giovedì 7 marzo 2019
Parla il rapper di "Argentovivo" di Daniele Silvestri. «Il cappuccio? San Francesco lo chiamava “cucullus”, è un mezzo per conservare la propria fanciullezza. Uno spazio vuoto dove entra la luce»
Il rapper romano (con il nonno di Fiume) Tarek Iurcich, 30 anni, in arte Rancore (Serena Clessi)

Il rapper romano (con il nonno di Fiume) Tarek Iurcich, 30 anni, in arte Rancore (Serena Clessi)

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Fenomenologia del vero rapper, attraverso la vita e le opere del giovane Tarek Iurcich, per comodità artistica, semplicemente Rancore. Nella sua giovane vita, 30 anni, in mezzo scorre il fiume. «Mio nonno, croato, era di Fiume. Mia madre è arrivata in Italia dall’Egitto e lì viveva sul Nilo. Io e mio padre siamo nati a Roma sul Tevere e al Tufello, il quartiere popolare dove sono cresciuto e vivo ancora, passa l’Aniene».

Cenni biografici non comunicabili senza Rancore. Chi non era troppo distratto si sarà certamente accorto che dal calderone televisivo del Festival di Sanremo 2019, tra presunti rapper allevati in batteria e dell’affollato universo dei talent-tv, tra trapper e piccoli fenomeni ad orologeria (vedi Achille Lauro che vaschegghia, trappeggia ma dice di «odiare il rap») è uscito allo scoperto, ma non troppo, l’unico vero esponente puro e crudo del genere.

Il rapper romano che quando scende dal palco cesella discorsi e riflessioni che vanno ben oltre gli steccati del pensatore in rima. Uno che si è dato per nome Rancore «per esorcizzare questo sentimento cupo e diffuso nella società prima di tutto per esorcizzarlo contro me stesso e poi con gli altri». Un personaggio, suo malgrado, portato alla ribalta del grande pubblico del più grande rito nazionalpopolare da Daniele Silvestri che l’ha voluto e stanato su Facebook (dopo segnalazioni da serendipity) nei panni e nella voce del 16enne “distratto” di Argentovivo. Brano che ha conquistato tutti i riconoscimenti sanremesi espressi da onorevoli giurie, che di musica si intendono oltre che ci campano: Premio Mia Martini, Lucio Dalla e Sergio Bardotti.

Ma il riconoscimento più bello per Rancore è arrivato dalla gente, e da quella fetta più larga di nuovo pubblico che ha stregato, pur rimanendo ancora nel guscio di moderno cantautore nicchia («chi segue Rancore da prima di Sanremo ha dovuto mettere tanti antivirus prima di arrivare a me e alla mia musica»), ammantato e protetto sotto il suo cappuccio nero che avvolge il cappellino scuro con visiera che lo fa tanto Batman. «Già, ma Batman che si veste da pipistrello per spaventare i nemici poi alla fine è solo lui ad avere paura dei pipistrelli – dice sorridendo –. Il cappuccio invece per me ha un significato profondo. San Francesco lo chiamava il “cucullus”. Questo cappuccio è un mezzo per conservare la propria fanciullezza e creare il vuoto dentro di sé dove entra e si espande la luce. Nelle situazioni più critiche metto il cappuccio che mi protegge e crea quel vuoto che mi fa essere creativo».

Una creatività che si esprime da artigiano della parola: scarabocchia, annota e conserva dentro un quadernone molto scolastico ma senza nessuna nostalgia degli anni trascorsi tra i banchi di un’aula di liceo. «Questo è uno dei duecento quaderni su cui scrivo a penna... Sono un fan della penna perché quando il mondo sarà allagato chiunque troverà la mia calligrafia saprà che questa include anche la mia anima. Quando cancello un verso so che si può risalire a ciò che ho scritto e all’errore che ho fatto. E gli errori aiutano a crescere e a capire. Il pc invece scrive lettere tutte uguali e ciò che cancelli non lo trovi più. La scuola? Spesso blocca la fantasia. Scrivevo già le mie canzoni a 14 anni e lo facevo di nascosto durante le lezioni di italiano. So che non è molto educativo da dire, ma è anche vero che se in cinque anni di superiori mi avessero chiesto di scrivere in rima... beh almeno per una volta avrei portato a casa un bel voto».

