mercoledì 7 luglio 2010
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Fa un certo effetto sentire per la prima volta un drammatico ultimatum dal sovrintendente Stephane Lissner. «C’è tempo sino al 31 luglio altrimenti il Teatro alla Scala chiuderà i battenti». Il punto di non ritorno, la fine del mese, è la scadenza che il numero uno del teatro milanese dà a Sandro Bondi per presentare, in Consiglio dei ministri, il regolamento attuativo del decreto sul riordino delle fondazioni liriche diventato legge il 29 giugno. «Perché – dice Lissner senza girarci troppo intorno – è finito il tempo delle parole e ora mi aspetto, pretendo atti concreti dal ministro dei Beni culturali». In caso contrario il sovrintendente vede all’orizzonte l’impossibilità per la Scala a «mantenere il suo livello di qualità», se non, scenario più catastrofico, «la chiusura». L’agenda è segnata. La settimana prossima a Roma si aprirà il tavolo che dovrà iniziare a discutere del regolamento per dare più autonomia alle fondazioni virtuose – quelle con un bilancio in attivo da almeno tre anni – come la Scala. Ma Lissner chiede tempi stretti. «Per far arrivare entro il 31 luglio in Consiglio dei ministri il regolamento e per farlo diventare legge entro il 31 ottobre». E per ottenere entro sessanta giorni il via libera dalla conferenza unificata con enti locali e regioni, dal Consiglio di Stato e dalle Commissioni cultura di Camera e Senato. «Il percorso è questo, si tratta ora di capire se c’è la volontà politica di attuarlo» spiega Lissner che ha chiesto ai sindacati proposte per il regolamento da portare al tavolo al ministero. La Cgil ha già posto i suoi «punti irrinunciabili: un contratto nazionale, una negoziazione sull’integrativo, un’autonomia per la Scala e un Fus certo e adeguato che permetta una programmazione almeno triennale». E proprio contro i tagli al Fondo unico per lo spettacolo si scaglia Lissner: «Rinunciare alla cultura – attacca – è la distruzione di un paese. L’Italia, come la Germania e la Francia, ha un passato culturale che è un tesoro e l’idea che la cultura potrebbe essere privatizzata è una cosa fuori dalla realtà». Il sovrintende snocciola qualche numero: «Il nostro teatro ha un bilancio che pesa solo per il 40% sul pubblico. E il finanziamento statale è del 25% su 120 milioni. Il passo successivo è la privatizzazione, inaccettabile perché la cultura come la ricerca, la sanità a la scuola sono servizi pubblici». Una situazione «molto grave» per Lissner che dice di condividere «la reazione di tutti i lavoratori e i sindacati che lottano contro un progetto che non sostiene la cultura, con il rischio che diventi una cosa solo lasciata ai privati». Un modo per riconquistarsi la fiducia dei suoi dopo il colpo di mano di mercoledì scorso quando, di fronte a orchestrali e coristi andati in scena improvvisamente in borghese per il Faust, ha minacciato di considerare quella «una giornata di sciopero perché sul palco bisogna essere irreprensibili». Un «tradimento» alla causa secondo alcuni tanto che sul Sottoscala, il blog dei lavoratori del teatro, c’è chi chiede le dimissioni del sovrintendente.
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