mercoledì 16 dicembre 2015
​Il grande storico e studioso del pensiero medievale e moderno rilegge il legame spirituale che univa cielo e terra quando la scienza non aveva ancora imposto un mondo a propria somiglianza.

Il fenomeno che oggi si presenta come il problema dell’inquinamento luminoso non è veramente nuovo. Esso ha inizio nel XIX secolo, con l’introduzione dell’illuminazione pubblica nelle grandi città d’Europa e d’America. Il gas, poi l’elettricità ricreano durante la notte delle condizioni il qualche modo simili al giorno. La loro estensione allo spazio pubblico attenua la differenza tra la casa e la strada o la piazza. Il cittadino non deve più rinchiudersi in casa sua una volta che la notte è calata. Può circolare ad ora tarda, con poco timore di perdersi o di essere seccato. La luminosità artificiale ha quasi lo stesso effetto della luce naturale: il giorno, la luce viva del sole rende invisibili i piccoli lumicini delle stelle; allo stesso modo, i lampioni e i lampadari li cacciano via gradualmente dalla notte che li ripara.

Gli scrittori sono i primi a notarlo: l’eroe della Recherche du temps perdu deve attendere, per guardare il cielo, che le luci dei bombardamenti li rendano interessanti. Gli altri poeti capovolgono in modo stridulo la passione dei loro antenati per le stelle. Essi paragonano le luci della città agli astri divenuti invisibili. E questo è il vantaggio dei primi: nel 1880, Valéry ha scritto a Louys che le luci di un omnibus equivalgono alle luci delle stelle. E per il russo Esenin, le lanterne di Baku sono ancora più belle di quelle... La svalutazione delle stelle non aveva atteso la luce della città. Già Hegel, attorno al 1820, diceva delle stelle che esse non erano che una malattia luminosa sulla volta celeste. Il cittadino non arriva più a guardare il cielo, molto semplicemente perché non può vederlo. Una volta era sufficiente discostarsi leggermente dalle grandi concentrazioni urbane che il cielo riacquistava la sua purezza.

