giovedì 8 luglio 2010
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Simbolo della politica antislava dell’Italia fascista. Oppure episodio marginale, poco più di un dettaglio nel magmatico contesto dell’immediato primo dopoguerra – se non vero e proprio falso storico, "montato" certa storiografia di marca nazionalista slava. L’incendio dell’albergo Balkan, sede della Casa del popolo slovena di Trieste (Narodni dom), è con il tempo diventato un simbolo assoluto, tanto da indurre qualcuno a chiedere al presidente della Repubblica Napolitano, in visita a Trieste proprio il giorno del novantesimo anniversario dell’incendio, il 13 luglio, di rendere visita al Balkan; la visita è stata inclusa nel primo programma della visita, diffuso nei giorni scorsi e del quale si è occupato ieri su queste colonne Paolo Simoncelli, accanto a quella al monumento all’Esodo degli istriani, giuliani e dalmati. Un accostamento che ad alcuni ha fatto storcere il naso. Ma che cosa accadde, esattamente, il 13 luglio 1920 a Trieste?«La situazione delle fonti e della documentazione non è ottimale – spiega Marina Cattaruzza, che alle vicende istriano-giuliane ha dedicato il suo recente L’Italia e il confine orientale (Il Mulino) –. Dai fatti storicamente accertati risulta che il Balkan fu distrutto da gruppi di fascisti e nazionalisti, con il consenso – almeno tacito – delle forze armate italiane che occupavano la città. A essere dominante fu la motivazione di tipo nazionalistico; all’epoca il confine non era ancora stato definito, e gli antecedenti immediati rimandano ai fatti di Spalato, dove allora stazionava un incrociatore della Marina italiana e dove c’erano stati degli scontri di carattere nazionale tra serbi e croati, da una parte, e italiani, dall’altra. Nel corso di questi scontri erano rimasti uccisi due militari italiani. A Trieste, all’epoca, la minoranza slovena si trovava in una condizione di regime d’occupazione commissariale, notevolmente repressivo nei confronti di tutti gli elementi contrari alla soluzione italiana. Una volta avuta notizia di quanto era avvenuto a Spalato, a Trieste ci furono manifestazioni di nazionalisti e fascisti; un manifestante venne ucciso e, successivamente, venne ferito gravemente anche un ufficiale delle Forze armate italiane. Ma tutta la dinamica dei fatti non è ancora stata ricostruita in termini univoci, a causa di una base documentaria insufficiente o reticente – una ricognizione completa degli archivi non è ancora stata compiuta e ci si basa su ricostruzioni dell’epoca o fonti parziali. L’unica cosa che è chiara è che il Balkan venne effettivamente dato alle fiamme».L’incendio – nel quale morì uno sloveno, mentre tutti gli altri ospiti della Casa del popolo riuscirono a salvarsi – aveva però una chiara firma politica: quella fascista. Anzi, il Balkan – precisa Emilio Gentile, autore, fra i tanti titoli, di Fascismo di pietra (Laterza) – «fu la prima impresa compiuta dagli squadristi nella zona del confine, presentando così il fascismo come il movimento che difendeva la Vittoria mutilata e che organizzava la lotta anticomunista. L’azione anticomunista e la lotta antislava si univano, ma il problema principale era il primo». Lo status degli slavi era ancora tutto da definire, anche perché «mentre tutti i nuovi Stati che erano stati creati sulle rovine dell’Impero austroungarico – Polonia, Austria, Ungheria... – erano stati obbligati a sottoscrivere trattati sulla protezione delle minoranze, alle grandi potenze come l’Italia non era stato chiesto nulla».Eppure la storia avrebbe potuto prendere tutt’altra piega, come ricorda Alberto Monticone, già docente in varie università italiane: «Nell’aprile del 1918 a Roma si era tenuto un convegno delle nazionalità oppresse dell’Impero asburgico che aveva avanzato interessanti componenti di natura più rispettosa delle nazionalità. Invece s’impose la politica delle diplomazie dei vincitori, e quel momento d’incontro andò perduto». Eppure tale anelito alla convivenza aveva radici profonde: «Fin dall’Ottocento la sofferenza comune delle varie nazionalità soggette all’Impero austroungarico aveva consentito di non esasperare i nazionalismi. I popoli erano in parte mescolati, e le comunità locali anelavano, almeno in parte, a una soluzione pacifica, a una convivenza attraverso una comune composizione di linee di confine che rispettassero le realtà culturali e le tradizioni nazionali. Invece la corrente che si sarebbe imposta, e che era quella stessa che aveva portato l’Italia all’intervento nella Prima guerra mondiale, fu piuttosto quella imperialista, che aveva trasfigurato – magari in buona fede – gli ideali risorgimentali in ideali di affermazione di potenza, fino a voler annettere l’intero litorale adriatico richiamandosi alla Repubblica di Venezia».Così il Balkan in fiamme sarebbe diventato, per gli sloveni, il simbolo dell’oppressione, anche se quell’aggressione non era stata condotta in modo specifico contro gli slavi. «La rilettura in chiave nazionalista – riflette Gentile – fu conseguenza di quello che fu l’intero ventennio fascista per queste popolazioni». Un’epoca di repressione nazionale, indubbiamente, che certa storiografia tende a utilizzare, se non come giustificazione, almeno come spiegazione per ciò che accadde alla fine della Seconda guerra mondiale, dalle foibe all’Esodo istriano. «Ma queste forme di ritorsione – puntualizza ancora Gentile – da un punto di vista storiografico rischiano sempre di deviare su questioni di pregiudiziale. Stabilire correlazioni di causa-effetto e istituire contrapposizioni rinfocola animosità passate, proprio in un momento, come quello attuale, in cui le vecchie barriere dovrebbero cadere. Nell’Unione europea la questione delle minoranze può essere gestita in modo sicuramente migliore di quanto fu fatto alla fine della Prima guerra mondiale». Conferma la Cattaruzza: «Non abbiamo riscontri documentari sul fatto che vi fosse un rapporto di tipo causa-effetto tra questi avvenimenti degli anni Venti e quanto avvenuto tra il 1943 e il 1945. La storiografia più recente ritiene che il tipo di repressione, e anche le azioni sistematiche messe in atto sul confine orientale dal movimento di liberazione jugoslavo comunista vanno inserite in un’altra logica: quella della presa del potere. E non al desiderio di vendetta rispetto a quanto successo in precedenza».
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