Troppa chiarezza: il lato oscuro della filosofia analitica

Schuringa mostra come un pensiero all’apparenza apolitico veicola una visione del mondo conservatrice: un linguaggio e una società trasparenti possono essere più sicuri e organizzati ma meno liberi e plurali
December 18, 2025
Troppa chiarezza: il lato oscuro della filosofia analitica
Joshua Hoehne / unsplash
Almeno dall’inizio degli anni Duemila si sta diffondendo in tutta l’Europa continentale la cosiddetta “filosofia analitica” che, nata nel Dopoguerra nei paesi anglosassoni a partire dalla filosofia di Wittgenstein e del Circolo di Vienna, si è propagata in tutto il mondo sostenuta principalmente da un apparato culturale e accademico come quello americano, che non ha eguali quanto a potere economico e finanziario. In pochi anni molti dipartimenti di filosofia in Germania, nell’Europa dell’Est, in Italia (meno in Francia, che ha una orgogliosa tradizione autoctona) hanno iniziato a occuparsi a tamburo battente di questa “nuova” filosofia, tanto da soppiantare spesso tradizioni filosofiche molto più radicate, si pensi soltanto all’ermeneutica, alla filosofia dell’esistenza, al marxismo e al personalismo cristiano. Adesso, scemato progressivamente l’entusiasmo iniziale, si sta iniziando a riflettere criticamente su questo fenomeno e a valutarne la reale portata e la ricaduta nel dibattito culturale e filosofico.
Per questa ragione non può che essere vista con favore la pubblicazione del volume di Christoph Schuringa A Social History of Analytic Philosophy (Verso, pagine 336, dollari 34,95), che ha movimentato negli ultimi mesi le acque del dibattito filosofico anglosassone. L’idea di Schuringa non è nuova, va fatta risalire ad Adorno e Horkheimer, i quali nella Dialettica dell’Illuminismo avevano incluso il Circolo di Vienna all’interno della débacle dell’Illuminismo che aveva trasformato la ragione, potente mezzo di emancipazione sociale e politica, in uno strumento di dominio e di conformismo sociale. La ragione “illuminista”, che voleva liberare l’uomo dalla schiavitù umana e sociale, progressivamente aveva finito per prolungare e giustificare questa stessa oppressione.
Le analisi francofortesi sono utilizzate da Schuringa per comprendere la storia della filosofia analitica, che aveva seguito le orme della Scuola di Vienna e la sua pretesa di elaborare una “filosofia pura”, estranea da condizionamenti politici, sociali, culturali. La ragione “analitica” nasconde, infatti – così come la ragione “illuminista” – il desiderio della totale autotrasparenza del linguaggio, dell’analisi oggettiva, pura, senza alcun residuo. È il mito di quella “società trasparente” di cui parlava ormai anni fa Gianni Vattimo: una società completamente permeata dai mezzi di comunicazione, totalmente organizzata in modo razionale e appunto trasparente (per il potere), in cui non soltanto non è auspicata ma neppure prevista alcuna possibilità di cambiamento, di emancipazione. Tutto è in fondo previsto, calcolato a priori, determinato dalle leggi economiche, e, quindi, lo stesso impegno politico e sociale diventa di fatto superfluo. Già nel sottotitolo della sua opera Schuringa sottolinea questa “impolitica” politicità della filosofia analitica: Come la politica ha plasmato una filosofia apolitica. Dopo gli anni turbinosi delle filosofie “critiche” di provenienza esistenzialista, marxista, cristiana o strutturalista, la filosofia analitica intende inaugurare l’epoca in cui il pensiero torna a occuparsi di se stesso, limitandosi a guardare al microscopio il linguaggio comune e filosofico, correggendone in modo terapeutico gli errori e le patologie, e abbandonando ogni illusoria pretesa di “cambiare il mondo”.
