giovedì 10 marzo 2011
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La fede? È «un bene in sé». Credere? «Una forza per il progresso». Dunque la religione «non va tollerata malvolentieri nello spazio pubblico», bensì considerata una «potenziale collaboratrice» nell’affrontare le grandi sfide del nuovo millennio. A sostenerlo è un credente laico di peso, Tony Blair. Già primo ministro di Gran Bretagna, Blair oggi è un indefesso attivista per il dialogo tra le religioni contro l’estremismo secolare.A novembre, a Toronto, lei ha affrontato in pubblico il «neo-ateo» Christopher Hitchens. Come argomentare il fatto che la religione è costruttiva, e non distruttiva, per la società? «Il dibattito con Hitchens ha mostrato che le domande sul valore della religione oggi sono nuove, ma non costituiscono sempre delle novità positive. Esiste un credere buono e uno cattivo. Perciò rispondere alla domanda: "La religione è una forza che costruisce il bene nel mondo?" può generare una risposta ambigua. Tuttavia se si guarda al servizio altruistico – spesso nascosto – intrapreso da persone di fede, la risposta non dovrebbe essere ambigua. Lo stesso se si considerano le gesta artistiche motivate dalla fede in Europa lungo i secoli. Dunque, alla fine la mia risposta cade nettamente sul lato del "sì". Forse ci stiamo ponendo la domanda sbagliata».Quale sarebbe quella giusta?«Per che cosa è positiva la religione? Quali sono i segnali che sta operando una fede buona? Beh, la fede dà il meglio di sé quando costituisce una "controcultura". Credere in un Dio compassionevole significa che siamo responsabili di quanto facciamo. La storia della Chiesa mostra che essa crea una cornice in cui è possibile amare in maniera "esagerata" ed essere esempi eccezionali di misericordia, sacrificando se stessi. I santi, infatti, hanno mostrato che la religione rende possibile il rischio di vivere ai margini e fare in modo che la speranza sia la sola sicurezza. Credere, soprattutto, permette di perdonare. Per questo la religione è un’ispirazione per lottare, un impegno per praticare la bontà grazie a nobili esempi, qualcosa per cui è possibile spendere la vita cercando la propria vocazione».Al Meeting di Rimini nel 2009 lei definì la fede «lo scopo della vita». Chi non crede non ha obiettivi positivi?«La mia posizione è espressa al meglio nella visione della mia Faith Foundation. Essa è impegnata nel costruire una comprensione rispettosa tra persone di fedi diverse. Crediamo e promuoviamo un dialogo intelligente tra gente di ogni o nessuna fede. Accogliamo il coinvolgimento di quanti hanno convinzioni umanistiche, agnostiche, atee o "laiche". La Faith and Globalisation Initiative, che sta costruendo un nuovo campo di studi nelle università, si basa sull’analisi degli sviluppi della religione dentro i processi della globalizzazione. Credo che in quest’epoca la conoscenza religiosa sia vitale per l’armonia internazionale. Perciò è benvenuto chiunque voglia sviluppare la capacità di vivere in una società pluralistica».Come inserire il discorso religioso nello spazio pubblico?«La mia Fondazione insiste sul fatto che la voce religiosa ha un posto di diritto nello spazio pubblico e che il suo ruolo non dev’essere né privilegiato né trattato con disprezzo. La posizione di fede va ascoltata come potenziale collaboratrice alla soluzione dei gravi problemi con cui ci confrontiamo nel XXI secolo. Questo non vuol dire che le persone di fede siano più degne di altre. Nello staff della mia Fondazione vi sono individui che provengono da diverse fedi, alcuni sono atei, ma tutti condividono la visione di lavorare insieme per gli scopi interreligiosi del gruppo. E ciò non diminuisce il dato che ciascuno ritiene che la sua religione, o filosofia di vita, rappresenti per sé la pienezza del significato della vita o la rivelazione completa di Dio. La nostra Fondazione promuove l’idea che la fede è un bene in sé e una forza per il progresso. La fede può dare senso e uno scopo alla vita. Essa rivela un profondo senso di umiltà ponendoci davanti a Dio. Ci insegna che esiste qualcosa di più grande dell’"ego". Ci offre un quadro di valori in un mondo sconvolto. La maggior parte delle religioni promuove la pace dello spirito