giovedì 12 ottobre 2017
Per numero di lettori siamo tra gli ultimi in Europa e la crisi non sembra superata. Alla Fiera del Libro si prova a fare rete. Ma dalla politica manca sempre una risposta organica
Lo Spazio Italia alla Fiera del Libro di Francoforte

Lo Spazio Italia alla Fiera del Libro di Francoforte

L’inaugurazione della Buchmesse si era chiusa all’insegna del «facciamo di più per il libro», rivolto soprattutto ai politici europei. Era il monito del presidente degli editori tedeschi Heinrich Riethmüller: «L’ora del libro è adesso», non possiamo più aspettare. Un ritornello che esce anche dalla bocca del presidente dell’Aie, l’associazione degli editori italiani, Ricardo Franco Levi che, presentando ieri dati e prospettive del libro nel Belpaese, ha detto che i politici devono impegnarsi per dare all’Italia una legge organica del libro, sul genere di quella del cinema. «In fondo – ha ricordato Levi – anche il cinema deve molto al libro». E con orgoglio ha premesso che quella del libro «è la prima industria culturale del Paese, una industria che vale due miliardi e settecento milioni di euro in fatturato: dodici volte quello che realizza la musica e sette volte il cinema».

Le prospettive secondo alcuni analisti del mercato e della situazione in Italia non sono però così promettenti. Levi sa che è presto per cantare vittoria ma è convinto che il mondo editoriale italiano abbia finalmente «ritrovato l’armonia facendo perno sull’Aie, i cui editori valgono il 90% del fatturato complessivo del comparto. E poi – aggiunge Levi – l’Aie promuove due fiere del libro ogni anno, a Roma e a Milano, e c’è il grande salone di Torino oltre a una miriade di festival, da Mantova a Trento, Milano, Modena, Sarzana, Napoli, Roma e altri ancora».

Tuttavia i dati di crescita dell’editoria italiana sono lenti e minimi, si parla di un più 1% nell’anno in corso (analogo a quello della Germania, ricordato ieri da Riethmüller). L’impressione è che si voglia mostrare ottimismo pur essendo consapevoli che vi sono problemi non soltanto strutturali, ma anzitutto culturali che rendono la ripresa dell’editoria un terno al lotto.

Se in la crisi ha messo alle corde l’editoria un po’ ovunque, per l’Italia, Paese dove si è sempre letto molto poco, la questione è più «preoccupante»: questo l’aggettivo usato da Levi che così lo spiega: «Siamo in fondo alla classifica di tutta Europa quanto a numero di lettori. Un tasso di lettura che non è accettabile e tende addirittura a scendere. Nel 2016 meno 3,1%». Il tasso di lettura medio in Italia si attesta così al 40,5%; basso, troppo basso. Basti pensare al 62,2% della Spagna, al 68,7% della Germania, al 73% degli Stati Uniti, all’84% della Francia, paese di grandi lettori come sappiamo: batte tutti la Norvegia con un tasso del 90%. In breve, dall’inizio della crisi il tasso di lettura nel Belpaese è sceso del 10%: dato impressionante, non c’è dubbio. Fummo un Paese di santi navigatori e poeti, stiamo diventando un Paese di analfabeti e ignoranti mentre anche santi e navigatori sono in calo.

In sostanza sono i lettori forti (come sempre) a fare argine a questa caduta libera della lettura in Italia. Che fare? Classica domanda cui dovrebbero seguire rivoluzioni. Quali? «Fare di più sul piano pubblico», cioè dare agli editori la tanto sospirata legge organica. Basterà? Sarebbe certo qualcosa, ma come sappiamo fatta la legge in Italia subito si trova l’inganno, così infatti è accaduto con la legge del 2011 che porta il nome dell’attuale presidente Aie, quella che doveva regolare gli sconti al 15% e solo in certi periodi dell’anno, ma che è stata ed è sistematicamente bypassata e scontenta tutti (a cominciare dai librai).

Il presidente degli editori tedeschi aveva rivolto l’appello alla sua cancelliera, la signora Merkel, perché il nuovo governo si dia da fare per favorire una editoria più varia nelle forme e più innovativa. Levi, che dopo la conferenza stampa ha diffuso il comunicato con le sue analisi dettagliate, scrive che serve «un lavoro di squadra con le istituzioni» che gli editori stanno facendo, almeno alcuni, con le scuole. Secondo Levi è lì che si deve puntare, sulle scuole «fin dall’infanzia e poi in ogni ordine e grado». Il dato interessante e forse lapalissiano è questo: nelle famiglie di lettori anche i figli leggono (65%) mentre nelle famiglie di non lettori il dato cade drasticamente (27%). Dunque la scuola, ma anche genitori un po’ meno “capre” come direbbe il cattivo maestro Vittorio Sgarbi. «Potenziare le biblioteche scolastiche», aggiunge Levi, ma sarebbe bene montare anche qualche scaffale nelle case dove fra computer, tablet e televisione il libro quando c’è al massimo serve a riempire i buchi sulla parete del salotto.

Anche l’editoria cattolica è in prima linea: grande stand del gruppo San Paolo, impegno della Lev e dei Musei Vaticani che quest’anno alla Buchmesse si trovano nel settore italiano, così come non mancano Jaca Book, le Dehoniane, Morcelliana e Queriniana, Claudiana e Vita e Pensiero. A Francoforte prima della crisi c’erano editori italiani, anche cattolici, che tornavano dalla Buchmesse avendo in saccoccia il fatturato dell’anno in corso con vendita di diritti e coedizioni. Il vento è cambiato da un decennio e occorre rinnovare il modo di pensare i libri italiani da portare all’estero.

Il console italiano, presente alla conferenza stampa dell’Aie al posto del ministro Franceschini, ha detto che i tedeschi hanno un rapporto con la cultura italiana ancora oggi quasi romantico. Amano il libro italiano. I dati delle traduzioni in tedesco però sono abbastanza modesti: il totale dei titoli italiani oggi tradotti è circa settemila, ancora poco per credere che i tedeschi abbiano questo “desiderio di Italia” così acceso. Forse per i monumenti e l’arte (quella più classica che ha sempre attirato i tedeschi per il loro sogno neoellenico), ma sul libro c’è ancora molto da fare per poter esultare e affermare una corrispondenza di amorosi sensi dei tedeschi per la nostra editoria.

E allora Levi svela il suo di sogno più o meno segreto: «Riuscire a riportare l’Italia a Francoforte come Paese ospite», onore che non gli viene tributato da trent’anni. Non sarà cosa semplice, né immediato. Ma, a proposito di impegno delle istituzioni pubbliche per l’editoria – Levi ha ricordato che i governi hanno sempre fatto poco per il libro, mentre le regioni, anche per interesse identitario, sono quelle che hanno fatto di più a tutt’oggi –, perché il nostro attuale ministro del Mibac (o quello che verrà col prossimo governo) non fa il salto di qualità e, come i francesi, non istituisce un Centro nazionale del Libro che sostenga in varie forme l’editoria italiana finanziando traduzioni e iniziative, anche interne, per accrescere i modi e le occasioni della lettura? A suo modo potrebbe diventare il Cln che combatte la guerra più giusta per un Paese che vuole stare sulla scena europea con un forte prestigio: quella contro l’ignoranza dilangate fra grandi e piccini.

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