venerdì 12 giugno 2015
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Gentile direttorenel rispondere all’onorevole Gigli lei si sofferma sulla questione se una legislazione sulle convivenze debba riguardare solo gli omosessuali o tutte le convivenze. Lei auspica che la cosa riguardi solo le coppie dello stesso sesso, fornendo una motivazione che io ritengo estremamente insidiosa: le coppie eterosessuali hanno già il matrimonio. Già in sé stessa quest’argomentazione contiene un messaggio: che l’istituto che si va approvando, in qualche modo, abbia a che fare col matrimonio, che serva a dare agli omosessuali ciò che gli eterosessuali hanno nel matrimonio. Resta sempre nell’ottica di escludere gli omosessuali da qualcosa che deve restare appannaggio degli eterosessuali. Invece il matrimonio omosessuale è un problema non per il fatto di essere tra persone dello stesso sesso, ma perché presuppone e avalla ufficialmente un significato di matrimonio che non è quello inteso dalla Costituzione. E questo problema è presente già da anni, anche per gli eterosessuali, da quando la cultura, la legislazione e la prassi hanno abbracciato l’idea che il matrimonio sia semplicemente un legame affettivo-sessuale privato. Quando due persone (anche di sesso diverso) vivono assieme e si vogliono bene, questo non è un motivo sufficiente per dire che hanno diritti specifici nei riguardi degli altri cittadini. Perché mai (a parità di altre condizioni) dovrebbero avere la precedenza su due fratelli o su due amici per l’assegnazione di un alloggio popolare? È un’ingiustizia, a meno che queste due persone non assumano verso la società l’impegno a svolgere un ruolo che sia utile a tutti. Un ruolo, previsto dalla Costituzione, che ha a che vedere anche con la generatività, quindi presuppone l’eterosessualità. Un ruolo che non solo è utile, ma anche fondamentale per la società umana. Solo questo è davvero matrimonio. Solo le coppie che consapevolmente accettano di svolgere il ruolo che la Costituzione assegna alla famiglia hanno diritto a uno statuto "speciale", e per riconoscere questo diritto esiste l’istituzione civile del matrimonio (se lo vogliono, ovviamente). Cordiali salutiAntonio MeoHo scritto molto sui diversi aspetti del tema che anche lei solleva, gentile signor Meo, e non posso ripetere tutte le argomentazioni ogni volta che, per un motivo o per l’altro, debbo tornarci su. Le dirò di più: non voglio neanche farlo, perché non intendo tediare i lettori e sembrare un disco incantato... Confido anche sulla chiarezza della nostra linea in tema di famiglia nonché, lo ammetto, sulla memoria di chi segue il nostro lavoro, memoria magari aiutata dai dossier che manteniamo pubblici su www.avvenire.it e sulla disponibilità, sempre online, degli editoriali e delle mie risposte ai più diversi interlocutori. Questo per confermarle che, a mio giudizio, “insidiose” le nostre motivazioni sono solo per chi ha visioni opposte a quelle che proponiamo sulla verità della relazione fertile uomo-donna che continua la vita umana. Lei è di parere diverso. E pare quasi suggerire che la questione di una specifica regolazione delle unioni omosessuali sia un mio pallino. Beh, qualcuno – troppi anche tra gli addetti ai lavori – dimentica che il tema si è riaperto da quando una sentenza della Corte costituzionale – la 138/2010 – ha posto proprio questo problema/opportunità all’attenzione del legislatore, rigettando al tempo stesso – a Costituzione vigente – la tesi di chi invocava il riconoscimento di un “diritto al matrimonio gay” e ribadendo che «le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio» perché, come è stato poi autorevolmente osservato, il concetto di famiglia eterosessuale contenuto nell’art. 29 della nostra Carta «non è superabile in via interpretativa», altrimenti si finirebbe con «l’attribuire al principio costituzionale un significato nemmeno preso in considerazione al momento della sua formulazione, traducendosi in un’inammissibile interpretazione “creativa”». In quella stessa sentenza si precisa, infatti, che nella nozione di «formazione sociale» (art. 2 della Costituzione) è giusto «annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri». E che perciò «spetta al Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette». Io constato che tutte le principali forze politiche (Pd, M5S, Fi) e altre formazioni minori hanno in corso iniziative legislative sul tema e, come i lettori di questo giornale sanno bene, continuo a dire che sarebbe saggio regolare le unioni tra persone dello stesso sesso su un piano patrimoniale (che può condurre al piano della solidarietà) e non su quello matrimoniale (che è, invece, strutturalmente il piano dei figli). E, per quel che vale, pur prendendo atto con rispetto del parere diverso di parlamentari di chiara cultura cattolica e di lettori come lei, continuo anche a pensare che regolare oltre a queste anche le convivenze more uxorio tra un uomo e una donna, cioè tra chi potrebbe sposarsi e non lo fa, sarebbe un errore e un ulteriore indebolimento del matrimonio stesso. L’argomento che lei utilizza sul “valore” della convivenza tra due fratelli o due amiche lo propongo spesso, e da diversi anni. Non credo, infatti, che una relazione per avere valore sociale debba riguardare necessariamente la sfera dei rapporti sessuali: il contributo dell’amicizia e del mutuo sostegno nel far crescere il tasso di solidarietà in un corpo sociale è in ogni caso rilevante e prezioso e – a mio parere – sarebbe certamente da incentivare in una società di persone sempre più sole. Ecco tutto (e so che non è poco). Viene al pettine un nodo indicato dalla Consulta, e va sciolto con saggia misura cioè con lungimiranza. Ricambio il suo cordiale saluto.
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