L’inquinamento luminoso di oggi tende a generalizzare la situazione che una volta era delle città – e di quelle sole. Il pianeta sarebbe chiamato a divenire, da questo punto di vista, in ogni caso, una città enorme? In città l’uomo difficilmente incontra altre cose che altri uomini. Alcuni animali domestici, un po’ di prati e di fiori, qualche ceppo, ecco, tutta la natura che sussiste lì. La città è l’immagine, e la prima forma di realizzazione, di una vecchia ambizione: un mondo puramente umano, dove l’uomo non incontrerebbe che l’uomo. La natura immensa, la natura che non controlliamo, restava presente come una sfida a questa ambizione. Ovunque, anche oltre la metropoli più tentacolare, il cielo stellato sovrastava i destini umani. Siamo al punto di renderlo invisibile? Gli astronomi, professionisti e dilettanti, hanno ben ragione a metterci in guardia contro l’inquinamento luminoso dei nostri cieli. Qui vorrei invitarli anche a riflettere sul loro ruolo. Con una ipotesi: lo sviluppo di una astronomia scientifica, e con essa quello di una astronomia popolare è forse anche un fenomeno di compensazione. La società moderna ne conosce molti altri. Ad esempio, lo sviluppo senza precedenti della ricerca storica, che fa del passato un oggetto di sapere oggettivo, compensa la perdita di un rapporto inconscio rispetto al passato, come era presente nelle tradizioni. Allo stesso modo, può essere che l’astronomia scientifica compensa l’eliminazione di un rapporto che ogni uomo, senza sforzo o strumenti, poteva una volta intrattenere con il cielo stellato. È nota la celebre frase del filosofo tedesco Kant nella Critica alla ragion pratica (1787), opera nella quale egli formula il fondamento della morale: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me». A noi, sembra evidente che il cielo stellato e la legge morale non abbiano nulla a che fare l’uno con l’altra. Certamente, essi sono paragonabili, ma è una semplice analogia: il sentimento che evocano quello di una grandezza sublime, che impone rispetto e invita al silenzio, è la stessa in entrambi i due casi. Ma le realtà che lo suscitano non sono dello stesso ordine. Il cielo è lontano, manifesto e comune a tutti; la conoscenza si inserisce nelle profondità di ciascuno, e rimane segreta. Il cielo è materiale, la coscienza subentra allo spirito. Per l’uomo antico, queste due realtà, il cielo stellato e la legge morale, erano in profonda comunione l’uno con l’altra. In sintesi, egli era sulla nostra stessa barca. Né più né meno di noi, egli cercava di fare in modo che il bene prevalesse sul male. Si sforzava di mettere dell’ordine nella sua vita, di fare passare ciò che è importante prima delle cose secondarie. E ci riusciva senza dubbio tanto bene, o tanto male, quanto noi. Ma egli aveva un vantaggio su di noi. Non era solo nella lotta. Gli astri, per lui, non erano estranei indifferenti. Aveva loro come fratelli maggiori. Egli vedeva il bell’ordine del mondo come la garanzia della riuscita possibile di quello che stava cercando di fare nella sua vita morale. La bellezza della luce degli astri, l’ordine perfettamente regolare dei loro movimenti non erano soltanto una realtà estetica o matematica. Essi esprimevano qualcosa che era nell’ordine del bene, dello stesso bene di quello che la morale ci impone di fare. Di conseguenza, questo ordine e questa bellezza non hanno procurato che una emozione estetica. Egli ha mescolato questa ammirazione per coloro che son venuti prima di noi, laddove sono saliti con fatica. Davanti al cielo stellato, noi, sulla terra, sentiamo che siamo "dentro", e le stelle sono "fuori". Per l’uomo dell’Antichità e del Medioevo era il contrario. Quando contemplava il cielo, si sentiva messo da parte come qualcosa di maestoso di cui non si sentiva degno. Le luci del cielo erano per lui quello che per noi sono le luci di un castello visto da lontano, quando camminiamo di notte in campagna. Noi ci sentiamo intensamente "fuori", quasi esclusi, e si risveglia in noi come una nostalgia per una patria perduta. Per i poeti di quell’epoca, le stelle non sono tanto dei punti luminosi che galleggiano su uno sfondo nero quanto dei fori attraverso i quali si svela, in lontananza, la luce al di là del mondo, e che è in realtà continua. Questo sguardo agli astri aiutava anche l’uomo antico medioevale a capire se stesso comprendendo meglio il suo posto nell’insieme delle cose. Questo era già il caso a livello più umile della sua natura corporea. Sappiamo che lo stato eretto è una peculiarità dell’uomo. Che, assieme ad altre sue caratteristiche, forma un sistema in cui tutto agisce su tutto. È perché l’uomo si tiene eretto con la sua scatola cranica, liberata dal giogo muscolare dei quadrupedi, che può conoscere lo sviluppo che è noto. È anche perché si tiene eretto che i suoi arti superiori, liberati dal contatto con il suolo, si sviluppano nelle mani. Resta da sapere cosa fare di questa postura eretta, quale significato darle quando cerchiamo di spiegare a noi stessi ciò che siamo. Si può pensare a diverse risposte e dire per esempio che, in piedi, l’uomo domina la creazione. O ancora, che può affrontare quelli del suo genere e incontrarli faccia a faccia. Antichità e Medioevo, da parte loro, mettevano in rapporto la postura eretta e la contemplazione del cielo. È per poter guardare il cielo che noi ci raddrizziamo. Due versi di Ovidio lo dicevano dal primo secolo della nostra era: «Mentre gli altri animali guardano proni alla terra, l’uomo ebbe in dono un viso rivolto verso l’alto e il suo sguardo mira al cielo e si rivolge alle stelle». E tutta l’Antichità, tutto il Medioevo, hanno citato, adattato, esteso il poeta latino. Si può sorridere della semplicità dell’idea, e non si sono aspettati i tempi più moderni per farlo. Nel III secolo, il medico greco Galeno già faceva notare che, a questo proposito, il più fortunato degli animali non era l’uomo, ma quei pesci piatti che hanno entrambi gli occhi sopra la testa e sono costretti a guardare il cielo...

© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: