mercoledì 27 settembre 2017
Nato nel 1930 a Milano, è stato autore prolifico e grande attore con la sua “Compagnia dei giovani”, oltre che critico di “Avvenire”. Fu tra i padri della Federgat
Roberto Zago (1930-2017)

Roberto Zago (1930-2017)

Per quasi mezzo secolo Roberto Zago aveva dedicato l’estate alla stesura di un nuovo copione. Drammi esistenziali, commedie per ragazzi e spettacoli in dialetto milanese, tutti idealmente riuniti in un corpus di circa settanta opere. Una prolificità che basterebbe ad assegnare all’autore – morto ieri sera a Milano dopo una lunga malattia – un posto di tutto rispetto nella storia del teatro italiano. Ma c’è un altro dato, che rende ancora più straordinaria questa avventura umana e artistica: Zago era drammaturgo per vocazione e non per mestiere. Un filodrammatico, come gli piaceva definirsi, un autodidatta che al teatro amatoriale aveva dedicato tutta la sua esistenza, recitando e dirigendo, impegnandosi nell’associazionismo e scrivendo, scrivendo moltissimo. Non solo testi per la scena, ma anche recensioni (non meno di tremila, aveva calcolato, numerose delle quali apparse proprio su “Avvenire”), a testimonianza di una passione rimasta tenace fino all’ultimo, in un continuo intrecciarsi di fedeltà alla tradizione e curiosità per le soluzioni più sperimentali.

Nato il 6 dicembre 1930 da genitori friulani immigrati a Milano, Zago aveva recitato per la prima volta all’età di 12 anni e già a 14 aveva scritto il suo primo atto unico. Nel periodo del boom economico aveva lasciato il lavoro di orafo per un posto in banca, con un baratto che gli permetteva di dedicare più tempo alla Compagnia dei Giovani, di cui era stato tra i fondatori nel 1959. La denominazione era la stessa dell’ensemble composto pochi anni prima da Romolo Valli, Rossella Falk e altri trentenni emergenti, ma il contesto in cui operavano i “Giovani” di Zago era molto meno scintillante. La Compagnia nasceva in una sala parrocchiale della periferia milanese, il Teatro Stella, dove ancora oggi svolge le sue attività. Fin dall’inizio Zago si era ritagliato il ruolo di capocomico all’antica, firmando una regia dopo l’altra e segnalandosi per una serie di interpretazioni che non avrebbero sfigurato su palcoscenici più rinomati: il suo Arlecchino, in particolare, aveva poco da invidiare per intensità atletica e duttilità espressiva al modello codificato da Ferruccio Soleri.

La Compagnia dei Giovani metteva in scena Goldoni e Molière, Paul Claudel e Cechov, Shakespeare e Noël Coward a fianco dei copioni via via composti da Zago, ugualmente a suo agio nella fiaba urbana (Babbo Lori dei palloncini del 1960-1961) e nell’apologo politico (La città verde, 1975-1976), nelle vicende minute consegnate alla parlata meneghina (i titoli sarebbero tantissimi, uno per tutti è Il cortil di Cassinet, 1968-1969) e in drammi dalla struttura più impegnativa, nei quali la denuncia sociale si alterna a un’introspezione di forte segno spirituale. In questo senso, ma anche in termini assoluti, il capolavoro è Diario, andato in scena nella stagione 1978-79 con lo stesso Zago nel ruolo del protagonista: una vicenda di malattia e di ascesi, scandita dal contrappunto con gli scritti di santa Teresa di Lisieux e rielaborata a suo tempo da un giovanissimo Marco Martinelli per uno dei primi allestimenti del futuro Teatro delle Albe.

Parallelamente a questa attività, coronata nel 2004 dall’Ambrogino d’oro del Comune di Milano, Zago si era speso per il rafforzamento delle strutture associative delle compagnie amatoriali. Nel 1962 era sorto, nell’ambito della Federazione oratori milanesi, il Comitato Teatro, embrione dell’attuale Gatal e, più in generale, esperienza di riferimento per la costituzione della Federgat nazionale (Federazione gruppi attività teatrali). In ciascuna di queste realtà Zago aveva ricoperto incarichi di responsabilità, conservandosi sempre fedele al desiderio di dare voce a una “comunità di teatranti innamorati di Cristo”. Una definizione che, oggi più che mai, gli si adatta perfettamente.

© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: