sabato 8 agosto 2015
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Maxime riceve una telefonata dalla fidanzatina, come tante altre volte è successo. Sono entrambi quindicenni e innamorati. Pensa di dover organizzare una passeggiata o una serata tra amici. Non si aspetta che lei, invece, gli confessi di essere incinta. Le loro vite, dunque, si posizionano da subito su un piano inclinato fatto di timori e incertezze: le rispettive famiglie hanno diversissime idee in proposito, le strutture sociali si mettono immediatamente di mezzo, così come gli ambienti medici e quelli legali. Tutto diventa un ostacolo da superare quando loro, semplicemente, decidono di volere quel bambino. Keeper è la delicata, sincera opera prima del regista franco-belga Guillaume Senez, che il Festival del Film di Locarno ha presentato nella sezione “Cineasti del presente”, prima della sua uscita in Belgio nel prossimo gennaio. Uno sguardo, però, alzato da una prospettiva del tutto inconsueta per il cinema, quella della paternità. «Fa parte della quotidianità della vita la presenza dei figli e io ne ho due splendidi – confessa Senez –. Quindi ho sentito molto forte il desiderio di lavorare su questo aspetto, sentendomi maturo come padre e come regista». Film sugli adolescenti se ne fanno tanti. Spesso le tesi che riguardano le loro scelte, anche morali, o quelle delle persone che hanno un’influenza su di loro, sono confezionate per assecondare le ideologie correnti o creare scandali. In Keeper, invece, l’adolescenza è trattata con purezza e grande rispetto. «L’adolescenza, devo dire, è stato un periodo della vita molto importante per me. Parlarne in un film, avendola vissuta così intensamente, mi risultava naturale. Mi sono poi accorto che era facile trovare come protagoniste delle adolescenti in attesa dei loro bambini, con tutti i problemi enormi che ne scaturiscono – Juno di Jason Reitman è un titolo che vale per tutti –, ma non ho trovato uno solo film che affrontasse questo problema non dal punto di vista della futura madre, ma da quello del futuro padre». In Keeper i futuri genitori sono due splendidi giovani attori che recitano con grazia e naturalezza. Maxime è interpretato da Kacey Motett Klein – già visto in Home e sister di Ursula Meir e prossimo interprete di Quand on á 17 ans, l’ultimo film di André Téchiné – una promessa del cinema, così come la tenera e forte Galatea Bellugi, perfetta nel ruolo della fidanzatina Mélanie. I giovani spettatori potranno facilmente immedesimarsi in loro, quando una novità di simile portata li pone dinanzi a scelte difficilissime, ardue e di vasta portata morale. «Spero che possa nascere una sincera empatia tra il pubblico e questi due personaggi – dichiara il regista –. Ma una cosa desidero puntualizzare: il mio non è un film che insegue un messaggio, non impone una scelta come migliore di un’altra, anche quando è necessario farla in situazioni estremamente delicate come queste e c’è di mezzo una nascita, dunque una nuova vita. Mostro soltanto le cose come stanno, non prendo posizioni. Alla fine possiamo discutere sulle scelte di Maxime e Mélanie, ciascuno si può appropriare della storia secondo il proprio vissuto e la propria personalità». Certo, il film non impone un punto di vista. Sta di fatto che Maxime difende il proprio ruolo di padre con tutti i mezzi possibili, così come fin da subito vuole influenzare la scelta di Mélanie verso la maternità. Per questo si scontra con i genitori di lei, che spingono per l’aborto, e con un ambiente a tratti ostile. «Il mio è un film sul desiderio, l’amore, la giovinezza, l’irresponsabilità che poi ti porta a diventare molto responsabile. Io ho filmato una storia semplice, umana. Volevo ci fossero soltanto emozioni. Gli spettatori giovani reagiscono sempre in modo imprevedibile. Ma proprio perché nel film sono totalmente assenti giudizi di condanna e tesi precostituite, proprio perché non impongo un punto di vista obbligato, in questa libertà di giudizio, credo riusciranno a comprendere meglio la storia e condividere le scelte di Maxime, a sostenerle e farle proprie nel caso dovesse succedere anche a loro di diventare padri a quindici anni». Lui è un bellissimo personaggio, puro e combattivo, sensibile e forte. Si muove da equilibrista, sia quando deve parare un goal, sia quando deve difendersi per far rispettare la sua decisione. «Ci mette molta energia nel battersi per ciò che ritiene giusto: il suo diritto alla paternità, a frequentare gli allenamenti di calcio, a proteggere la sua fidanzata e il bebè in arrivo. Ma si batte perché capisce di essere impotente davanti a fatti che sono più grandi di lui, non potendo ostacolare il corso della legge. Sa che il suo spazio di azione è limitato, si concentra su Mélanie, per convincerla a tenere il bambino, come accadrà. Rivendica le sue ragioni di uomo e di padre, pur rispettando quelle di tutti gli altri». Kevin, da attore che ha più o meno la stessa età del protagonista, è convinto che i giovani possano rispecchiarsi nel suo personaggio. «I ragazzi di oggi sappiamo tutti come sono. Maxime è uno di loro e per questo potrebbero trovarsi un domani nella sua stessa situazione. E prendere, spero, le sue stesse decisioni». La storia è immersa nella realtà. Autentica, mai artefatta. «Io sono sempre alla ricerca di un’emozione autentica – riprende Sanez –, e così devono esserlo i miei film. Per questo crediamo a tutto quello che succede in Keeper, un film concreto e reale. Ho cercato di esserlo in tutti i minimi dettagli, dai vestiti agli oggetti al linguaggio ai modi di fare. Non ci doveva essere il minimo sospetto di falsità, altrimenti sarebbe risultata falsa anche la decisione dei due adolescenti. Tutto è stato seguito nel dettaglio: Galatea ha affiancato per alcuni mesi delle adolescenti in gravidanza, siamo stati davvero nei centri che le accolgono per aiutarle fino al parto e dopo, così come negli ambulatori dove ricevono assistenza medica. Insomma, credo abbiamo fatto un lavoro onesto».   L’ultima scena è realmente drammatica: il bambino è nato, ma viene separato dai piccoli genitori,  investiti da una responsabilità più grande di loro, che effettivamente li travolge. Maxime si sente un perdente per la legge, ma un vincitore nella vita. «La legge impone che il neonato sia affidato a un centro e successivamente a una famiglia che possa prendersene cura. Eppure Maxime rivendica fino alla fine il suo ruolo di “keeper”, ossia di custode. E anche, come dice il termine stesso, di portiere in una squadra di calcio. Che non ha il potere di far vincere, come un attaccante, andando al goal nel campo avversario, ma di non farla perdere, parando i colpi degli avversari».
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