lunedì 22 marzo 2021
È morto all'età di 75 anni il grande autore polacco che nei suoi versi ha testimoniato la presenza del mistero nella storia
Addio a Zagajewski, poeta tra luce e perdono
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L’ultima e-mail che ho ricevuto da Adam Zagajewski, morto all’età di settantacinque anni a Cracovia domenica sera nel giorno della poesia promosso dall’Unesco, era in risposta all’invio della mia recensione a Guarire dal silenzio, la bella ed esaustiva antologia mondadoriana a cura di Marco Bruno, uscita nel settembre scorso. Adam capiva circa il 40 % dei vocaboli italiani. Disse cortesemente di aver apprezzato il pezzo e aggiunse: «We need another conversation», abbiamo bisogno di un’altra conversazione. Ero certo che il suo another avesse qualcosa di metafisico.

La prima fase della poesia di Zagajewski è legata al movimento Nowa Fala, ossia “nuova ondata“, nouvelle vague, e ha inizio nel 1972 con Comunicato. Si tratta di una lirica accesa nei toni sociopolitici, una lirica dell’ethos, del proclamo, tutta orientata alla «federazione di individualità», come ha notato Andrea Ceccherelli nel volume antologico Cose di Polonia (In forma di parole, 2001), e ad affermare la dipendenza dell’arte dal crogiuolo di forze ideologiche che la tengono in piedi. Zagajewski – nato il 21 giugno 1945 a Leopoli, cresciuto in Slesia a Gliwice, compirà gli studi universitari a Cracovia – cambia marcia dal 1983 con la famosa Lettera. Ode alla pluralità. Raggiunge la notorietà con la poesia fluviale Andare a Leopoli che fece sussultare Derek Walcott in taxi, secondo la mitologia delle folgorazioni letterarie. Qui comincia uno stile suo, davvero zagajewskiano, contornato di una claritas (in senso tomistico) di sobrietà quasi leopardiana. «La limpidezza dei suoi versi – nota Krystyna Jarowska, curatrice del selected poems adelphiano Dalla vita degli oggetti del 2012– deriva da un’esigenza intrinseca che opera per forme visive e materiche, anche se rimanda a un altrove». Altrove che è presente nell’incompiutezza morandiana di un abbozzo o nell’effusione di un sentire vago e indistinto («il fulgore della visione»). In Zagajewski l’esperienza di scrittore assume da questa seconda fase in poi, tra gli anni Novanta e i Duemila grossomodo, un andamento al limite del religioso, orante e illuminato. Pensiamo a Liturgia ortodossa (da Le antenne, 2005): «È sufficiente forse – o solo lo pensiamo/ – che qualcun altro creda al posto nostro.// Basse voci continuano a cantare./ Abbi pietà di loro.// E sii misericordioso anche con me,/ o invisibile Signore». La musica di Bach (che esige «gioia/ pura e disinteressata»), Schubert, Rachmaninov, poi i grandi pittori fiamminghi, Piero, la luce degli olandesi (Vermeer su tutti) nutrono i versi di un poeta mai estetizzante, mai borgesiano, ripiegato piuttosto nel continuo e insaziabile fagocitare immagini di bellezza (filocalia), sfrondata e asciutta. La sua prosa, totalmente eccentrica, infarcita di segmenti narrativi, rammemorazioni e note sarcastiche, dimostra persino un arrotondare i motivi della poesia nello spettro della nostalgia di un’infanzia interiore («ridatemi la mia infanzia [...] adesso saprei/ come vivere immobilmente»): insomma Zagajewski ama l’ironia, ma rimpiange la mistica (così si può leggere Tradimento, a cura di Luca Bernardini, traduzione di Valentina Parisi, 2007).

Eppure, c’è un terzo Zagajewski ed è quello che ho avuto la fortuna di conoscere. Con il traduttore Marco Bruno abbiamo allestito Il «fuoco eracliteo» nel giardino d’inverno (Raffaelli, 2017, con 10 poesie e interventi di Salvatore Ritrovato, Daniele Piccini, Roberto Danese), una plaquette di liriche per festeggiare il Sigillo d'Ateneo conferitogli nel 2016 dall'Università di Urbino. Tra queste figurava Festa dei maturandi da Asimmetria (2014), poi in cima alla selezione mondadoriana, che va a ritroso e parte dai testi più giovani per arrivare ai più antichi. L’asimmetria è la discrepanza nel vedere, ossia la differenza tra il guardare nell’errore e il guardare illuminato dalla grazia: si può tradurre davvero in termini evangelici. Ecco che il poeta, quand’era giovane, non riusciva a osservare bene l’impacciato muoversi di sua madre durante la festa dei maturandi: ma ora, ora che è cresciuto e l’ha persa, ora sì che saprebbe vedere... «Durante quella riunione, mi vergognavo per lei –/ mentre durante la guerra non potevo ammirarla/ per altre ragioni, ben diverse, e come// questa asimmetria, questa forte asimmetria,/ per molti anni, addirittura per decenni,/ non mi permetteva di vederla/ nella nitida luce del vero,/ nitida e complessa,/ complessa e giusta,/ giusta e irraggiungibile,/ irraggiungibile e magnifica». Nato nel secolo d’oro della poesia polacca (con Wat, Miłosz, Herbert, Szymborska), transitato in una vorticosa crescita spirituale che ha condiviso con un altro compianto poeta, Philippe Jaccottet, arrivato alla rara consapevolezza che gli onori – nemmeno il Nobel che gli è stato negato – non valgono la «vera vita» (così si intitola l’ultima silloge pubblicata nel 2019), quella dei santi, Zagajewski ci ha lasciato parole non adatte soltanto a un compendio delle nostre antologie di letteratura contemporanea. Celebre in America – dove ha insegnato all’università di Houston e Chicago – per Prova a cantare il mondo storpiato (Interlinea, 2019) all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, a suo modo Adam è stato un testimone della «luce» e del «perdono» («dove dimora il perdono?»). «Solo nel bello altrui/ è la consolazione». «Solo negli altri è la redenzione». Sono parole che ci accompagnano verso una radiosità, un chiarore più alto. E come vorrei tornare ora a quei giorni d’estate per dirgli che gli voglio bene, che lo ringrazio, che mi manca. Che possiamo pure riprendere, ancora una volta, la conversazione che abbiamo interrotto.

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