martedì 10 maggio 2016
1816, un vulcano rubò l'ESTATE
Non tutti sanno che è all’eruzione di un vulcano indonesiano che si deve la stesura del famoso romanzo Frankenstein, o il moderno Prometeo di Mary Shelley. Il 24 aprile 1816 il poeta inglese Lord Byron, allora ventottenne, lasciò la patria per non tornarvi più. Il 10 dicembre del 1815 aveva avuto dalla moglie Annabella Milbanke una figlia, Ada Augusta, ma Annabella non sopportava il marito sia per il suo carattere sia per il seguito di scandali che ne avevano costellato la vita, e aveva deciso di separarsi da lui. Byron era un donnaiolo impenitente e pare avesse avuto anche una relazione con la sorellastra Augusta Leigh, da cui era nata una bambina. Accompagnato da una numerosa servitù e da un imponente carico di libri, mobili e animali, Byron arrivò sul lago di Ginevra per stabilirsi a Cologny, nella Villa Diodati, che aveva affittato dal 10 giugno al primo novembre 1816. Era con lui John William Polidori, un giovane di origine italiana, suo medico personale e segretario, con il quale ha un rapporto piuttosto conflittuale. A Cologny strinse amicizia con il poeta Percy Bysshe Shelley e con la sua futura moglie Mary Wollstonecraft Godwin. Del gruppo faceva parte anche Claire Clairmont, sorellastra di Mary e amante di Byron. Incurante delle minute vicende di questi personaggi, un anno prima, in una parte del mondo assai lontana dall’Europa, l’isola indonesiana di Sunbawa, il vulcano Tambora aveva avuto un’immane eruzione esplosiva, durata dal 5 al 15 aprile 1815, che aveva immesso negli strati superiori dell’atmosfera una grande quantità di materiali: si parla di 100 chilometri cubi di ceneri e roccia e di 400 milioni di tonnellate di gas, che s’innalzarono fino agli strati più alti dell’atmosfera in una colonna di 44 chilometri.  Quella del Tambora fu una delle eruzioni più potenti della storia recente della terra, contando dalla fine dell’ultima era glaciale, circa 20 mila anni fa, e superò quella del Krakatoa del 1883 e quella del monte Sant’Elena del 1980. Per di più era stata preceduta da altri due fenomeni eruttivi: del vulcano Soufrière dell’isola di Saint Vincent nei Caraibi (1812) e del Mayon, un vulcano delle Flippine (1814), che avevano già impregnato l’atmosfera del globo di gas e polveri. A causa della nube, la luce del sole faticava a riscaldare la superficie terrestre e ad abbassare la temperatura globale contribuirono una riduzione concomitante dell’attività solare e la coda della cosiddetta piccola era glaciale, che si protrasse fino al 1850.  Di lì a qualche mese le conseguenze di questi fenomeni furono disastrose: l’inverno tra il 1815 e il 1816 fu rigidissimo e il 1816 è passato alla storia come “l’anno senza estate”: in primavera inoltrata il ghiaccio distrusse gran parte dei raccolti dell’America del nordest e dell’Europa occidentale, piogge torrenziali si abbatterono un po’ dovunque, a giugno il Québec fu coperto da 30 centimetri di neve, il 6 dello stesso mese nevicò a New York, in luglio e in agosto i fiumi e i laghi della Pennsylvania gelarono. In Ungheria si ebbero nevicate “sporche” e per tutto un anno in Italia cadde abbondante la neve resa rossa dalle polveri dell’eruzione. Rapide variazioni di temperatura, grandi tempeste, nubifragi e inondazioni contribuirono a rendere apocalittico lo scenario climatico in Europa e nel Nordamerica. Tra le conseguenze più tragiche vi fu la penuria di cibo in un’Europa che stava lentamente riprendendosi dalle conseguenze delle guerre napoleoniche: rivolte e sommosse si segnalarono in Francia e in Gran Bretagna, con assalti alle riserve di cereali.  Alcuni studiosi ipotizzano che sotto il profilo sanitario il freddo persistente del 1816 e la conseguente carestia siano stati responsabili della prima pandemia di colera, che dalla regione del Gange si estese a tutta l’Asia meridionale, al Medio Oriente e poi al Mar Caspio e di lì alle coste del Mar Baltico. Alla presenza di dosi massicce di polvere e gas si dovettero tramonti spettacolari, di cui sono testimonianza suggestiva i quadri di William Turner. Nemmeno la Svizzera fu risparmiata dal disastro climatico e intorno a villa Diodati il tempo era estremamente freddo e piovoso. Mary Shelley parla di un’estate umida e ostile, battuta da una pioggia incessante, che impediva ai cinque di compiere le escursioni che si erano ripromessi. Durante questa forzata reclusione, i nostri eroi si diedero alla lettura di Fantasmagoriana, una raccolta di otto storie di fantasmi, spettri e spiriti, tradotte in francese dal tedesco, i cui titoli sono molto significativi: La testa di morto, L’ora fatale, La fidanzata morta... I cinque erano immersi in un’atmosfera claustrofobica, alla luce oscillante delle candele e dei ceppi che ardevano nel caminetto anche a mezzogiorno e all’intermittente lampeggiare dei fulmini che si abbattevano sul lago e sui monti circostanti. Inoltre erano suggestionati dai racconti che stavano leggendo, in un crescendo di eccitazione erotica ed emotiva fomentata da generose dosi di laudano. Il seguito è ampiamente noto: a un certo punto Lord Byron propose che ciascuno scrivesse un racconto di fantasmi. Il risultato fu che Mary, allora diciottenne, cominciò a scrivere quello che immaginava dovesse essere un racconto e che poi, completato tra il 1816 e il 1817, diventò il celeberrimo Frankenstein, pubblicato anonimo nel 1818. Byron abbozzò un racconto, Frammento di un romanzo, che aveva per oggetto i vampiri, e Polidori, allora ventunenne, ispirandosi proprio a questo frammento scrisse Il Vampiro, un racconto che ebbe un’immensa influenza ed è considerato il capostipite di tutte le narrazioni che parlano di questi esseri, compreso Dracula di Bram Stoker. Pubblicato nel 1819, il racconto è ricalcato sulla figura dello stesso Byron, di cui mette in luce i difetti. Per ironia della sorte, la novella fu pubblicata sul New Monthly Magazine con il sottotitolo “Un racconto di Lord Byron” e solo dopo molto tempo l’equivoco fu dissipato. Nel 1821, Polidori ebbe una forte depressione e si uccise ingerendo acido prussico, un composto di sua invenzione. Tre anni dopo, Lord Byron moriva a Missolungi combattendo per la libertà della Gracia. Se il vulcano Tambora non avesse eruttato, la carriera cinematografica di Boris Karloff, il più famoso dei mostri di Frankenstein, sarebbe stata meno... orrorifica.
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