venerdì 18 maggio 2012
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«Un film sulla riconciliazione. La riconciliazione tra uomini e donne, padri e figli, fratelli e sorelle, esseri umani e animali». Con queste parole Matthias Schoenaerts spiega il senso del film di cui è protagonista insieme a Marion Cotillard (star francese e internazionale), De rouille et d’os, diretto da Jacques Audiard e primo dei film francesi in competizione qui a Cannes. Ambientato sull’assolata costa francese il film è la storia cruda e brutale, ma mai morbosa, di un amore nato in seguito a una tragedia. Ali si ritrova improvvisamente senza casa e senza lavoro, con un figlio di cinque anni che forse conosce appena. Rifugiatosi dalla sorella, l’uomo trova lavoro come buttafuori in un night club. Ed è proprio qui che presta soccorso a Stephanie, bella e terribilmente sicura di sé. Stephanie addestra le orche di un parco acquatico e un giorno, durante uno show, accade l’impensabile. Un’orca salta dove non dovrebbe e le si ritrova in ospedale senza più le sue belle gambe. Seguiranno mesi di depressione, nel buio di un appartamento su una sedia a rotelle. Fino a quando Ali non ricompare nella sua vita. La loro non sarà però una convenzionale e romantica storia d’amore: Ali, che ha cominciato a sbarcare il lunario combattendo a mani nude, non è esattamente un gentiluomo e Stephanie è un continuo shock con i suoi moncherini, creati da tecnologie digitali ormai alla portata di qualunque regista. Il percorso di entrambi sarà lungo e tortuoso e solo quando un’altra tragedia verrà sfiorata i due saranno forse pronti ad amarsi davvero. Non tutti i tasselli vanno a posto in questo film che non affronta forse con la dovuta profondità i temi messi a fuoco (la menomazione di lei, ad esempio meritava qualche riflessione in più), ma Audiard sa come costruire un racconto avvincente, non sempre coerente, ma capace di inchiodare il pubblico alla poltrona. «All’inizio della storia – dice il regista – Stephanie è una principessa arrogante e Ali è unicamente concentrato sulla propria forza fisica. Dopo l’incidente lei scoprirà come aprirsi agli altri, e lui, alle prese con il momento più drammatico della sua vita, imparerà a dire "ti amo". Due persone intrappolate in una difficile situazione scoprono dunque la forza dei sentimenti e la dimensione della propria umanità proprio grazie al dolore che sono costretti ad attraversare». Drammaticamente attuale, ma artisticamente non riuscitissimo After the Battle di Yousry Nasrallah mette invece in scena la "primavera araba" mescolando la dimensione storica con quella personale di alcuni personaggi, seguendo la lezione di Roma città aperta di Rossellini. Il film racconta l’incontro tra una giovane donna militante rivoluzionaria e uno dei "cavalieri di piazza Tahrir" che il 2 febbraio 2011, manipolati dal regime di Murabak, parteciparono alla repressione dei manifestanti, tentando di andare oltre le solite immagini stereotipate della rivolta che hanno invaso i notiziari e i social network per mesi e riflettendo su cosa sia quella dignità umana rivendicata dal popolo insieme al pane e alla libertà.  E lo fa mescolando realtà e finzione, con uno stile che spesso rimanda a quello delle soap opera. Un vero e proprio pugno nello stomaco infine Paradise: Love dell’austriaco Ulrich Seidl (il suo precedente Canicola era stato detestato da Moretti giurato a Venezia), prima parte di una trilogia dedicata, in modo anche provocatorio, a carità (in questo film), fede e speranza. Una donna non più giovanissima, in Kenya per una vacanza, diventa una delle Sugar Mamas, le europee che in Africa comprano l’"amore" di giovani ragazzi neri pronti a vendere tutto, dalle collanine al proprio corpo. Disperato, spesso grottesco, ma non compiaciuto, il film mostra tutto lo squallore di una società, quella occidentale, arrogante, crudele e violenta, convinta che tutto abbia un prezzo. Il regista, con sguardo da entomologo, non risparmia scene esplicite di sesso, tra corpi flaccidi che rimandano a una decadenza tutta interiore, e alla fine scatta l’applauso perché forse per tanta miseria non può esserci che compassione.
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