mercoledì 10 gennaio 2018
Arriva in sala l'agrodolce “Benedetta follia” di Carlo Verdone: «Come diceva Sordi, ormai è sempre più difficile far ridere, l’Italia ha perso il senso del ridicolo»
Carlo Verdone e Lucrezia Lante della Rovere in "Benedetta follia"

Carlo Verdone e Lucrezia Lante della Rovere in "Benedetta follia"

Se a metà degli anni Novanta il motto era «famolo strano», oggi, a oltre un ventennio di distanza, le regole e le ritualità dell’amore le dettano i social. Questo è il tema intorno al quale ruota il nuovo film di Carlo Verdone Benedetta follia, da domani nelle sale, riflessione agrodolce sulla solitudine di una società che aggiorna ossessivamente tutto, dai software ai sentimenti.

Nel film Verdone interpreta Guglielmo, uomo di specchiata virtù e fedina cristiana immacolata, proprietario di un negozio di articoli religiosi e abbigliamento per vescovi e cardinali. Da venticinque anni è sposato con Lidia (Lucrezia Lante della Rovere) che però decide di andarsene proprio nel giorno del loro anniversario, stanca di quel marito polveroso.

Guglielmo, sotto shock, non si rassegna, ma poi nel suo negozio arriva Luna (Ilenia Pastorelli), ragazza di periferia sfrontata e travolgente, volenterosa ma incapace anche di parlare in italiano corretto, decisa a diventare la nuova commessa del negozio, ma anche a trovare una nuova compagna per il suo depresso principale. Per questo lo iscrive a Lovit, social dedicato agli incontri amorosi, e Guglielmo scoprirà il sorprendente mondo degli appuntamenti al buio popolato da eccentriche donne in cerca dell’anima gemella (Paola Minaccioni, Francesca Manzini, Elisa Di Eusanio). Alcune serate saranno davvero disastrose, ma poi ci si mette il caso (con il volto di Maria Pia Calzone) a riaggiustare le cose.

Sono trascorsi 38 anni da quando Verdone esordiva sul grande schermo con Un sacco bello e attraverso tutti i suoi film abbiamo osservato i cambiamenti della società, debolezze, nevrosi e virtù degli italiani sempre alle prese con nuove sfide e fallimenti. Diventando, anche in questo, il degno e unico erede di Alberto Sordi. I personaggi da lui creati hanno plasmato l’immaginario di un pubblico vastissimo, coniato neologismi, influenzato il linguaggio comune, dato vita a dei tipi che è assai facile ritrovare nella realtà di tutti i giorni.

Questa volta ritroviamo un Carlo malinconico (anche se lui ha detto «c’è meno malinconia in questo film») comunque nostalgico, che guarda a quello che era negli anni Ottanta (nel flash back sulla sua giovinezza rivediamo in controluce i suoi mai dimenticati coatti e spacconi), che fa i conti con le sfide della modernità, ma che ha ancora voglia di godersi i piaceri della vita e dell’amore, quello vero.

Nel film, sceneggiato con i più giovani Nicola Guaglianone e Menotti, non tutto è freschissimo. Ma poi arriva un tocco di struggente poesia o una battuta esilarante e il film ricomincia a marciare. La coppia Verdone-Pastorelli (l’attrice è alla sua seconda interpretazione dopo Lo chiamavano Jeeg Robot, che le ha regalato un David di Donatello) funziona bene. «Ilenia è l’attrice che ho meno diretto nella mia vita – racconta Verdone – perché ha già spontaneamente gestualità e tempi perfetti. Nella scrittura naturalmente ci siamo ispirati anche a lei, ma questa ragazza ha il grande dono di saper nascondere l’arte».

Nel film un sogno lisergico di Guglielmo diventa un balletto psichedelico coreografato da Luca Tommassini. «Una fonte di ispirazione è stato il film dei Coen Il grande Lebowsky – dice Verdone – ma filtrato attraverso la tradizione del nostro Antonello Falqui». E aggiunge: «Oggi è decisamente più difficile far ridere perché ormai, come diceva Sordi già 40 anni fa, l’Italia ha perso il senso del ridicolo. Ma nonostante la rabbia e la paura che costituiscono una cappa sulla nostra testa, io non ho perso la voglia di osservare e raccontare la fragilità e la poesia delle persone che mi stanno intorno».

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