Secondo Schuringa non avrebbe potuto essere altrimenti, perché la filosofia analitica nasce come una filosofia del senso comune o buon senso, di ciò che la ragione naturale può comprendere in modo diretto e senza particolare sforzo: la filosofia del common sense. E al buon senso essa costantemente si richiama, rigettando nel confuso, nell’incomprensibile e nell’abborracciato tutto ciò che da quel senso comune anche soltanto un passo desidera allontanarsi. “Come se nel senso comune – come ammoniva Gramsci negli Appunti di filosofia III (1931-1932) – non si potesse trovar tutto e come se esistesse un solo senso comune eterno e immutabile. Senso comune si dice in vari modi” (Quaderni dal carcere, vol. 2, § 175, p. 1047). Richiamarsi come fa la filosofia analitica al common sense altro non è che richiamarsi a una determinata forma che il senso comune ha assunto in una società, in un’epoca, in una cultura, perché ciò che una cultura dà come appartenente al senso comune non è affatto detto che valga anche per le altre culture. Ipotizzare che esista un solo senso comune cui richiamarsi e che costituisce il fondamento della razionalità stessa in quanto tale significa farsi portavoce, ipostatizzandola, di una forma determinata di società, che possiede un senso comune determinato storicamente e culturalmente: in questo caso, il mondo liberale anglosassone dal Dopoguerra fino a oggi.
Per chi volesse comprendere il significato profondo della filosofia analitica basterebbe che leggesse la Prefazione del Tractatus logico-philosophicus, in cui Wittgenstein, uno dei suoi indiscussi maestri, afferma che “tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. E se è pur vero, come dice Hans-Johann Glock, che di filosofia analitica si dovrebbe parlare al plurale, perché di fatto non esiste in essa una effettiva unità ma soltanto “somiglianze di famiglia”, è altrettanto vero che di fronte a questo invito di Wittgenstein a parlare chiaramente/logicamente oppure tacere si troverebbero d’accordo tutti coloro che fanno filosofia in modo analitico. Peccato che se fosse vero, questo invito dovrebbe far tacere la maggior parte della filosofia europea dell’Otto-Novecento: Novalis, Hölderlin, Hegel, Schelling, Kierkegaard fino ad arrivare a Nietzsche e Heidegger, solo per citarne alcuni, per non parlare della filosofia greca in cui Parmenide e Eraclito, ad esempio, tutto fanno tranne che parlare chiaramente, anzi come è noto l’Efesio, detto propriamente “l’oscuro”, non solo non parlava chiaramente ma non aveva neppure intenzione di farlo. Non ha questo invito a parlare chiaramente oppure tacere nella sua impositività un carattere tutt’altro che “dialogante” e inclusivo? non nascondono queste filosofie una pulsione autoritaria verso altre filosofie che non possono e non vogliono “parlare chiaro”, consapevoli magari del fatto che il Dio “non parla e non tace, ma accenna” (Eraclito, fr. 93, DK 22B93)? Seguendo questa via “cartesiana” della chiarezza e della distinzione, si potrebbe perfino giungere a osservare il paradosso di filosofi come Nietzsche e Heidegger, che ebbero un oscuro passato conservatore e reazionario, che creano filosofie del dialogo come l’ermeneutica e della proliferazione dei punti di vista e, invece, filosofi notoriamente progressisti e non-convenzionali come Russell e Wittgenstein che elaborano filosofie logiciste e estremamente restrittive ed esclusiviste.
Schuringa mostra come una filosofia all’apparenza apolitica, come la filosofia analitica, che volutamente si tiene lontana dalle Weltanschauungen, grandi o piccole che siano, veicola, in modo questa volta irriflesso e inconsapevole, una visione del mondo, conservatrice e alquanto reazionaria, che tende a diventare una giustificazione del presente, dello status quo, a ridurre le differenze, a rendere il linguaggio filosofico sempre più omogeneo e trasparente, senza curarsi del fatto che un linguaggio, un mondo e una società trasparente – il sogno della tecnocrazia neoliberale – è una società magari più sicura e organizzata, ma di certo meno libera e plurale. Il desiderio di un dire semplice e senza complessità spesso nasconde la volontà di far sentire solo la propria voce, di eclissare e oscurare con la propria semplicità la complessità degli altri con cui parliamo. A mio avviso, questa ricerca di un linguaggio sempre più razionale, logico, di questa superficie diafana e trasparente, che dice semplicemente quello che può essere detto e che tace su tutto il resto, non è il compito della filosofia odierna, che forse per la prima volta nella sua storia sia trova ad avere a che fare proprio con l’irrompere di ciò che semplice non è, del diverso ed estraneo, che non si lascia ridurre a un unico linguaggio oppure a un unico modello di vita e di esistenza, ma che va difeso, interpretato, compreso e accolto proprio nella sua radicale diversità.

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