domenica 19 luglio 2020
Torna nelle librerie dopo una lunga assenza “Orbis Pictus. Scritti sulla letteratura infantile” del filosofo tedesco. Il fanciullo è quell’apertura al futuro che negli uomini maturi è soffocata
Hänsel e Gretel in un’illustrazione di Alexander Zick (1845-1907)

Hänsel e Gretel in un’illustrazione di Alexander Zick (1845-1907) - -

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«Quando inventano storie, i bambini sono registi che non si lasciano tarpare le ali dal “senso comune”, d’un tratto le parole si vestono in costume e, in un baleno, sono implicate in duelli, scene d’amore o baruffe. È in questo modo che i bambini scrivono i loro testi; ma è anche così che essi li leggono». Per l’inclassificabile Walter Benjamin (1892-1940), infanzia e rivoluzione non sono mai state davvero così lontane, e lo testimoniano anche queste poche righe tratte da Sbirciando nel libro per bambini del 1926. Difficilmente collocabile nella storia del pensiero filosofico, ben abile a muoversi tra marxismo, mistica ebraica, Kafka, Baudelaire, Hermann Broch e Scuola di Francoforte, Benjamin è uno dei molti enfant prodige della filosofia europea della prima metà del secolo scorso, morto prematuramente mentre tentava di scappare dalla Francia occupata dai tedeschi. Del critico tedesco, sempre proteso verso un futuro escatologico più che a un passato nostalgico, l’editore Giometti & Antonello di Macerata ripubblica, dopo quasi quarant’anni di assenza dalle libreria, Orbis Pictus. Scritti sulla letteratura infantile (pagine 144, euro 22). Nel volume confluiscono testi degli Anni Venti e Trenta del Novecento redatti prima dell’esilio volontario dalla Germania nazionalsocialista e sono corredati dalla postfazione di Giulio Schiavoni, che seppur datata offre interessanti spunti di lettura.

L’attenzione di Benjamin per l’infanzia non emerge solo dalla sua importante collezione di libri per bambini in parte portata con sé oltre Reno e in parte finita nelle mani della moglie, al momento della fuga dalla Germania, e da lei salvata; o dalle recensioni o dagli scritti sui libri per l’infanzia raccolti in Orbis Pictus. Fa capolino pure dalla raccolta di sue memorie intitolata Infanzia berlinese e dalle trasmissioni radiofoniche, tenute tra il 1929 e il 1932, per promuovere il pensiero critico tra i bambini dai dieci e quindici anni. La passione di Benjamin per l’infanzia e la fanciullezza non fiorisce da vana curiosità. Nasce piuttosto da un profondo desiderio di resistere alla barbarie, trovando nei bambini un esempio di fuga dalla “religione del capitalismo”. Contrariamente alle apparenze, il bambino vive un’esperienza completamente autonoma. È l’unico a essere flâneur senza che nessuno glielo abbia insegnato, e al tempo stesso collezionista, giocatore o ribelle. Insomma è quell’individuo plurale che incarna tutte i tipi umani preferiti da Benjamin. Il bambino non è segnato dall’abitudine, che crea rassegnazione, né dominato dai criteri dell’utile o dal senso dell’impossibile, fonte di disperazione. Ciò lo rende risolutamente libero, nonostante i tentativi di controllarne la crescita «con moralismi più o meno ben architettati che hanno in cuore il desiderio di piegare quella fantasia e quell’ingenuità del bambino all’etica filistea dell’utile di classe, etica che si riflette sovente nella letteratura per l’infanzia – annota Schiavone – introducendo l’obbligo della “morale” conclusiva, per cui i “bravi bambini” debbono sempre “essere puliti”, i “buoni bambini” non devono mai “rispondere”, e così via». Di questo sono ben capaci «gli scrittori e gli autori delle illustrazioni che si rivolgono sempre più al bambino – ammonisce invece Walter Benjamin – passando attraverso l’impura mediazione delle ultime preoccupazioni e mode. Si installa, nelle immagini, il gesto sdolcinato, che non corrisponde al bambino, ma alle corrotte rappresentazioni di esso».

Walter Benjamin

Walter Benjamin - -

Ecco che i libri per l’infanzia non devono violare per Benjamin l’innocenza del bambino. Anche in questi scritti da bibliofilo il pensatore tedesco invita a non calpestare il bambino, a non sviarne l’innocenza e l’entusiasmo instradandolo a essere come maturo come un adulto. Questo bambino, se lasciato libero da preoccupazioni moralistiche, sussurra promesse di libertà e felicità per i “grandi”, se le sapessero ascoltare. Il fanciullo è quella apertura al futuro che negli uomini ormai maturi è soffocata benché chieda solo di ridestarsi. Il modo in cui i bambini pensano alle cose non è governato dall’utile quanto dall’enigma, dal mistero. Le cose più ordinarie assumono una dimensione fantastica e misteriosa attraverso il prisma dello sguardo del bambino. Così, il giardino pubblico diventa una foresta, la stazione l’antro di una grotta, la città un labirinto, un mondo fantastico. «

I bambini – precisa Benjamin – hanno una particolare tendenza a considerare con cura ogni luogo di lavoro dove si svolge un’attività visibile sulle cose». Ma non la seguono per interesse, si sentono attratti da ciò che non serve al lavoro. Infatti «si sentono irresistibilmente attratti dal residuo – continua il pensatore ebraico- tedesco –, che si tratti di quello che si forma nel lavoro del muratore, del giardiniere o del falegname, del sarto o di qualunque altro. In questi prodotti di scarto essi riconoscono il volto che il mondo delle cose rivolge a loro e soltanto a loro. Con essi non imitano tanto le opere degli adulti, quanto piuttosto mettono in rapporto tra loro questi materiali di scarto in modi nuovi e imprevedibili», sottraendosi a ogni logica utilitarista e alla razionalità strumentale idolatrate dalla “religione capitalista”.

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