A Rancore è andata meglio alla libera scuola romana del freestyle. Lì dove è cominciata la sua avventura e anche quella di tutta la generazione dei nipoti del Celentano di Prisencolinensinainciusol («forse il primo rap della musica italiana») e dei fratelli minori di Jovanotti di Serenata rap che ha deciso di percorrere fino in fondo la via dei rapper.

«Il rap è ormai ovunque, è universale come il calcio. Ed è anche la forma artistica più democratica che ci sia: è aperta a tutti. Senza mezzi, né strumenti, né soldi in tasca ti iscrivi alle sfide di freestyle e ti confronti con altri rapper e con il pubblico che poi deciderà se sei uno che può andare avanti e arrivare a fare concerti oppure no. Io a volte ho perso le sfide contro bravi rapper che poi magari hanno mollato. Quelli che insistono e resistono sono anche quelli che si sono visti e sentiti a Sanremo». Ghemon, Briga, Shade… «Il mondo rap italiano è un arlecchino dai cento colori, nessuno di loro posso dire di conoscere a fondo e di sentirli vicini al mio modo di concepire la musica, ma pur nella diversità avverto che ognuno di loro ha seguito lo stesso percorso che è fatto di ore e ore di lavoro, di impegno e sacrificio per arrivare a far sentire la propria voce. Il nostro rap per consolidarsi deve comunque andare oltre la lingua. L’italiano fa più fatica a imporsi, per via dell’assenza di tronche, per questo si presta meno dell’inglese, del francese o dell’arabo ma può comunque conquistare quel pubblico straniero che magari viene piacevolmente stupito dal suono della nostra bella lingua».

Una lingua che nei rapper è ancora più «contaminata» da altre, e la vittoria di Mahmood a Sanremo non stupisce certo un’anima multietnica come quella di Rancore. «La musica tutta ha lo scopo e soprattutto il potere di unire ». E dall’unione artistica nascono splendide collaborazioni come quelle che negli ultimi tempi ha avuto con Murubutu (firmando il brano Scirocco DJ Fastcut, sua la traccia Poeti estinti contenuta nell’album Dead Poets). «Con Giancane ho pubblicato il brano Ipocondria e l’animazione, splendida, è di Zerocalcare. Nel cd Requiem di Claver Gold c’è la mia canzone Il meglio di me. E nell’ultimo anno ho fatto il pieno con Roots & Crown di Mezzosangue: nel loro Tree canto Upside Down».

E ora è arrivato Daniele Silvestri con Argentovivo. «Un incontro meraviglioso, capitato al momento giusto. Con chi vorrei collaborare in futuro? Caparezza». È la stessa cosa che ci ha confidato Daniele Silvestri, «beh allora vorrà dire che mi metterò in fila – ride – perché mi sa che Caparezza c’avrà da fare per un bel pezzo». Nel frattempo Rancore, forte dell’esperienza sanremese prosegue il suo tour per l’Italia, presentando le canzoni dell’ultimo album, uscito nel 2018, Musica per bambini (Hermetic, Artist First). «È un disco che parla di cose che vengono dimenticate o che sono rimaste nell’ombra ». Colpisce tra le dieci tracce del cd il brano dal titolo Depressissimo, «che però – conclude Rancore – non è un inno al pessimismo, ma vuole essere una presa di coscienza verso un mondo che in questo momento storico sta gettando via tutto: ideali, sentimenti, valori... li buttiamo nel bidone della spazzatura come fossero vecchi giocattoli. E invece la medicina a questo male di vivere collettivo è nel cercare di mantenere sempre in buono stato la speranza, specie quella nel futuro».

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