venerdì 6 agosto 2021
Il 6 e il 9 agosto del 1945 si consumò «il record mondiale dello sterminio nell’unità di tempo Un record che fa paura persino alla memoria, c’è bisogno di sottacere. Ebbene, così non può essere»
Il Memoriale della Pace di Hiroshima: già fiera della città, è la struttura più vicina all’epicentro fra quelle che resistettero alla bomba

Il Memoriale della Pace di Hiroshima: già fiera della città, è la struttura più vicina all’epicentro fra quelle che resistettero alla bomba - Ansa/Epa/Jiji Press

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Se anche i russi dovessero mettere sul piatto della bilancia delle celebrazioni i loro morti della Seconda guerra mondiale, dovremmo parlare di loro tutto l’anno. In realtà questo è un argomento sempre aperto, si pensi ai cristiani uccisi ogni giorno nel mondo, così come ai femminicidi, sarebbe un’orazione funebre continua. Ma nel '900 abbiamo anche gli ebrei, gli armeni, gli aborigeni e ancora i rom, i sinti, gli omosessuali; non sono sicuro di non avere dimenticato qualche gruppo, tanto la testa è piena di lapidi, a volte anche soltanto da immaginarsi.

Quelli che però a me sembrano il record mondiale dello sterminio nell’unità di tempo sono i mostruosi episodi di Nagasaki ed Hiroshima. Tutti ci saremo accorti che di questa prestazione olimpionica della criminalità umana si parla poco o addirittura quasi mai. È un record che fa paura persino alla memoria, c’è bisogno di sottacere, accennare e via al galoppo nella dimenticanza. Ebbene, così non può essere; questo omissis della storia crea di fatto un volgare trucco nella riflessione culturale. Venendo tolto il baricentro della crudeltà nell’unità di tempo alla povera storia umana, la verità diventa un palloncino, la storia uno spettacolo che prosegue di trovata in trovata, ma rischia di non commuovere più e dunque di non insegnarci più niente.

Nagasaki, pare sia stato un obiettivo un po’ casuale; Nagasaki, con la sua cattedrale andata in frantumi, diventa una specie di golgota animato da una urbana crocifissione. Al tempo in cui fu commesso questo delitto contro l’umanità, nessun intellettuale occidentale prese la parola. Essi furono tutti automaticamente vaccinati, conseguendo l’immunità di gregge che è tipica del silenzio. Naturalmente, grazie al cielo, c’è sempre una pecora bianca che dice le cose come stanno. Quel candido ovino fu Albert Camus, che, immediatamente per iscritto alzò la sua voce contro la barbarie.

È dovuto a questo semisilenzio tutt’oggi perdurante che il culto della parola è ormai immobile? È dovuto a questa reticenza se oggi la poesia non ha invenzioni e le persone brillanti comunicano fra di loro con un dizionario di sole cento parole? Tacere è una patologia cronica ingravescente. In questo breve scritto, tentiamo una modesta diagnosi del nostro vivere ormai di spettacolini in spettacolini quotidiani, massmediali o dei singoli. Persino il Giappone stesso, che ha subito questa schifezza dei popoli, sembra quasi troppo mite nell’esercizio della memoria. Come mai?

Abbiamo cercato, in questi giorni, di sapere quanto si faccia su questo argomento nella metropoli milanese o nei cinema, teatri, biennali, eccetera eccetera. Forse c’è un salvacondotto per cui si è abilitati a non pensare nei giorni in cui si è soliti dedicarsi alle ferie? Abbiamo scoperto, ad esempio, che a Milano una docente di cultura e lingua giapponese porta in giro, ma solo sporadicamente, uno spettacolo con un amico pianista e dei video di supporto. Ma perché non al Teatro alla Scala? Perché non cinquecento dibattiti televisivi?

Le persone che oggi sono di mezza età, le più fortunate, ricordano che fra le letture scolastiche della scuola dell’obbligo era presente il romanzo Il gran sole di Hiroshima, di Karl Bruckner, scrittore austriaco. Il romanzo venne tradotto in decine di lingue e narra la storia di due fratellini che, ad Hiroshima, si salvano stando isolati in un parco. Anche il padre e la madre non muoiono, trovandosi quel giorno fuori città. Ridotto in miseria il capofamiglia, aiutato da un benefattore avvierà un negozietto di barbiere. Ma quando tutto sembra trascorso, la ragazzina, dopo una gita in bicicletta si ammalerà di bomba atomica e morirà dopo mesi di un’agonia che lei vive come un gioco. Ebbene, questo indispensabile romanzo è misteriosamente sparito dalle letture dei ragazzi, così come anche dalle nostre. Ecco un ulteriore segnale del venir meno della nozione di acuzie di un attimo della malvagità umana.

Sempre in questi giorni, sono entrato in possesso di un documento che una superstite di Hiroshima lesse ad un convegno di Glasgow nel 1990, svolto a spulciarci dagli armamenti nucleari. Leggere che le persone o si trasformavano in statuette di cenere o evaporavano direttamente nell’aria, dà raccapriccio anche ai meno sensibili. Non so se al G7 e al G20 parlano di questo; so che tocca farlo ai poeti. Lo avrebbe fatto Pasolini o quel poeta di Myanmar che, essendo ingovernabile la sua parola, è stato rapito con altri autori, e il suo corpo riconsegnato alla famiglia, completamente privo degli organi interni. Sarebbe bello che il Giappone non fosse solo ricordato per la Butterfly ma anche per questo aiuto a comprendere la bassezza dell’animo umano grazie alla sua storia, e che fin quando ci saranno nove Paesi con armi nucleari in tasca, tutti saremo possibili Nagasaki ed Hiroshima. Anche se non ci pensiamo, perché il Covid e gli intrattenimenti quotidiani ci hanno quasi completamente imbambolati.

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