mercoledì 4 ottobre 2017
Trentacinque anni dopo il capolavoro di Ridley Scott, da domani al cinema il secondo capitolo diretto da Denis Villeneuve
Blade Runner, le ragioni per vedere il sequel
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«Cosa sognano gli androidi?», si domandava quasi cinquant’anni fa Philip K. Dick nel suo celeberrimo romanzo di fantascienza, da cui Blade runner è stato tratto. La risposta arriva da Denis Villeneuve che, trentacinque anni dopo il capolavoro con cui Ridley Scott ha ridisegnato il futuro, si lancia nella sfida del sequel più atteso della storia del cinema, ambientato tre decenni dopo la fuga del poliziotto Deckard con la replicante Rachel. I replicanti sognano di essere umani, proprio come Pinocchio desiderava essere un bambino vero. In Blade runner 2049 (da domani nelle sale), dove Los Angeles, cresciuta come un cancro allo stadio terminale, è uno spaventoso agglomerato urbano, e dove San Diego è diventata un’immersa discarica, il giovane ufficiale di polizia K, replicante di ultimissima generazione (Ryan Gosling), dà la caccia ai vecchi modelli Nexus 8. Durante un’operazione di routine però il poliziotto scopre qualcosa che potrebbe cambiare per sempre le relazioni tra gli umani e gli ormai milioni di essere sintetici ridotti in schiavitù. Il suo capo, Joshi (Robin Wright) gli ordina di distruggere tutte le prove, ma K disobbedisce e comincia una pericolosa indagine che finirà per travolgere la sua stessa vita.

Non possiamo dire altro sulla trama, per rispetto dell’esplicita richiesta del regista di non rivelare elementi che rovinerebbero il gusto della visione allo spettatore. Possiamo dire però che ha ragione “Variety” quando sostiene che il film deve molto di più al cinema di Andrej Tarkovskij che alla rivoluzionaria visione cyberpunk di Scott. I tempi sono talmente dilatati e in controtendenza rispetto alla velocità del montaggio di oggi da sfidare lo spettatore con scene lunghissime. Ma la ragion d’essere di Blade runner 2049( sceneggiato sempre da Hampton Fancher, questa volta con Michael Green) sta proprio qua. Al 2019, anno in cui è ambientato il Blade runner, mancano solo quindici mesi e la Los Angeles di Scott è ancora futuristica, insuperata da tutti gli altri film di fantascienza che hanno provato a immaginare la vita su una Terra devastata dai cambiamenti climatici.

Villeneuve dunque rinuncia a competere con la topografia dell’originale e conserva la città così come la conosciamo, ma sposta spesso l’azione negli spazi aperti e sovverte alcuni degli elementi del genere noir immergendo i personaggi in una luce ambrata e fluorescente. Come ha già dimostrato con Arrival, in cui raccontava di un’invasione aliena, Villeneuve usa i generi, anche quello fantascientifico, per riflettere sulla condizione umana. E per farlo si prende tutto il tempo di cui ha bisogno. Chi siamo? Qual è il nostro scopo in questa vita? In cosa crediamo e per cosa lottiamo? Il regista insiste su questo aspetto filosofico e introspettivo, moltiplicando le domande esistenziali e adattandole alla nuova complessità del presente in cui il tema dell’identità non può che essere affrontato in maniera meno schematica rispetto a trentacinque anni fa. In altre parole, qui non basta chiedersi «sono un uomo o un replicante? ».

Il bacio tra un l’androide, una donna e un ologramma ad essa sovrapposta danno un’idea delle stratificate relazioni che legano i personaggi. Mentre un misterioso scienziato, Wallace ( Jared Leto), rilancia la tecnologia della fallita Tyrell Corporation e gioca a fare Dio in una realtà dove ogni dimensione trascendente è negata, una scioccante scoperta potrebbe donare ai replicanti il più temibile e rivoluzionario dei poteri e riscrivere le leggi dell’evoluzione umana. Investito dalla consapevolezza di essere parte di un disegno di più grande, K mantiene salda la propria fede – questa sembra essere la parola chiave del film – in un sogno e in quel genere umano al quale vuole disperatamente appartenere.

Sulle note elettroniche di Benjamin Wallfisch e Hans Zimmer, che solo occasionalmente rievocano la colonna sonora originale firmata da Vangelis, Villeneuve disegna con sofisticata eleganza un mondo post-digitale, dove un gigantesco blackout ha cancellato decenni di memoria, dove incerti fantasmi del passato – Frank Sinatra, Elvis Presley, Merilyn Monroe – sono solo una manciata di dati corrotti e dove il più segreto dei piaceri è ancora quello di versare lacrime nella pioggia. Allo spettatore non servirà un “ripasso” del film del 1982, solo la voglia di abbandonarsi con fiducia a una narrazione estranea al genere fantascientifico o d’azione, ma vicina al cinema di un autore che impastando tragico e romantico prosegue la sua ricerca sull’uomo e il suo misterioso cammino.

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