venerdì 1 febbraio 2019
Nella città spagnola, dove l’Africa si presenta con le sue speranze e contraddizioni, l’Europa mostra antiche chiusure e segni di un dialogo necessario, specie in un tempo che di nuovi nazionalismi
Cadice vista dal tetto di una chiesa (Maurizio Fantoni Minnella)

Cadice vista dal tetto di una chiesa (Maurizio Fantoni Minnella)

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Dalla sommità delle fortificazioni di Tarifa, città bianca andalusa, si vede l’orizzonte chiuso della terra africana: da una parte c’è Tangeri dove ancora oggi resiste il mito di Paul Bowles, ossia del Marocco visto da uno scrittore americano inquieto e vagabondo, dall’altra Ceuta dove dietro sbarre alte come palazzi ci si difende a colpi di manganello, dalle folle di migranti che premono sui confini per entrare in Europa, tanto sognata quanto in realtà "lontana" nel suo essere costantemente sospesa tra ostilità e accoglienza.

Tarifa, che suona come un nome arabo di donna, è il punto d’incontro tra due mari, il Mediterraneo e l’Atlantico, ma al tempo stesso il confine tra due mondi, due civiltà, l’araba e la cristiana. Parlare di confini, di frontiere oggi può perfino apparire di moda, sia che se ne esalti l’assoluta necessità, sia che se ne lamenti l’oggettivo pericolo. Tuttavia, da queste parti la memoria collettiva della Reconquista, della definitiva cristianizzazione delle terre andaluse e quindi dell’intera Spagna (1492) è ancora non solo assai viva, ma col nuovo vento nazional-populista che si agita in una terra sino a ora a guida socialista, portando con sé non solo i fantasmi più tetri del franchismo, ma anche quelli della croce e della spada, ora sembra rivolta alle migrazioni del ventunesimo secolo.

Questo spiega, anche se solo in parte, la scarsa presenza d’immigrazione africana come di edifici di culto religioso islamico nelle antiche terre arabo andaluse di Cadice, Jerez de La Frontera, Arcos de La Frontera ma anche in grandi centri come, ad esempio, Siviglia. Si pensi, dunque, al paradosso secondo il quale, mentre si andava scoprendo il Mondo Nuovo (con tutto ciò che tale evento ha comportato in fatto di sterminio di intere popolazioni), si cacciava in fondo al Mediterraneo una cultura testimone di una civiltà raffinata basata sul principio di tolleranza tra i culti religiosi.

La tendenza dilagante ormai in tutta Europa a rinserrarsi entro i propri confini territoriali, rimette prepotentemente in gioco il concetto di nazione, resuscitando quel sentimento di intolleranza verso la diversità che si pensava superato, ma che in realtà covava sotto le ceneri dell’illuminismo, del pensiero marxista e anche di un’ideologia liberale che oggi cede piuttosto il passo a un neoliberismo sfrenato che sempre di più marcia verso un vicolo cieco che da solo potrebbe portare in un tempo non troppo lontano a una razionalizzazione dell’intolleranza e quindi, a una forma di regime totalitario o di democrazia illiberale come oggi vengono chiamati quei regimi parlamentari (un esempio su tutti, quello ungherese di Viktor Orban) in cui tutto il potere è concentrato nel partito del presidente.

Ci immergiamo nella luce cristallina di Cadice, circondata interamente dal mare. Dalle sue rive partì Cristoforo Colombo col figlio Fernando per il suo quarto e ultimo viaggio nel Nuovo Mondo. Una brezza atlantica, soave e leggera penetra fin dentro il monotono tessuto urbano composto da un’implacabile griglia ortogonale di stampo militaresco che nel XVIII° secolo, quando Cadice prese il posto di Siviglia nel ruolo di controllo dei commerci con l’America Latina, sostituì grandiosamente la vecchia e minuscola città medievale, diventando un modello urbanistico per le città del Nuovo Mondo, prima fra tutte Santo Domingo, poi Antigua e molte altre.

