giovedì 6 ottobre 2022
La pillola per interrompere la gravidanza anche nei consultori? Una forzatura della legge 194, che non prevede di lasciare sole le donne
Ru486 a casa, l'aborto «silenziato»
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La polemica sull’aborto che ha infiammato la campagna elettorale ha fatto emergere con chiarezza la volontà di cambiare la legge 194 da parte di chi quella legge dice di voler difendere. L’obiettivo è smontarla, allentarne la regolamentazione per togliere l’aborto dallo spazio pubblico, confinarlo nel privato delle donne e non considerarlo più un problema che investe tutti, un fatto negativo – la soppressione di una vita umana – di cui si dovrebbe cercare di rimuovere le cause, ma una decisione medica individuale che riguarda solo chi la compie. Diventerebbe invisibile, pur continuando a essere praticato ma con scarsa assistenza sanitaria, e non ci sarebbe più motivo di occuparsene. È difficile però riuscire ad abbattere la legge in Parlamento.

Si cerca allora di raggiungere l’obiettivo forzando i protocolli medici con la pillola abortiva Ru486: solo con il metodo farmacologico è possibile far abortire le donne a domicilio, allontanandole dalle strutture sanitarie pubbliche che, in questo modo, risparmierebbero risorse economiche, di personale e strutturali. È avvenuto in Francia, la patria della Ru486, dove nuovi protocolli hanno portato alla modifica della legge sull’Ivg (Interruzione volontaria di gravidanza), in origine molto simile alla 194. E sta succedendo in Italia, soprattutto con le linee di indirizzo dell’agosto 2020 del ministro della Salute Roberto Speranza, che hanno cambiato radicalmente quelle precedenti, senza motivazioni scientifiche: usando gli stessi prodotti chimici si è esteso l’uso della Ru486 da 7 a 9 settimane di gravidanza e, soprattutto, si sono indicati i consultori come luogo possibile per abortire. Un’indicazione esplicita contro la 194, fra gli applausi di chi quella legge dice di voler difendere. L’articolo 8 è chiaro: compie reato chi non abortisce nelle strutture elencate, e fra queste i consultori non ci sono. Paradossalmente, quindi, chi seguisse le indicazioni del ministro Speranza dovrebbe essere punito con la reclusione fino a tre anni (art.19).

La parola passa alle Regioni, che hanno un comportamento difforme. Al netto di dichiarazioni a effetto del presidente Bonaccini, è indicativa la sua prudenza: nel dicembre 2021 – più di un anno dai nuovi indirizzi ministeriali – è pubblicato un «aggiornamento dei profili di assistenza» di chi richiede l’Ivg, con 43 pagine di procedure per l’aborto chirurgico e farmacologico. In tutti i casi, per confermare la gravidanza e datarla ovviamente c’è un’ecografia prima dell’aborto, e quindi la possibilità di rilevare il battito cardiaco. Con la Ru486 la donna può scegliere ricovero ospedaliero, ordinario o in day hospital, o in ambulatorio, con l’indicazione che dalla settima alla nona settimana di gravidanza «è preferibile che avvenga in regime ospedaliero», e che «è importante non essere sola al proprio domicilio nei primi giorni dopo l’assunzione dei farmaci abortivi».

Per l’aborto nei consultori la Regione ha selezionato quelli che rispondono alle indicazioni dell’art.8 della 194, quando si prevede che l’Ivg sia effettuata «presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati, funzionalmente collegati agli ospedali e autorizzati dalla Regione». Si tratta quindi di aborto non «nei consultori», come strumentalmente rivendicato nel dibattito pubblico, ma in poliambulatori con caratteristiche molto precise, fra cui: «Distanza ravvicinata (almeno 30 minuti) da un presidio ospedaliero di riferimento; percorsi definiti di interfaccia con il presidio ospedaliero; adeguate attrezzature e rifornimenti farmacologici per gestire l’emergenza e il trattamento di effetti collaterali (emorragie, dolore e vomito)», oltre a personale adeguato sia numericamente che professionalmente, e gli spazi necessari.

La donna che volesse abortire con questa procedura «deve essere accompagnata per il ritorno a casa; non deve essere sola al proprio domicilio; deve poter raggiungere facilmente l’ospedale; è maggiorenne», e la gravidanza può essere solo fino a 7 settimane. Il tutto accompagnato da uno studio di 12 mesi delle Ivg farmacologiche effettuate, sia in ospedale che in consultorio, per poterne valutare i risultati. Tante precauzioni dovrebbero far riflettere chi pensa sia facile abortire con la Ru486: se fosse veramente un metodo poco invasivo e preferibile al chirurgico dovrebbe essere consigliato, e non vietato, alle minorenni, «in consultorio».

Tutt’altra la direzione del Lazio, che il 31 dicembre 2020 pubblica un protocollo operativo dell’aborto farmacologico in Day Hospital o in «regime ambulatoriale», e per quest’ultimo per gravidanze fino a 7 settimane è possibile somministrare a domicilio (a casa, non in ambulatorio o in consultorio) il secondo farmaco – le prostaglandine – che provocano le contrazioni e quindi l’espulsione: il documento dice che «numerosi studi» dimostrano che non è necessaria l’ospedalizzazione per questa fase, in linea con molti Paesi europei. Una palese violazione della legge 194, quindi. Niente si dice per le minorenni. Si raccomanda di organizzarsi e non restare sole a casa «nelle 6 ore dopo aver preso il farmaco», affidando ad altri eventuali bambini piccoli. Resta misterioso il motivo per cui nel Lazio da ben due anni le donne possono anche restare a casa (quindi senza medico presente) mentre abortiscono, purché tranquille e in compagnia, mentre in Emilia Romagna abbiano bisogno di ambulatori selezionati e adeguatamente attrezzati per le emergenze.

Rimane comunque la tendenza generale a diminuire fino a eliminare l’assistenza medica all’aborto confinandolo a casa, come sta avvenendo anche negli Usa, dove è possibile addirittura ricevere per posta i prodotti abortivi. Che gli aborti casalinghi espongano le donne a un maggior rischio sanitario e rendano più difficile accertare pressioni da parte dei partner o dei familiari per interrompere forzatamente la gravidanza, come paventato da organizzazioni britanniche («abusi e violenze rimangono nascosti») non sembra essere rilevante.

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