sabato 29 ottobre 2011
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Puntellata per il momento la Grecia, adesso l’attenzione europea e internazionale è tutta concentrata sull’Italia. La Germania, e con lei molti altri partner Ue, non si fida troppo e non è strano, visto il balletto agostano sulle misure di austerity e il fatto che il governo italiano non sia potuto andare oltre una lettera d’intenti mentre la Spagna ha varato misure concrete. Berlino, come il resto dell’Ue e non solo, aspetta ora con ansia la messa in pratica della famosa lettera portata da Silvio Berlusconi al summit di Bruxelles mercoledì. Non si può sgarrare, vista anche l’attenta vigilanza della Commissione e del suo commissario agli Affari economici Olli Rehn – due giorni fa elevato al grado di vicepresidente dal capo della Commissione José Manuel Barroso. Silvio Berlusconi, ora sotto pressione per mantenere gli impegni, si trova da settimane sotto un pressing intensissimo. Il 20 ottobre, tre giorni prima della famosa strigliata al Cavaliere da parte di Merkel e Sarkozy al vertice di domenica, il cancelliere si era appellato personalmente al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, considerato sempre più una roccia nella tempesta italiana. E ieri Berlino ha ribadito con chiarezza il concetto. «Il presidente Giorgio Napolitano ha detto nei giorni scorsi che, "ora più che mai, ci troviamo in un mare in tempesta – ha ricordato Steffen Seibert, portavoce della Merkel – e siamo tutti sulla stessa barca". È il momento che l’Italia agisca nell’ambito dello sviluppo, delle riforme strutturali realizzando con risolutezza le decisioni annunciate» ha detto Seibert citando il capo dello Stato. «Non possiamo che esser d’accordo con Napolitano e confidare che anche chi guida il governo la veda così» ha aggiunto il portavoce, ricordando poi i «buoni colloqui» tra Merkel e Berlusconi di domenica scorsa sulla «necessità che in Italia siano realizzate delle misure per le riforme strutturali». Le parole di Seibert, peraltro, giungevano proprio mentre lo stesso Napolitano, in un messaggio al Congresso dei Comunisti Italiani in corso a Rimini, sottolineava che, di fronte alla crisi resta una «sfida ineludibile» quella di «dare risposte convincenti e tempestive». E certo il messaggio lanciato da Berlusconi poche ore dopo, con l’attacco a sorpresa all’euro, non ha tranquillizzato Berlino.La ragione di tanta ansia non è strana: tutti sanno che se cedesse il Belpaese, terza economia dell’Unione Monetaria, sarebbe la fine dell’euro. E infatti la questione italiana è centrale negli sforzi di aumentare a circa 1.000 miliardi di euro (dai 250 miliardi ancora disponibili) la "potenza di fuoco", con l’effetto leva, dell’Efsf, come concordato al summit di mercoledì. Non ha aiutato la notizia di ieri che la Corte Costituzionale tedesca, accogliendo in via preliminare il ricorso di due parlamenti socialdemocratici, ha fermato la commissione speciale composta da 9 deputati di tutti i gruppi del Bundestag, istituita proprio in risposta a un’altra sentenza della Corte, che imponeva la consultazione del Parlamento di Berlino in ogni singolo caso di esborsi del fondo. L’idea era quella di poter decidere in fretta evitando l’aula, che ora invece, almeno fino alla sentenza attesa prima di Natale, dovrà votare ogni volta.E con l’Italia in testa è arrivato a Pechino il capo del fondo salva-stati, Klaus Regling, a caccia di investimenti stranieri per l’Efsf. «Sappiamo tutti che la Cina ha bisogno di investire il suo surplus in valute straniere», ha detto Regling, alludendo al fatto che la Cina ha riserve in valuta straniera, euro incluso, del valore di 3.200 miliardi di dollari. Ci vorrà un po’ di tempo, ieri il viceministro delle finanze cinese Zhu Guangyao, ha affermato che prima il governo vuole avere informazioni sulla misura delle garanzie offerte dal fondo proprio da Paesi come l’Italia.
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