I resti del teatro romano di Cadice (Maurizio Fantoni Minnella)

I resti del teatro romano di Cadice (Maurizio Fantoni Minnella)

Eppure nell’osservarla dall’alto di un terrazza d’albergo, come per un inganno ottico, sembra di sorvolare i tetti di Tunisi o di Algeri senza che sotto di essi vi sia alcun labirinto. Solo strade diritte e traverse, pianificate a tavolino da una mente militare. Nel vagabondare lungo le interminabili vie rinserrate da file di palazzi riconoscibili dalla graziosa, costante presenza di verande aggettanti dipinte di bianco, ogni tanto ci si ritrova in una piazza la cui bellezza e serenità invitano alla sosta. Sarà la presenza di una natura lussureggiante fatta da ficus giganti e da arbusti sempreverdi e dalla compostezza dell’architettura che su di essa si affaccia, a indurre a sedersi e a riflettere come un secolo fa capitava al grande compositore Manuel De Falla che era nato nel 1876 in una di queste piazze.

Se lui udiva i suoni della propria anima, noi al contrario, ripensiamo alle ragioni che oggi allontanano i popoli da quei principi di conoscenza dell’altro e di tolleranza che in passato hanno permesso alla civiltà mediterranea di crescere, di intrecciare storie, pensieri, suoni e architetture (i soli elementi del paesaggio Tarifa, che suona come un nome arabo di donna, è il punto d’incontro tra due mari, l’Atlantico e il Mediterraneo, ma al tempo stesso il confine tra due civiltà, quella araba e quella cristiana urbano che consentono una lettura complessa degli intrecci e delle contaminazioni culturali avvenute attraverso i secoli), da costa a costa, da nazione a nazione.

Se assistiamo oggi al tentativo di separare tra loro le diverse culture, nel nome dei particolarismi e dell’egoismo individualista, lo dobbiamo a una duplice paura, quella dell’atomizzazione della società, per usare una definizione cara al sociologo di origine polacca Zygmunt Bauman, teorico della cosiddetta "società liquida", senza più classi né difese sociali, sempre più in balia del mercato, e quella di una possibile intrusione-invasione dell’altro, di colui che per definizione ci è estraneo (dietro il quale si vuole pensare si nascondano strategie occulte come ad esempio, l’islamizzazione dell’Occidente) e che assume sempre di più connotati di razza (i neri) e di religione (l’islam) e a cui, infine si vuole rispondere con un armamentario tanto più logoro quanto imbarazzante che può solamente riflettere un deficit di civiltà laddove l’uomo, il cittadino, ancora una volta, nel credersi protagonista, sicuro delle proprie scelte, in realtà si scopre pedina, strumento di un gioco politico ben più grande di lui cui difficilmente vorrà e potrà sottrarsi.

La facciata della cattedrale di Cadice

La facciata della cattedrale di Cadice

Oggi il diritto di appartenenza a una comunità nazionale si è trasformato in diritto di esclusione dell’altro, la cui esistenza e destino appartengono di fatto a un altrove sconosciuto, oggetto di una sistematica rimozione. Nel perimetrare, infine, l’area urbana in tutta la sua estensione con un occhio rivolto all’Oceano e con l’altro alla città raccolta nel proprio guscio reticolare, finalmente si giunge in prossimità dell’enorme cattedrale, col suo susseguirsi di absidi e di cupole, abbacinante per la povertà delle superfici interne. Ma la sua facciata borrominiana tutta curve e spigoli, non è rivolta verso il mare, verso l’orizzonte ma verso la città.

Non lontano da quel luogo di fede, guardando più a fondo, su di uno slargo insignificante si scopre una lapide accompagnata da una piccola barca ormeggiata in un’aiuola coperta da ciottoli bianchi dove è scritto: «En memoria de quienes buscando la vida, encontraron la muerte». E poi: «No ha sido el mar, hermanos. Hermanas, non ha sido el mar». (In memoria di coloro che, inseguendo la vita, trovarono la morte. Non è stato il mare, fratelli. Sorelle, non è stato il mare).

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