domenica 18 luglio 2010
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Quando Annette Tison e Tylus Taylor fecero nascere sui tavoli di un bistrò parigino quel curioso, gigantesco ectoplasma rosa, non immaginavano certo di aver plasmato l’indefinibile protagonista di un successo su scala planetaria. Fuori infuriava la tempesta del maggio francese che scuoteva le coscienze dei giovani: sui tavolini di quel caffè lei, architetto e designer, lui matematico e biologo, dovevano scrivere una relazione scientifica, ma fecero restare tutti di stucco con il loro barbatrucco. Sono trascorsi quarant’anni dalla prima apparizione a fumetti (che Annette e Tylus han trascorso da marito e moglie), e «Barbapapà» per estensione è diventato il nome di tutta la famiglia di quei grossi, coloratissimi e amichevoli blob, capace di influenzare la lingua italiana con l’introduzione del neologismo «barbatrucco» e persino i giapponesi di Kodansha e Studio Ghibli, quelli dei robottoni e di Drangoball. «La scarsa animazione e la semplicità delle storie, non impediscono alla serie animata di sollevare gradi entusiasmi tra i giovanissimi, affascinati dalle incredibili trasformazioni dei gommosi protagonisti» è l’opinione dei Kappa Boys, il gruppo che per primo ha introdotto i manga in Italia.In realtà, dietro alla «semplicità intelligente» di storie indirizzate prevalentemente a un pubblico di bambini, i «Barbapapà» (dall’espressione francese Barbe à papa, traducibile in «zucchero filato») affrontano in maniera felice e in anticipo sui tempi, temi complessi come quelli della diversità e della difesa del creato.E pensare che la prima apparizione di Barbapapà mise gambe in spalle gli adulti del quartiere! Ben altra reazione hanno Francois e Claudine, i bambini primi amici del blob a forma di pera che spunta improvvisamente nel giardino della loro casa di provincia. Quello strano "ortaggione" rosa con tanto di occhi, naso e bocca, oltre alle dimensioni ingombranti ha un’altra caratteristica che si rivelerà decisiva: può assumere qualsiasi forma. Sarà la sua capacità di mutaforma, come l’italianissimo Tiramolla o il personaggio di Odo in Star Trek - Dep Space 9 a spalancargli le porte di un futuro migliore.  Risponde al pregiudizio degli uomini con altruismo e generosità, mettendo i suoi "poteri" sempre al servizio delle persone o di situazioni da sbrogliare.  Trasformatosi in una scala, permetterà infatti di trarre in salvo le famiglie bloccate da un incendio all’interno di un palazzo. Nasce così il tormentone «resta di stucco è un Barbatrucco»: è l’inizio della fortunata saga. Dopo quattro anni di carta, Barbapapà diventa una serie televisiva d’animazione, il primo del genere a invadere nel 1976 il piccolo schermo italiano.  «Il primo cartone nipponico giunto in Italia, per la verità fu Vicky il vichingo, seguito da Heidi – fa notare l’esperto Loris Cantarelli, firma storica del mensile «Fumo di China» – ma entrambi erano coproduzioni con la Germania». La sigla che accompagnava quelle avventure è un cult: alzi la mano chi tra i quarantenni di oggi non è in grado di canticchiare «Ecco arrivare i Barbapapà, nella famiglia Barbapapà, tu li vedi trasformare come gli va». Dietro quelle parole c’è la firma del cantautore Roberto Vecchioni, l’autore di Luci a San Siro e Samarcanda allora impegnato sul fronte delle traduzioni e capace con il complesso Le Mele Verdi di registrare un 33 giri che raccoglieva gli adattamenti delle canzoni dell’anime. Un lp di successo, mentre Claudio Lippi dava la voce ai personaggi maschili della serie e Orietta Berti faceva lo stesso con quelli femminili. Già, perché nel frattempo l’universo dei Barbapapà si era andato componendo di nuove, fondamentali acquisizioni. Vinto il pregiudizio degli adulti, Barbapapà deve affrontare il problema della solitudine, la mancanza di una moglie e di una famiglia. Insieme a François inizia un lungo pellegrinaggio alla ricerca di una sua simile ma è solo grazie a una lacrima versata nel giardino che nascerà «Barbamamma», dalle forme più aggraziate, più femminili, di colore nero e con una graziosa coroncina in testa. Nascono così sette «barbabebé», ciascuno con una caratteristica ben definita sul modello dei Puffi. Nelle storie dei simpatici blog sfileranno così la vanitosa Barbabella e lo sportivo Barbaforte, appassionato di indagini come si deduce dalla mantellina alla Sherlock Holmes che indossa. C’è la musicista di casa Barbalalla e l’intellettuale Barbettina con gli occhiali, l’artista Barbarba che imbratta spesso di colore il suo pelo nero. E ancora lo scienziato Barbabravo e Barbazoo, l’amante della natura. Tutti diversi, ma ciascuno pronto ad affiancare l’altro e ad aiutarlo, i personaggi di questa famiglia. Non è l’universo "giallo" e complesso dei Simpson, nel quale prima di diventare «àncora di salvezza, bene-rifugio» (per dirla con Brunetto Salvarani) il focolare domestico è attraversato da continui tsunami tra i vari componenti. Nella famiglia Barbapapà «non troviamo i litigi tra fratelli che si trasformano in alleanza per la vita, né le proteste verso l’imbarazzante marito della moglie che diventano baci, carezze e soprattutto complicità». Non ci sono nemmeno gli scontri generazionali e le alzate di testa che attraversano un’altra serie molto amata dal pubblico più giovane, i Puffi. I Barbapapà nella loro lineare, consolatoria semplicità, sono un salutare inno alla famiglia in tempi di assenza di happy end. Un altro dei temi forti della serie è l’ecologismo. Per far riflettere gli uomini sui rischi dell’inquinamento, sul traffico imperante e sull’avanzante speculazione edilizia, i Barbapapà abbandonano la Terra a bordo di un’astronave che pare la versione aggiornata della biblica Arca di Noè. Gli uomini, rimasti soli, comprendono che la natura va rispettata e i Barbapapà fanno ritorno sulla Terra con tutti gli animali. Riprendono così gioiosamente e in maniera colorata a salvare vite umane, sbrogliare problemi, riacciuffare animali fuggiti dallo zoo. «Resta di stucco, è un barbatrucco» quarant’anni dopo e dopo dieci serie a fumetti, libri illustrati, nove volumi, il Pulcinella Awards nel 2009 e oltre 200 episodi animati, non ha ancora perso il suo smalto.
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