sabato 1 luglio 2017
Il ciclo del Festival dei Due Mondi quest'anno medita attorno al Padre Nostro. L'intervento del cardinale arcivescovo di Firenze
Il cardinale Giuseppe Betori (Ansa)

Il cardinale Giuseppe Betori (Ansa)

Padre nostro che sei nei cieli, possiamo incontrarti sulla terra? Questa domanda può essere il punto di partenza della nostra riflessione sulla prima parola della preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli. Perché che ci sia un Padre nei cieli può essere una interessante rivelazione fatta alla nostra conoscenza, ma che questo Padre sia da noi raggiungibile e lo sia non solo nel futuro, ma fin da questo momento, significa poter colmare la nostra esistenza di una presenza amorosa, di cui il nostro cuore sente ardentemente l’esigenza. Eppure, se il cuore manifesta questo desiderio, per altri versi il mondo attorno a noi registra quella che potremmo definire una dolorosa assenza. L’enfasi sulla “morte del padre” accompagna la retorica della nostra epoca, almeno dal sorgere della psicoanalisi. La riflessione di Freud, di Lacan, come anche del meno citato Mitscherlich – l’autore di Verso una società senza padre (1963) –, ci rende consapevoli della scomparsa dell’immagine del padre consegnataci dalla tradizione, il pater familias, il padre a cui Kafka scriveva la Lettera pubblicata postuma nel 1952, la figura paterna che aveva dominato la scena familiare per secoli.

Quando ci rivolgiamo a Dio col titolo di “Padre”, diciamo qualcosa di preciso. Anzi, la rivelazione cristiana – parlandoci di un Padre – non solo dice come dobbiamo intendere correttamente Dio, a ben vedere ci dà anche un punto di vista nuovo sul reale. Se Dio fosse solo un principio ordinatore, qualcosa di simile al Dio di cui possono parlare i filosofi, lo si potrebbe raggiungere mediante il ragionamento. Lo stesso Tommaso d’Aquino introduce una piccola distanza, quando sottolinea come il principio del reale, raggiunto in ciascuna delle vie della conoscenza di Dio, «lo chiamiamo Dio», «viene chiamato Dio» (Summa Theol., I, qu. 2, art. 3).

Dio, ci dice la rivelazione cristiana, non è solamente un Dio ordinatore: egli è Padre. E questa affermazione porta con sé la conseguenza che anche il reale è visto totalmente sotto un altro punto di vista; in particolare per quanto riguarda la creatura dotata di libertà e di intelligenza. È la rivelazione di Gesù che provoca questa “conversione paterna” della nostra immagine di Dio. Qui possiamo anche immaginare che il Bambino Gesù abbia avuto una scuola di paternità nella testimonianza di san Giuseppe. La famiglia di Nazareth fu per Lui il luogo in cui fare esperienza concreta e quotidiana della sollecitudine amorosa di un padre. In quella dimora umile e dignitosa, alla presenza discreta e appassionata di san Giuseppe, «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52).

Come ricordava papa Francesco nell’Omelia della Messa per l’inizio del ministero petrino (19 marzo 2013), san Giuseppe è il custode di Maria, di Gesù e della Chiesa, e svolge questo compito con attenzione a Dio. Aggiungeva il Papa: «Il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole; anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore».

Ma Gesù, nel suo continuo richiamarsi al Padre, ci permette di rovesciare un’altra prospettiva, oggi sempre più diffusa. Come fa notare Marcel Gauchet in un brillante volume, «se il XX secolo è stato quello della scoperta del bambino reale, il XXI secolo si apre nel segno della sacralizzazione del bambino immaginario » ( Il figlio del desi- derio, Vita e pensiero, 2010). Così oggi siamo sempre più proiettati nel guardare ai figli come oggetti del desiderio, come prolungamento narcisistico del nostro sguardo. Al contrario, fa notare Massimo Recalcati, occorre recuperare il senso di un debito simbolico, rendersi conto che siamo anzitutto figli. Solo a partire dall’assunzione consapevole dell’essere figli possiamo diventare adulti e generare, a nostra volta, dei figli: altrimenti ci troviamo a essere in competizione con i nostri figli per gli stessi spazi (adulti che si vestono e si comportano come ragazzini) oppure pretendiamo che essi siano sempre felici e pieni di successo (e siamo incapaci di sostenerli negli inevitabili fallimenti della vita).

