofeedback (che sfrutta l’attività nervosa periferica del nostro organismo per produrre forme di condizionamento operante nel soggetto) o il neurofeedback (che, sfruttando meccanismi analoghi, utilizza l’attività oscillatoria cerebrale). L’avvento delle tecniche di neurostimolazione (come la TMS) e di neuromodulazione (come la Stimolazione a Corrente Diretta, tDCS) ha introdotto nuove prospettive per i diversi settori sportivi, poiché tali strumenti consentono di intervenire nella preparazione degli sportivi agendo come “potenziatori” dei sistemi cerebrali che si apprestano a guidare la performance. Un aspetto da considerare è anche la parziale “invisibilità” di tali tecniche che, diversamente dagli interventi farmacologici, non sono attualmente monitorabili né controllabili, proprio perché ad azione silente».

Potenziare significa aumentare le prestazioni nei sani e nei giovani, ma negli anziani può voler dire mantenere un livello cognitivo che andrebbe naturalmente declinando. Come si traduce ciò nella ricerca e nelle applicazioni cliniche?

«Recenti ricerche ci dicono che l’applicazione delle tecniche di neurostimolazione e di neuromodulazione può essere un percorso di prevenzione o di riabilitazione efficace non solo poiché interviene direttamente sulle strutture cerebrali in parte destinate al declino, ma anche perché agisce come “stimolatore virtuale” su individui che tendono a ridurre le proprie attività cognitive e sociali con l’avanzare dell’età. In una recente ricerca condotta dalla Research Unit in Affective and Social Neuroscience dell’Università Cattolica da me diretta è emerso come in una popolazione di anziani (over 65 e fino alla fascia degli 80 anni) l’applicazione sistematica di tDCS per un periodo di circa 3 mesi a cadenza bisettimanale non solo migliori le prestazioni di memoria ed esecutive (le funzioni che regolano il nostro comportamento finalizzato e le nostre azioni) ma induca anche un generale miglioramento della qualità di vita, stimolando i partecipanti a riprendere attività precedentemente abbandonate e a ricostruire percorsi di socializzazione, grazie al ripristino di livelli di motivazione più elevati».

Se anche non diventeremo più intelligenti e creativi, esercitare la mente in modo appropriato è un prezioso investimento per il futuro. Che cosa ci suggeriscono le scoperte più recenti?

«Grazie a meccanismi di plasticità cerebrale, il nostro cervello è predisposto a mantenere e rafforzare costantemente le funzioni cognitive – come memoria, attenzione e ragionamento. Infatti, sul piano strettamente neuropsicologico, vi è evidenza che la struttura corticale e i network sinaptici sono oggetto di costante evoluzione e riorganizzazione, creando sinergie sempre nuove. L’idea alla base della stimolazione neurocognitiva su cui si fondano le tecniche di potenziamento è che, nella progressione del ciclo di vita, l’attività neuronale mantenuta nelle sue potenzialità originarie porti a un mantenimento delle funzioni cognitive. In accordo con le evidenze relative ai processi di plasticità cerebrale, la riattivazione dei network che mediano tali funzioni può consentirne il potenziamento costante. A differenza delle metodiche tradizionali, le tecniche più recenti conciliano l’esecuzione di compiti con il pre-potenziamento di circuiti neuronali specifici».

Dalla cosiddetta Brain Fitness a sostanze e apparecchi annunciati come miracolosi, sembra che vi siano spesso aspettative eccessive dalla scienza e che qualcuno tenti anche di approfittarsene. Come ci si può orientare in questo ambito se non si è esperti? «A conclusione di tutto quanto detto, occorre prestare molta attenzione alle facili generalizzazioni sulla “miracolosità” di queste metodiche, sia per non produrre false aspettative sia per sottolineare la necessità di introdurre regole chiare e condivise in un settore emergente. Da un lato, infatti, occorre fare ancora un pezzo di strada prima di poter affermare con certezza che queste metodiche siano efficaci sempre e allo stesso modo per ogni individuo. Dall’altro, occorre sollecitare a breve l’intervento di una regolamentazione (o ancora meglio di una legislazione) che fornisca linee guida chiare e definite circa i soggetti coinvolti in tali trattamenti, sia per individuare la popolazione più adatta a iniziare il percorso di potenziamento in queste fasi germinali della ricerca, sia per definire quali competenze certificate debbano possedere coloro che esercitano l’intervento».

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