Suicidio assistito, la legge è dispersa
Al Senato sempre più difficile raggiungere un’intesa su un testo da portare in aula, con la maggioranza nella quale affiorano sensibilità diverse e l’opposizione che esige di arrivare a una soluzione

La legge sul fine vita viaggia a fari spenti verso un binario morto. Nessuna dichiarazione ufficiale in tal senso, ma gli indizi, per ora, portano tutti in questa direzione. Il primo: si era parlato di un approdo in aula al Senato per la giornata di oggi, martedì, ma la scorsa settimana è stato deciso il rinvio, all’8 o 9 aprile. Secondo indizio, più consistente: continuano a non pervenire i necessari pareri del Mef e del ministero della Salute in merito ai costi, ad esempio sull’implementazione che viene prevista per le cure palliative.
Di fatto, quindi, le commissioni congiunte Giustizia e Sanità sono ferme nell’esame degli emendamenti dallo scorso novembre, anche perché nel frattempo era atteso il pronunciamento della Corte costituzionale sulla legge toscana, poi arrivato fra Natale e Capodanno. Ma la parziale tenuta in vita della norma toscana (sia pur limitata ai soli ambiti organizzativi), invece di produrre un’accelerazione nel portare avanti la proposta firmata da Ignazio Zullo (FdI) e Pierantonio Zanettin (Forza Italia) ha portato nuovi argomenti a chi dentro il partito meloniano continuava – e continua – a ritenere che una legge che depenalizzi il suicidio assistito, sia pur in alcuni casi estremi e limitati (malati terminali e dipendenti dai macchinari) non si debba fare per niente. Perché, con la sentenza della Consulta, si sostiene che i “paletti” agli interventi delle Regioni sarebbero stati già posti e non ci sarebbe quindi bisogno di una legge ad hoc del Parlamento.
Gli indizi della situazione di stallo sono aumentati allorché Zullo ha ammesso apertamente, qualche giorno fa, che ci sono «sensibilità diverse», mentre il relatore forzista si limita a confermare la sua posizione e che, cioè, «una legge serve» (ma il condizionale forse sarebbe più azzeccato, a questo punto) «per evitare una disparità di trattamento, una sorta di “legislazione arlecchino” su un tema così delicato, con il rischio – sostiene – nella confusione di lasciare via libera a una sorta di “turismo della morte”».
A conforto di questa tesi c’è l’auspicio che viene dall’associazione Luca Coscioni, favorevole per ragioni di segno opposto alla sorta di Far west legislativo che la situazione attuale rischia di creare, sulla spinta di sempre nuovi casi giurisprudenziali e di nuovi interventi regionali.
A conferma della situazione di stallo arriva la presa di posizione di Luca Zaia, che continua a premere per il varo di una legge. Con una intervista alla Stampa invita a «uscire da una grande ipocrisia: non si può far credere ai cittadini che non esista il fine vita. Esiste, in virtù della sentenza del 2019 della Consulta», non si può «nascondere la polvere sotto il tappeto, facendo credere che ci siano irresponsabili, come me». A questo punto l’ex governatore veneto vede due opzioni: «O il Governo non impugna più le leggi regionali, oppure, se le impugna, deve mandare avanti il provvedimento in Parlamento».
Sono effettivamente queste le due ipotesi che sembrano fronteggiarsi. O il Parlamento resta fermo, e dunque le Regioni avranno campo libero nel loro ambito organizzativo locale, con i fragili limiti imposti dalla Consulta, o interviene una legge. L’invito del dem Alfredo Bazoli alla maggioranza è a «non ignorare le parole di Zaia». Fra l’altro, se non si trova un’intesa, in aula proprio il testo Bazoli potrebbe proporsi al centro della discussione, con tutte le incognite del voto segreto, non essendo certo isolata nella maggioranza la posizione di Zaia. E questo non fa altro che aumentare i dubbi sull’approdo in aula. Ancora fiduciosa, per il M5s, la vicepresidente del Senato, Mariolina Castellone: «La legge è già scritta dalla Consulta. Resta solo da sbrogliare il nodo dell’intervento del Servizio sanitario nazionale. Non si può consentire che le Regioni vadano in ordine sparso», sostiene.
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