Tra madre surrogata e bambino un legame profondo che non si può recidere
Gli studi piscologici e biomedici sulla relazione nel grembo materno tra il figlio destinato a essere ceduto ad altri e la donna che si presta a farlo crescere sino al parto mostrano una realtà che pochi raccontano. Ma che va conosciuta

In Italia ogni anno circa 250 coppie ricorrono alla gravidanza surrogata (gpa) all’estero. Il 90 per cento sono coppie eterosessuali. Anche in Spagna si calcola un numero simile, le coppie omosessuali sono circa il 15 per cento. Il dato stimato complessivo raddoppia in Gran Bretagna: circa 500 coppie all’anno utilizzano la “gestazione per altri” (Gpa) per poter avere un figlio. Risultato: in India e Ucraina, in particolare, ogni anno nascono più di 2mila bambini da madre surrogata.
Il fenomeno è ormai in continua crescita e il flusso di soldi che circola intorno alla Gpa fa gola a molti. Per fare due conti basta infatti dare un’occhiata alle offerte delle agenzie che forniscono questo “servizio”: per uomini single, coppie lgbt, oppure eterosessuali si parte da 13mila euro; ma ci sono anche pacchetti di donazioni complete per donne single oppure per coppie intorno ai 45.300; il “trasferimento dei propri crioembrioni a una madre surrogata” può costare sui 30.550. Lo sfruttamento è ormai acclarato. Non è un caso se con la Dichiarazione di Casablanca del 2023 esperti di tutto il mondo ne chiedono l’abolizione; due anni dopo, anche il rapporto Onu mette in evidenza la violazione dei diritti umani e la commercializzazione dei bambini. Nonostante la preoccupazione a livello globale, ancora oggi i dati sulla gpa non sono disponibili e trasparenti, e l’informazione continua a essere incompleta.
Eppure, fare chiarezza è possibile, come hanno dimostrato gli esperti, italiani e stranieri, intervenuti all’evento online “Ripensare la maternità surrogata: approfondimenti filosofici, psicologici e biomedici”, promosso dall’Ateneo pontificio Regina Apostolorum (Apra) e dall’Università europea di Roma (Uer) e incentrato sui dati scientifici che confermano il legame tra madre e feto, sull’importanza della memoria intrauterina e sulle conseguenze biomediche per la madre surrogata, la donatrice di ovociti e il neonato. «È compito e responsabilità di tutti – mette in guardia Ilaria Malagrinò, esperta di filosofia morale e bioetica dell’Università di Messina – riflettere su questo tema per reagire alla visione che il sapere tecnoscientifico sta diffondendo: abbatte la complessità, considera la gravidanza solo come fusione di due gameti, ci promette che il corpo della donna sarà sostituito dalla gpa e annuncia di avviare un utero artificiale. Tra l’altro, le sperimentazioni sono già iniziate, le prime – poi sospese – proprio in Italia all’università di Bologna. Il rischio è dunque che si vada incontro verso l’anonimicità della gestazione. Ma la gravidanza non è un processo anonimo».
Gli studi scientifici lo confermano. «La gestante è una diade con l’embrione e il feto, connesso anche in termini biochimici – precisa Laura Travan, neonatologa dell’ospedale infantile Burlo Garofolo di Trieste –. Tutto si trasforma in ormoni, mediatori che passano alla placenta. Non c’è niente di più connesso di un feto con la mamma». Per gli esperti è insomma un dato imprescindibile. «Le prime tappe della vita nel grembo sono determinanti per il bambino. La vita intrauterina lascia segni nella memoria dei sensi. E fornisce al bebè elementi di rassicurazione. La gpa è pertanto una rottura che provoca fratture profonde. La separazione costituisce un evento traumatico prolungato», spiega Anne Schaub-Thomas, psicologa e psicoterapeuta belga, specializzata nell’analisi dei ricordi prenatali e delle relazioni precoci bimbi-genitori.
Sempreché la gpa vada comunque a buon fine. «La maternità è una realtà complessa, definita da aspetti clinici che coinvolgono la madre gestante e la donatrice di ovuli – precisa Michele Barbato, ginecologo dell’ospedale di Melegnano –. È un percorso clinico con rischi medici associati», legati tra l’altro all’iperstimolazione ovarica, a possibili infezioni, alle terapie utilizzate per ottenere un endometrio recettivo, all’alta incidenza di parti gemellari. «Il crescente ricorso da parte dei vip – aggiunge il ginecologo – tende a normalizzare la pratica».
E dire che gli studi sulla sterilità potrebbero essere l’alternativa alla gpa. «Chi si occupa di naprotecnologia, una volta individuate le cause della sterilità, trova le terapie appropriate. Con il ripristino della fertilità si arriva intorno al 40 per cento di possibilità di gravidanza; percentuale confrontabile con le tecniche di fecondazione in vitro. La biologia però non fa sconti: dopo i 36 anni, questa probabilità si riduce mese dopo mese in modo significativo».
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