Vivere la metafisica come prova di resistenza

Il nichilismo non è il trionfo del nulla ma lo smarrimento dell’essere. Quando l’intelletto rinuncia a leggere la realtà e si limita a costruirla, la verità si svuota
January 14, 2026
Vivere la metafisica come prova di resistenza
/ Yevgeniy Mironov / Unsplash
Pubblichiamo una sintesi dell'intervento che Vittorio Possenti terrà oggi presso la Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana, a Roma, in occasione del dibattito organizzato intorno alla pubblicazione del volume Grandezza della metafisica. Opere teoretiche scelte di Vittorio Possenti (Mimesis).
Il nichilismo sostiene che il pensiero occidentale sia entrato senza rimedio in una catastrofe che conduce alla morte della Metafisica, annunciata da oltre due secoli ma senza compiacimento alcuno da Hegel: «Quello che prima si chiamava metafisica è stato, per così dire, estirpato fin dalla radice, ed è scomparso dalle scienze”. L’oggi filosofico sarebbe un tempo sconsacrato, privo di un ”santuario metafisico». Nietzsche, Heidegger, Severino hanno in vario modo preteso che la metafisica (occidentale) fosse finita. Noi invece sosteniamo l’idea, oggi ritenuta incongrua da tanti, che la metafisica continui il suo cammino e che sia anzi possibile un suo progresso. Per essa vale quanto è stato detto da N. Gómez Dávila, con un’ironia che taglia l’erba sotto i piedi alle sconsiderate dichiarazioni della sua morte: «La metafisica è stata seppellita talmente tante volte che vien fatto di giudicarla immortale».
Ricordiamo l’enorme risonanza della questione del nichilismo negli ultimi decenni del secolo scorso, in specie in Italia, che forse è stato il Paese al mondo in cui il tema è stato maggiormente discusso. Circolava allora intensamente la questione epocale se l’Occidente, intriso di nichilismo, fosse destinato alla scomparsa: Heidegger e Severino docent. Quanto a me, non attendevo il tramonto dell’Occidente, ma del suo nichilismo.
Le diagnosi di Nietzsche e di Heidegger sul nichilismo e la fine della metafisica erano molto nette. Secondo il primo nel «Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al «perché?», per cui i valori supremi si svalorizzano. «Non esiste alcun mondo vero, anzi la metafisica, la morale, la religione, la scienza sono solo come diverse forme di menzogna». Con il loro sussidio “si crede” nella vita. Insomma il mondo soprasensibile, (Dio, idee, legge morale, verità) si annulla progressivamente in una dialettica epocale sotto i colpi della volontà di potenza inscritta nell’uomo, in un contromovimento guidato dai valori della vita. Bisogna giungere ad un nichilismo attivo, affermativo, compiuto.
Secondo Heidegger, che si oppone frontalmente a Nietzsche, la metafisica ha sempre fallito nell’individuare la natura del nichilismo: «Nietzsche non ha mai riconosciuto l’essenza del nichilismo, come del resto ogni metafisica prima di lui». Nichilismo in Heidegger vale come inerente incapacità della metafisica a pensare l’essere e la differenza ontologica. La metafisica stessa è nichilismo, perché si volge a domandar sull’ente e non sull’essere. Essa è solo onto-logia: «È l’intera metafisica in quanto tale che ha dimenticato l’essere, per cui la sua storia, in quanto storia della verità dell’ente, è nichilismo nella sua stessa essenza». Da qui lo svilimento dell’ente rispetto all’essere e la retorica negativa e sprezzante sull’ontico.
Più cauto e meno drastico era il giudizio di E. Jünger in Oltre la linea (1949) per il quale una buona definizione del nichilismo sarebbe da comparare all’individuazione della causa del cancro: un passo necessario per cominciare a guarire la malattia. Mi misi in marcia per elaborare un concetto di nichilismo idoneo, traendo nutrimento dalla grande tradizione della filosofia dell’essere e dell’ente uscita dall’Aquinate. Tra le varie determinazioni di nichilismo allora correnti (dissoluzione di ogni fondamento; negazione di ogni finalità per l’uomo e per il cosmo; riduzione del soggetto a mera funzione; pari validità di tutti i giudizi di valore), indirizzai la domanda sulle modalità con cui noi conosciamo l’essere e l’ente.
L’essere umano per incoercibile inclinazione di natura cerca la verità dell’essere/ente, nel senso che l’essenza originaria della verità consiste nel manifestarsi come relativa all’essere e rivelativa dell’essere e dell’ente. Ora, il termine “nichilismo” allude al niente, e forse più esattamente ad un render niente, ad un “nientificare”. E che cosa viene nientificato nel nichilismo teoretico se non essenzialmente la verità dell’essere? Nichilismo teoretico vale dunque come il processo nientificante della verità dell’essere, che può esibire gradi diversi sino alla sua completa negazione. Il nichilismo procede dall’oblio dell’essere, che si manifesta collegato con l’abbandono della conoscenza reale, ossia con un paradigma antirealistico: il risultato di tale processo sembra riassumersi nella crisi della dottrina del sapere o della conoscenza epistemica, nonché nella sostituzione della libertà contemplativa per il vero, il cui scopo è il conoscere, con la volontà di potenza e di utilità. Con lo scorrere dei decenni il dispiegamento di quest’ultima si è fatto enorme, e non può essere curato solo dalla riforma della conoscenza speculativa.
