mercoledì 31 gennaio 2018
Torna in libreria il saggio sulla ghigliottina in cui Camus osserva come una società che adotta la condanna capitale per punire un crimine nasconda a sua volta la propria dimensione criminale
Lo scrittore premio Nobel Albert Camus (1913-1960)

Lo scrittore premio Nobel Albert Camus (1913-1960)

Chi uccide un uomo uccide un mondo e chi salva un uomo salva un mondo. Così si esprime la Mishnà nel trattato Sanhedrin 4,5. Rispondendo con la pena di morte al delitto lasceremmo le cose come stanno, vale a dire in preda al male consustanziale al mondo nel quale si verifica. È come se la vittima e il colpevole precipitassero entrambi nello stesso baratro; la vittima per mano del suo assassino, l’assassino per mano del boia che assassino lo è per procura. Con la pena di morte sembra quasi che lo Stato voglia ricostruire la scena del crimine e riscriverne l’esito, ma senza per questo poter garantire la salvezza alla vittima, insomma il nastro del tempo, per quanti tentativi si possano fare, non si riavvolgerebbe a vantaggio della vittima.

Eppure, noi sappiamo che in qualche modo è necessario punire. Sappiamo bene come si imponga questa esigenza, ne immaginiamo l’origine e spesso non ci piace, eppure abbiamo difficoltà a ignorarne la pretesa o, più ancora, non possiamo. Percepiamo il castigo come una necessità, e nello stesso tempo ne constatiamo la durezza e l’arbitrarietà... Kafka ebbe la sensazione che più ci si comporta bene più si rischia di infrangere qualcosa che trascende la stessa distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male, consegnando così l’uomo all’imperscrutabilità della sua condizione.

Oggi questi limiti vengono sempre di più considerati inaccettabili, frutto di una coercizione intollerabile e fortemente lesiva della nostra identità che, per altro contraddittoriamente, viene percepita come essenzialmente dipendente dall’identità dell’altro, del diverso, dello straniero, fino alla cancellazione della propria.

Ma questo processo di cancellazione e messa in mora dell’identità viene accompagnato dalla più dura delle richieste che si possa fare a una società: fammi fare quello che voglio, ogni limitazione non è ben accetta, la mia libertà dipende da questo processo di perdita dell’identità che ora assume le sembianze di questo ora di quell’altro e di questo e di quell’altro insieme e quindi può fare tutto, svegliarsi in un modo e coricarsi in un altro; scoprirsi discriminati nel pomeriggio ed egemonici fautori della diversità conclamata la sera. Nel mondo che si prefigura la pena non esiste più se non per coloro che ancora non sono convinti che la pena debba scomparire.

Eppure senza la rete diffusa delle punizioni e dei castighi il tessuto sociale quotidiano, ben lungi dall’essere il regno messianico realizzato, non regge, si sgretola, si disperde proprio nel contrario di ciò che la Mishnà raccomandava e il mondo del singolo così come quello collettivo sono destinati a confluire nel caos, nella lotta inesausta e inesauribile di tutti contro tutti.

Il male deve potersi chiamare con il suo nome e solo l’abitudine al male impedisce di vederlo. La pena di morte, al contrario, cancellando il colpevole si illude di cancellare il male compiuto. Questo è il suo errore fatale. Camus, nel suo La ghigliottina (1957), non mette in questione la necessità della punizione, non si volta dall’altra parte di fronte al male. Discute la norma del risarcimento che non può essere vita per vita, secondo una simmetria quanto meno sospetta e, soprattutto, inefficace.

Il Giano bifronte della giustizia penale vede uno dei suoi volti guardare all’indietro: compensare l’orrore passato attraverso una pena ragionevole e adeguata, che per un periodo lunghissimo è stata, erroneamente, la morte. Erogata come un risarcimento dovuto alla società, Camus ci dice che alla comunità è dovuto ben altro che non la presunta simmetria garantita dall’applicazione della legge del taglione. Per inciso: presente nella Torah, contrariamente a quanto pensa Camus, scompare in tutta la letteratura rabbinica che, molto concretamente nell’esercizio della giustizia prevedeva che qualora la condanna a morte fosse stata decretata all’unanimità non dovesse essere eseguita. E questo nella convinzione che fosse impossibile per un essere umano non trovare nessuno in grado di mitigare la sua condizione di colpevolezza. Solo le assoluzioni erano definitive mentre le condanne potevano essere modificate la mattina dopo, certi che la notte porti nel sonno più consigli di quanto ne consenta la veglia.

La pena di morte nella cristianità: concepita come un castigo provvisorio la sua erogazione lascia in sospeso la sentenza definitiva che resta prerogativa unica di Dio: durante l’inquisizione, infatti, si condannò il corpo per salvare l’anima, dell’uno e dell’altra si aveva piena e assoluta certezza. Ma ora? Ora che le istituzioni e i costumi sono pienamente e, sembra, irreversibilmente desacralizzati, che significato ha infliggere un castigo definitivo che non ammette revisione da nessuna istanza superiore? A chi e a cosa deve convertirsi un condannato a morte? Forse alla stessa società che lo condanna espellendolo dal proprio seno? È qui che Camus ritorna agli esiti più radicali della sua riflessione. Una società che condanna alla morte colui che è uscito dalle norme con il proprio crimine lo fa per nascondere a sua volta la propria dimensione criminale. Che non è, vale la pena ricordarlo, solo la quantità di morte che essa produce per garantire la propria sopravvivenza o la sopravvivenza dei migliori o dei più adatti, bensì il fatto di essersi eretta a divinità autosacralizzata cui nulla interessa fuorché la propria conservazione e riuscita.

Pubblichiamo la prefazione di Riccardo De Benedetti a “La ghigliottina. Riflessioni sulla pena di morte” (Medusa, pagine 108, euro 13,00), saggio attualissimo in cui Albert Camus nel 1957 smonta la sommaria impalcatura ideologica della pena capitale (allora in vigore in Francia) mostrando come i condannati a morte ci giudicano, loro che già sono stati giudicati da una giustizia che si vuole definitiva e risarcitoria, senza comprendere che la simmetria degli omicidi annulla la possibilità stessa del risarcimento e della necessaria prevenzione dei delitti.

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