sabato 17 febbraio 2018
Dal rischio di fallimento al risanamento del bilancio: evitato il declassamento dello storico teatro di Genova. Il sovrintendente Roi: «Il 2018 sarà in pareggio grazie a tutti, artisti e personale»
Una scena dell'opera lirica “Miserie e nobiltà” di Marco Tutino che debutterà al Carlo Felice il 23 febbraio

Una scena dell'opera lirica “Miserie e nobiltà” di Marco Tutino che debutterà al Carlo Felice il 23 febbraio

«Non è detto che chi scende in campo sia per forza il migliore. L’importante è che sia l’uomo con le caratteristiche più adatte per affrontare la partita». Per raccontarsi Maurizio Roi usa una metafora calcistica. L’uomo in campo è lui. L’“allenatore” che lo ha schierato, nel 2014, è stato l’allora sindaco di Genova Marco Doria: «Non ci conoscevamo. Ci siamo incontrati ad un dibattito e mi ha chiesto di entrare nella sua squadra». Roi aveva già vinto diverse sfide, quella di Ater, in Emilia Romagna, e soprattutto quella della fondazione Arturo Toscanini, risanata e rilanciata prima come presidente e poi come sovrintendente. A Genova la “partita” per la quale ha vestito (e veste ancora, smentite le voci di una sua candidatura nelle liste del Pd alle prossime elezioni) la maglia di attaccante è quella per salvare il Teatro Carlo Felice dal fallimento.

Sovrintendente Roi, siamo ormai vicini al novantesimo minuto. Quale il risultato?

«Direi che la partita è vinta. Il fallimento è scongiurato così come il declassamento. Certo incassata la vittoria dobbiamo continuare a lavorare perché siamo ancora in una fase di risanamento e soprattutto stiamo approntando gli schemi per costruire il teatro di domani. Nel 2014 il Carlo Felice a fronte di un valore della produzione di 17 milioni e 538mila euro perdeva 8 milioni e 324mila euro. Dal 2016, grazie ad entrate straordinarie, abbiamo iniziato il cammino verso il pareggio di bilancio riducendo il disavanzo a 3milioni di euro. Nel 2018 dovremmo centrare l’obiettivo pareggio dopo aver chiuso il 2017 con un piccolo disavanzo: 21 milioni e 400 mila euro di bilancio con 2milioni 420 mila che arrivano dalla biglietteria, 15 milioni 827mila da contributi pubblici e 2 milioni 140mila da contributi privati».

Quale la strategia?

«Sono arrivato a Genova in un periodo caldo, contratti di solidarietà e scioperi ripetuti. E ho trovato il deserto: tutti i dirigenti erano andati via perché il Carlo Felice, così come la città, stava vivendo una crisi di identità, non era più il centro della vita culturale e aveva perso il rapporto con il territorio. C’era però un’ottima squadra tra artisti e personale amministrativo. Ho voluto puntare su di loro e ho trovato una grande disponibilità a col- laborare, accettando anche sacrifici: la tredicesima del 2017, ad esempio, siamo riusciti a pagarla solo il mese scorso, e per contenere i costi è stato stipulato un accordo di flessibilità con orchestra e coro per rimettere ordine negli organici. Il costo del personale è passato dai 16 milioni del 2014 a 14 milioni e mezzo di euro del 2017. E se il noleggio del teatro porta nelle nostre casse circa 800mila euro, resta una voce troppo alta, quella delle spese di gestione: paghiamo 2 milioni e 200 mila euro di utenze perché il Carlo Felice è un edificio fatto senza criteri di risparmio energetico. Interverremo come abbiamo fatto per rendere operativa al 100% la macchina scenica».

Il Carlo Felice ha usufruito della legge Bray.

«Ma nelle nostre casse non sono ancora arrivati tutti i fondi: abbiamo ricevuto una prima tranche di 7 milioni di euro con la quale abbiamo saldato il debito previdenziale, attendiamo altri 6 milioni che ci serviranno per pagare i fornitori. La legge Bray arriva alla fine di un periodo di crisi per il settore, ma se ora non si fa una legge di riforma tutto è stato inutile».

Un promemoria per il prossimo ministro della cultura?

«L’Italia deve chiedersi a chi vuole affidare il patrimonio lirico, strumento culturale con il quale trasmettiamo la nostra lingua. Sono le fondazioni il veicolo principale? Se la risposta è sì queste devono produrre lirica, tanta lirica, commissionare opere, investire sulla formazione dei giovani. Penso che occorra uno stacco netto rispetto al passato perché i nostri teatri siano davvero servizio pubblico».

Dove ha maturato questa visone?

«Sul campo, quando ero amministratore, sindaco a Lugo di Romagna. Ho sempre pensato che il teatro sia lo specchio di una società. Ecco perché occorre interrogarsi sulla funzione di un teatro su un territorio, formulando risposte che variano da città a città. Occorre un’offerta colta e popolare, capace di rappresentare tutti: il Carlo Felice è un polo culturale che ospita una casa d’opera, ma dove trova spazio tutta la musica della città. Un compito che chiede una responsabilità maggiore perché si gestiscono soldi pubblici: il pareggio di bilancio e l’efficienza amministrativa sono precondizione, non conseguenza di una buona amministrazione. Accanto al risanamento dei conti, necessario e imprescindibile, occorre una progettualità culturale: questo è un risanamento che chiede più tempo, ma che garantisce un futuro alle nostre istituzioni».

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