giovedì 6 agosto 2009
Incontro con l'artista pugliese: «I musicisti italiani hanno tanti difetti ma sono sempre i primi a mobilitarsi in queste occasioni»
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Fedele al motto di un suo programma, Ca­ri amici vicini e lontani, Renzo Arbore riu­nirà domani sera, a L’Aquila, la gente d’A­bruzzo per un concerto-evento gratuito dedi­cato ai terremotati. Solo lui e la sua Orchestra Italiana, la sua banda un po’ swing, un po’ jazz, un po’ blues ma molto napoletana. Neanche il tempo di tornare dal Canada e dalle cascate del Niagara per il suo tour, che l’artista di Foggia con il cuore a New Orleans, è ripartito, cappel­lo e mandolino, alla volta di L’Aquila: «Appena mi hanno proposto il concerto ho detto di sì e con me tutti gli altri componenti del gruppo». In pieno agosto, quindi, lontano dai mega e­venti che hanno, chi più chi meno, raccolto la solidarietà del pubblico italiano per gli abruz­zesi. Ma lei perché non c’era sul palco al concertone dello Sta­dio Olimpico di giugno? In verità non mi hanno inter­pellato. Ero in tournée in A­merica, ma avrei partecipato molto volentieri. Non l’ho per niente snobbato. Anzi, penso che i grandi eventi musicali siano l’ideale per la solidarietà. Può succedere che non fun­zionino ma, fatti bene, hanno una grande forza trainante, coinvolgono ed educano le nuove generazioni. Basta ve­dere cosa hanno fatto gli americani e gli ingle­si negli ultimi trent’anni. Penso a Bob Geldof, ai concerti per la pace e contro la fame nel mon­do.La musica, quindi, si può declinare con la so­lidarietà? Si deve declinare. Come avviene spesso in Ita­lia. Molti miei colleghi si sono subito mobilita­ti: non solo grandi star ma anche jazzisti come Stefano Bollani. Sono orgoglioso di appartene­re al mondo della musica. Non si parla mai del fatto che a differenza di altri settori dello spet­tacolo i musicisti sono i primi a mobilitarsi per promuovere la solidarietà. Va bene, bisticcia­mo, scattano le invidie, ma alla fine tutti, rocket­tari, artisti del pop e del blues siamo pronti a scattare quando succedono queste tragedie. Come in Abruzzo. Cosa significa per lei, suo­nare in quei luoghi? È un dovere e, assieme, un piacere immenso. Io sono pugliese e mi sento un po’ cugino dell’A­bruzzo. È il posto dove ho passato la mia in­fanzia, quando, durante la guerra, da sfollati ci siamo rifugiati a Francavilla al Mare. E poi, per me, L’Aquila era la capitale. Sarà un concerto che cercherà di far dimenticare per due-tre ore tut­te le sofferenze, psicologiche e materiali: per la perdita dei propri cari e per quella delle cose quotidiane. Perché per noi meridionali anche perdere una fotografia significa perdere un pez­zo di vita. Il suo animo meridionale come l’ha presa la proposta leghista di inserire una sezione in dia­letto per il festival di Sanremo? La musica dialettale già vive. Quella è una pro­posta velleitaria, un errore che vorrebbe servi­re a dare spazio ai dialetti del nord. Ma non si è ancora capito che saranno sempre i dialetti mu­sicali del sud a vincere. Anche se molti grandi della musica italiana vengono da 'su'. Penso a Jannacci, Mingardi e altri con cui ho suonato e cantato nei loro dialetti. Se io vado in Cina can­to anche in cinese. Non si può amministrare la musica con la legge e le etichette. Altro discor­so è che si deve dare più spazio alle canzoni dia­lettali. E la tv? La farebbe ancora oggi? Il problema è che io la tv la vedo ridotta male. Non ci sono più idee. Tutti proni alla dittatura dell’auditel. Non c’è niente di artistico e di crea­tivo. Si è perso il concetto di gusto e di elegan­za. Si pensa che elegante sia il sinonimo di eli­tario. Spesso rifletto sul successo di trasmissio­ni come Supervarietà , che mandano in onda repliche su repliche di programmi del passato. E questo perché quella era una televisione sen­za tempo, duratura. Oggi invece con i reality e gli squallidi racconti da sottobosco si fa una tv usa e getta. Senza prospettiva futura.
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