Recalcati si richiama a Telemaco come esempio del figlio che ha bisogno del padre e lo cerca, che vuole ereditare qualcosa dal padre. Chi non accetta questo debito simbolico fa come i vignaioli omicidi della parabola evangelica: nelle parole di Recalcati, i vignaioli rigettano «la filiazione simbolica nel nome di un fantasma di autogenerazione» (Il complesso di Telemaco, Feltrinelli 2014). È l’inganno del serpente che nel paradiso terrestre suggerisce ad Adamo ed Eva che saranno come Dio, cioè in grado di autogenerarsi (cfr. Gen 3,5). Non possiamo dimenticare che invece siamo tutti generati dal Padre.

Ma che vuol dire allora che Dio è Padre? Dobbiamo ancora una volta rifarci a colui che ci parla di Dio in questo modo: dobbiamo ancora una volta rivolgerci a Gesù. Gesù ha incontrato in Giuseppe la testimonianza di un amore paterno, la casa paterna è stata per lui un luogo di sollecitudine e custodia, di tenerezza e passione. Ma se Gesù parla di Dio come un Padre, è perché ha una testimonianza ancora più profonda, ancora più radicale; della quale la vita di Giuseppe può considerarsi solo come l’immagine.

Se nelle parole di Gesù Dio ha i tratti del Padre, è perché ha su questo un’attestazione ancora più intima e veritiera. Vale a dire che Gesù non si è creato l’immagine di Dio come un Padre, non si è fatto un concetto del Creatore, adattandolo a una figura a tutti familiare, che trasmette il senso della protezione e dell’affetto. Gesù ha vissuto realmente l’esperienza di Dio Padre: se Gesù può rivelare agli uomini che questo è il volto di Dio, è perché sperimenta continuamente questo nel proprio cuore. Gesù chiama il Padre Abbà, babbo, svelando un’intimità con Lui che scombina il modo con cui nella storia gli uomini hanno guardato a Dio. Per Gesù Dio è Abbà, perché Lui, Gesù è il Figlio. Gesù ci dice che Dio non è solo il Creatore, l’Onnipotente, l’Altissimo: è Babbo, la persona che ogni figlio ha bisogno di avere per sentirsi sicuro, per aprirsi al mondo con la fiducia necessaria. L’intimità che Gesù ha con il Padre apre a un affetto nutrito di tenerezza.

C’è una cosa che forse non si nota a sufficienza, ma che è piena di significato. A ben vedere, nel Vangelo Gesù distingue il suo rapporto con il Padre da quello che abbiamo noi. Nel giorno della Risurrezione, mentre dice a Maria di Magdala di andare ad annunciare ai discepoli la sua ascesa al Padre, lo fa con queste parole: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”» ( Gv 20,17). E anche quando insegna la preghiera che dà il titolo a questa conferenza non dice: «quando preghiamo, dobbiamo dire: Padre nostro », ma dice: «Voi dunque pregate così: Padre nostro...» ( Mt 6,9).

In un commento al passo di Matteo in cui Gesù parla del Padre nostro, Papa Francesco sottolinea che «se lo spazio della preghiera è dire “Padre”, l’atmosfera della preghiera è dire “nostro”: siamo fratelli, siamo famiglia» (Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, 16 giugno 2016). Ecco perché la preghiera che Gesù insegna comincia con queste parole: in questo modo ci ricordiamo che siamo fratelli e che il mondo in cui siamo non è nostro, ma ci è stato donato da un Padre sovrabbondante di amore per l’uomo.

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