Realismo e antirealismo sono determinazioni del pensiero, non dell’essere; concernono lo spirito nel suo slancio a rapportarsi e raggiungere la conoscenza del reale. Ora, la misura ultima del pensiero è costituita da ciò dinanzi a cui esso esiste. Esistere dinanzi all’essere e all’ente, fondandosi in trasparenza sulla loro conoscenza, è realismo; il suo contrario è nichilismo teoretico. L’inizio di ogni possibile deviazione conoscitiva, che si fa avanti quando si pretende di raggiungere l’essere a partire da quello astratto o logico, oppure da forme a priori, sta appunto nel suo non-attingimento. impiegando il termine di nichilismo, gli assegniamo un nuovo significato lontano da quelli di Nietzsche e di Heidegger. Il nichilismo non è tale perché in esso l’ente va nel niente, o perché intende pensare la natura del nulla. Nessuno di questi interrogativi pur fondamentali è in gioco nella meditazione sul nichilismo teoretico, ma appunto il problema ontologico-gnoseologico della verità dell’essere e della sua conoscenza da parte dell’uomo.
Il paradigma antirealistico dipende dalla svalutazione dell’intellectus (nous) rispetto alla ratio, dalla negazione di ogni forma di intuizione intellettuale, il che comporta l’incapacità di attingere in una visualizzazione eidetico-giudicativa il reale. L’intelletto quale livello più alto della facoltà conoscitiva umana (e perciò più alto della sua operazione discorsiva, che è compito della ragione), va inteso come facoltà dell’essere e dei principi, ossia come “sensorio ontologico”, diverso perciò dalla kantiana facoltà a priori, che non è percettiva ma sintetico-costruttrice. La questione decisiva ruota intorno all’interrogativo se l’intelligere debba ricondursi a intus legere ovvero a inter-ligare. Nel primo caso il termine allude ad una prensione noetica della realtà, in cui l’intelletto “sposa” o celebra le sue nozze con l’essere delle cose, raggiungendo un alto grado di attuazione di sé stesso nel contatto col nucleo di intelligibilità e di mistero che vi è nell’essere. Nel secondo, reso corrente dalla critica kantiana, l’intelletto vale solo come facoltà che opera connessioni, che imprime forme a priori sulla materia sensibile, onde il processo conoscitivo è diviso fra l’intuizione sensibile e una formatività costruttrice dell’intelletto mai propriamente intuitiva. Non è irrilevante osservare che viene così trasformata l’idea di verità, che rimane sì una conformità, ma non dell’intelletto con la cosa, bensì la conformità di una rappresentazione con le leggi di unificazione apriorica dello spirito.
La natura del nichilismo speculativo sembra dunque definita col massimo rigore come ”oblio dell’essere, antirealismo, allontanamento dell’idea di verità come conformità fra lo spirito e l’essere”. L’oblio dell’essere include anche l’oblio della domanda “che cosa è l’ente?”, e il silenzio sulla sua struttura polare, composta di essenza ed atto di essere (actus essendi). A mio parere la formulazione migliore dell’idea di nichilismo teoretico proviene dalla tradizione della filosofia dell’essere e dell’ente procedente dal genio speculativo dell’Aquinate e dalla sua discendenza moderna (J. Maritain, E. Gilson, C. Fabro) che ne ha ripreso e valorizzato la fecondità. La metafisica dell’essere, fuoriuscendo dalla chiusura del ciclo metafisico moderno, dalla cui crisi resta indenne, può operare una sua rinascita postmoderna.
Per il resto la situazione è drammatica, e il nichilismo avanza. Nel versante conoscitivo il suo vertice sembra costituito da un abbandono completo dell’intelletto a favore della volontà (Nietzsche), dalla risoluzione dell’intero processo della realtà nell’atto puro o nell’autoctisi dell’Io trascendentale (Gentile), dalla distruzione del concetto di verità come adeguazione o conformità in Heidegger, a causa della scissione ontologicamente oscura di reale e di ideale in lui, che rimane interamente entro il dualismo moderno (cartesiano-kantiano) tra pensiero ed essere (cfr. Essere e tempo, n. 44). La riduzione della conoscenza a interpretazione mai conclusa, l’assoluto convenzionalismo nella scelta degli assiomi e dei linguaggi, il fallibilismo con cui viene colpita ogni asserzione della filosofia, ormai privata del suo oggetto e metodo, infine l’incondizionata certezza di sé nel dominare calcolante appaiono stazioni di un cammino verso il nichilismo tout court. Si apre così la strada all’avvento della volontà di potenza più scatenata, oggi rappresentata dai venture capitalists della Silicon Valley, legittimi figli del nichilismo attivo di Nietzsche. Questi non prendono parte alla cura della malattia, come auspicava Jünger, ma decisamente la aggravano in vari modi, tra cui la ricerca di un’alleanza strettissima col potere politico per spingere il dominio all’estremo.

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