martedì 10 marzo 2020
L’enfant prodige palermitano è il primo violino all’Accademia nazionale di Santa Cecilia. Con la passione per la pesca: «Insegna pazienza e costanza»
Andrea Obiso al violino. Classe 1994, ha vinto il concorso per l'Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma

Andrea Obiso al violino. Classe 1994, ha vinto il concorso per l'Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma - Daniel Delang

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Voleva fare a tutti i costi l’albero di Natale. «Era l’8 dicembre del 2000, sentivo il clima di festa come tutti i bambini. Avevo sei anni, ma mamma e papà dovevano lavorare. E per loro lavorare significava fare musica, provare al pianoforte e al violino una Sonata di Respighi per un concerto. Aspettai pazientemente e alla fine chiesi loro di risuonarla da capo, dimenticando completamente l’albero e le decorazioni». Andrea Obiso ha in mente precisamente giorno, mese e anno in cui è iniziata la passione della sua vita. «I desideri di bambino sono passati in secondo piano e, da allora, la musica mi ha completamente assorbito», racconta il violinista palermitano, classe 1994, diplomato, precocissimo, a 14 anni, una carriera da violino solista nel mondo dopo essere stato il più giovane allievo ammesso all’Accademia Chigiana a soli 11 anni.

Carriera arrivata ora a una svolta: Obiso a gennaio ha vinto il concorso per il ruolo di primo violino di spalla dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma. «Eravamo un’ottantina, prima la fase della valutazione dei titoli, poi le semifinali a Roma e infine la finale, con Antonio Pappano, direttore musicale di Santa Cecilia, sul podio dell’orchestra». Obiso, ventisei anni a giugno, in finale ha sbaragliato tre colleghi provenienti da Francia, Romania e Giappone. «È stata davvero tosta. Adesso non vedo l’ora di entrare in carica a settembre a fianco della storica spalla di Santa Cecilia, Carlo Maria Parazzoli».

Come mai, Andrea Obiso, con una carriera da solista avviata, ha pensato di provare il concorso per Santa Cecilia?

«Volevo tornare in Italia. Vivo da qualche tempo negli Stati Uniti, a Philadelphia, dove lo scorso anno mi sono laureato al Curtis institute of music. Mi hanno messo un violino in mano quando avevo quattro anni, lo studio è stato continuo e prestissimo è iniziata anche la carriera da solista. Dopo il diploma a Philadelphia mi sono fermato a riflettere chiedendomi cosa avrei voluto fare della mia vita. Sapevo che l’Accademia, con la quale avevo collaborato per alcuni progetti, mi teneva d’occhio. Quando avevo suonato con loro mi ero sentito a casa. Così ho risposto al bando».

Selezioni, semifinale e poi la finale con il maestro Pappano sul podio.

«Il repertorio richiesto era vastissimo, con brani in cui il primo violino ha parti soliste importanti. La finale è stata impegnativa, ma entusiasmante: Sherazade di Rimskij Korsakov, la Quarta di Brahms, Heldenleben di Strauss. Il maestro Pappano, una volta dato l’attacco, scendeva in platea ad ascoltare, lasciandomi in mano l’orchestra con il compito di farmi seguire dai colleghi. Ho accettato la sfida di mettermi in gioco ed è andata bene».

È servito aver suonato per anni da solista o gruppi da camera?

«Sicuramente. E mi sono serviti gli anni di studio: accanto a composizione e violino ho voluto studiare anche direzione d’orchestra per conoscere un linguaggio specifico, quello del gesto, che da primo violino devo saper decifrare immediatamente e trasmettere ai miei colleghi dell’orchestra».

Quindi il prossimo passo sarà sul podio?

«Non mi vedo con in mano una bacchetta, mi piace stare accanto al podio. Quella della spalla è una figura di mediatore, tra il direttore e i musicisti, certo, ma anche all’interno della stessa orchestra. Entra in gioco un attimo dopo il gesto del direttore e ha una frazione di secondo per capire i pensieri di chi è sul podio e convogliarli verso un intento unico».

È anche una sorta di front man dell’orchestra.

«E per me, che sono cresciuto ascoltando le incisioni dell’Accademia di Santa Cecilia con Myung- Whun Chung e Daniele Gatti, rivestire questo ruolo è un grande onore e una grande responsabilità. Tanto più in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo, anche sul fronte della cultura».

Una famiglia di musicisti, il violino giocattolo a quattro anni… Ma le sono pesati i sacrifici?

«Ci sono stati e sono stati tanti, inutile negarlo. Però per me era naturale, era quello che vedevo fare in casa ai miei genitori, musicisti e insegnanti, e soprattutto era quello che da quell’8 dicembre 2000 volevo fare. La musica per me è sempre stata un’altra lingua, come l’italiano o l’inglese, che potevo utilizzare per comunicare con altre persone. Nel 2005 a undici anni sono entrato alla Chigiana, nel 2007 sono volato a Maastricht e quando frequentavo la terza media facevo la spola tra due Conservatori, ma non ero un piccolo Leopardi, non ero concentrato solo sullo studio, appena potevo andavo a giocare a calcio con i miei amici».

Qualche ripensamento?

«No, ma semplicemente perché mi piace quello che faccio, penso che è ciò per cui sono nato. Mi rendo conto di avere una facilità nel suonare il violino e mi sembra un peccato sprecare questo talento. Un insegnamento del mio maestro, Marco Rizzi. Certo, non è stato facile perché i segnali che la società manda spesso vanno nella direzione opposta: a 17 anni sono in pochi a considerare un valore lo studio, ma sono stato fortunato perché i miei compagni di Scienze sociali mi hanno aiutato e sostenuto, offrendomi buoni esempi di vita».

Che musica ascolta?

«Quella che suono, in particolare Richard Strauss, tutto ciò che è Russia di inizio Novecento. Mi piace la musica francese di fine Ottocento e inizio Novecento. E poi Bach, Mozart, Beethoven e Bruckner. Ma non solo, ascolto hip hop, il rock dei Beatles, musica ambient, techno tedesca, musica sperimentale. E poi tanta contemporanea: a Los Angeles ho collaborato con la Kaleidoskope chamber orchestra che ogni anno commissiona una quarantina di nuovi pezzi».

Solo musica nella sua vita?

«Ho una grande passione per la pesca spinning, quando torno in Sicilia passo ore tra gli scogli. È una grande lezione di vita per un musicista (ma non solo) perché capita che per venti volte getti l’amo, ma non prendi nulla, poi alla ventunesima abbocca un barracuda: la pesca insegna la pazienza, la costanza, abitua anche allo sconforto e a godere, poi, dei successi».

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