giovedì 7 febbraio 2013
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Nel Nord est, il voto utile per Monti è quello dell’elettorato leghista. Diciamo meglio, un voto indispensabile a giudicare da come si è svolto il tour elettorale nel Triveneto, concepito come una sorta di <+corsivo>blitzkrieg<+tondo> contro il Carroccio. Monti non ha risparmiato al partito di Maroni né gli anatemi contro il "federalismo straccione", né l’accusa di "imbrogli" sulle quote latte, né, infine, lo sberleffo: «C’è chi parla di regione alpina – ha detto a Trento –, ma pensa alla mitologia di un’inesistente repubblica padana. Io sono vissuto nelle zone tra Veneto e Lombardia, ma la Padania non so cosa sia».Certo, l’uomo coltiva l’understatement e anche quando deve colpire duro lo fa con una certa educazione: l’idea che rinasca il patto Pdl-Lega «che ha mal gestito l’Italia a danno del nord» lo fa «rabbrividire», sì, ma solo «leggermente». I brividi, poi, devono essere una sensazione ricorrente in queste elezioni, visto che a Oderzo, il giorno prima, il professore aveva confessato di «rabbrividire» all’idea di trovarsi in campagna elettorale. Sensazione ricorrente e contagiosa: a Maroni, come ha detto il segretario della Lega, «vien freddo» a pensare «all’inciucio Monti-Bersani» che si appalesa dietro l’appello ai moderati di un voto utile per «condizionare la sinistra» , che Monti ha rilanciato ieri. I brividi, comunque, non hanno frenato il premier che in questi due giorni ha cercato di conquistare proprio l’elettorato che ha fatto la fortuna della Liga Veneta: piccoli imprenditori, amministratori e giovani. Con un esito diverso, per ora, a giudicare dal pubblico che ha affollato gli incontri: in prevalenza over 50. Ai giovani Monti è tornato a spiegare alcune scelte del suo governo, a partire dalla riforma delle pensioni. Quindi, ha "aperto" ai sindaci sul patto di Stabilità - «Si potrebbe riflettere su una modifica che consenta ai Comuni di rientrare dal debito» - per puntare infine al cuore produttivo del Nord est. Arrivato alla fiera di Verona dopo aver visitato la Ceod di Padova e la Fiamm di Montecchio, e dopo un incontro «sereno e cordiale» con il vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, il candidato più parco di promesse della storia repubblicana - la chiosa «sempre facendo attenzione agli equilibri di bilancio» è diventata un mantra nei discorsi montiani - in pochi minuti ha assicurato, nell’ordine: «deduzioni fiscali per le ristrutturazioni, per aiutare l’edilizia; una nuova legge Sabatini per sostenere la meccanica; energia meno cara per il settore tessile; incentivi più rapidi per andare all’estero; calo dell’Irap a partire dal sud». Seduto al suo fianco, Alberto Bombassei gongolava. L’ex numero due di Confindustria è capolista alla Camera in Veneto 2 (nella prima circoscrizione la lista è aperta dalla ricercatrice Ilaria Capua, mentre il cattolico Giampiero Della Zuanna guida quella del Senato) e porta in dote il consenso di molti imprenditori che lo hanno sostenuto nella sfida a Squinzi per la leadership dell’associazione datoriale. Anche per questo, quando Monti dice, come ha detto a Verona, che «l’Italia possiede, assieme a Germania e Giappone, la più grande industria meccanica al mondo e dobbiamo darle più sbocchi sul mercato interno, perché non si vive di solo export» fa una scelta precisa, in chiave di sviluppo. Resta da vedere se conquisterà le Pmi della «Padania che non c’è» oltre ai grandi industriali che ieri, dopo il comizio, si sono ritrovati a tavola con lui nella dimora veronese di Gaetano Marzotto. Questa ricetta però sembra convincere una parte del sindacato, preoccupato, come ha spiegato il segretario veronese della Cisl, Massimo Castellani, che «in questa città dove c’era una media di un’impresa ogni dieci abitanti diminuiscano le manifatture e si moltiplichino i centri commerciali».
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