a livello personale e sociale. Non voglio dire che chi non ha fede non abbia scopi positivi nella vita. Ma, se io accetto che essi possano vivere pienamente, dovrebbero accettare pure che la mia fede sia la sorgente che dà senso alla mia esistenza».Nel suo «Un viaggio» (Rizzoli) lei scrive: «Ho avuto la possibilità di coltivare una passione più grande della politica: la religione». Quando guidava Downing Street, però, il suo portavoce pronunciò una frase rimasta celebre: «Non ci interessiamo di Dio». Politica e religione possono coesistere? «Il coinvolgimento religioso nello spazio pubblico gode di cattiva stampa. Le varie religioni hanno il diritto di parlare nello spazio pubblico e la loro voce non deve essere a priori considerata inferiore rispetto a quelle "laiche". D’altra parte gli interlocutori religiosi hanno il dovere di entrare nel dibattito pubblico con argomenti ragionevoli. Credo che i cittadini dovrebbero portare molto di se stessi e del loro credo nella public square quanto merita il contesto. La divisione tra ragionamenti laici e religiosi è molto meno ampia di quanto presumiamo. Un disabile, quando contrasta l’eutanasia, adotta un argomento laico o religioso riferendosi al valore di ogni vita umana? Un cattolico, quando si batte contro l’estensione dell’aborto, lo fa perché crede sia sbagliato uccidere una persona umana indifesa o perché la Chiesa insegna che l’aborto è un peccato?».«Lumi, religioni e ragione comune» sono i temi del Cortile dei gentili di Parigi. In che modo discuterli?«Anzitutto esprimo il mio benvenuto all’iniziativa di Benedetto XVI. Anche il suo invito a un dialogo col pensiero laico, fatto durante la visita in Inghilterra, è stato un intervento molto importante, proprio perché il confronto spesso risulta polarizzato. La mia esperienza, in Africa o nell’impegno contro la povertà, mi suggerisce che esiste un campo d’incontro dell’intelligenza fra quanti si impegnano laicamente e quanti lo fanno in chiave religiosa. Questo dialogo dovrebbe affrontare la comune responsabilità delle persone di ogni fede, come anche gli atei, nel confrontarsi con determinazione, compassione e un grande senso di responsabilità con le crescenti minacce al benessere umano». Quali le urgenze «comuni» del nuovo millennio?«I cambiamenti climatici, la distruzione dell’ambiente, la persistenza di popolazioni misere nei Paesi poveri e in quelli ricchi. Ma anche il nostro fallimento nel controllo del commercio di droga e delle armi, la proliferazione nucleare, l’estremismo religioso e la fragilità della nostra architettura finanziaria. Dobbiamo ricordarci che il Cortile dei gentili era lo spazio più esterno del Tempio, quello in cui Gesù espresse la sua rabbia contro lo sfruttamento del povero. Qui troviamo una sorta di mandato biblico per raggiungere gli Obiettivi del Millennio, ovvero alleviare la povertà globale entro il 2015».Quale il suo giudizio sull’invito del Papa per un rinnovato confronto tra credenti e atei?«Spesso si sentono persone iniziare una conversazione sulla religione dicendo: "Vorrei credere ma…". In caso di un censimento, la maggior parte della gente comparirebbe nella categoria "agnostici". In Europa probabilmente pochi sentono il bisogno di proclamare il loro ateismo come una filosofia pratica, nonostante l’esposizione mediatica dei noti "atei pubblici". Quando qualcuno si proclama ateo, il Dio in cui dice di non credere forse non ha niente a che fare con quello in cui crede una matura fede cattolica».Come avviare un discorso «alto» su Dio con i non credenti?«Penso che tale dialogo potrebbe risultare molto meno idiosincratico al mondo laico se il punto di partenza fosse il Creatore. Le incomprensioni potrebbero sparire se i teologi e i credenti "maturi" spiegassero in un linguaggio accessibile in cosa consiste la loro comprensione di Dio e perché Dio può essere definito come colui che ama ed è pieno di misericordia. Inoltre, impegnarsi nel dialogo dimostra che non abbiamo paura di dibattere sulla nostra fede, anzi ne siamo fieri. Dialogare dimostrerebbe pure che, come Benedetto XVI ha fatto forse meglio di chiunque altro, ragione e fede sono profondamente a fianco l’una dell’altra».
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