Spagna, trapianto dopo eutanasia. Gli organi si ottengono così?

Il caso di una "donazione" di faccia. A fine 2024 con la morte assistita (legale dal 2021) da 156 persone espiantati 459 organi, di cui hanno beneficiato 442 pazienti. Il bioeticista Faggioni: si vuole far credere che da un male venga un bene, una manipolazione
February 17, 2026
Spagna, trapianto dopo eutanasia. Gli organi si ottengono così?
/ IMAGOECONOMICA
In Spagna è stato eseguito un trapianto parziale di faccia, all’ospedale universitario Vall d’Hebron di Barcellona, utilizzando i tessuti di una donna morta per eutanasia. Aldilà del lungo iter autorizzativo, e delle complicate procedure mediche e psicologiche che hanno accompagnato l’attività di tutto il personale coinvolto (oltre cento persone, di cui 25 infermieri), restano alcuni interrogativi etici sull’utilizzo “positivo” di un male come l’eutanasia: «Sembra un modo per cercare di “normalizzare” l’eutanasia – osserva padre Maurizio Pietro Faggioni, docente di Bioetica presso l’Accademia Alfonsiana di Roma –. La manipolazione di far credere che da un male possa venire un bene».
Sul sito Internet dell’ospedale Vall d’Hebron una lunga nota si diffonde a spiegare le procedure seguite e i successi conseguiti dalla struttura sanitaria, pioniera in materia di trapianti di faccia: a Barcellona è stato eseguito il secondo intervento al mondo, e tre dei sei finora eseguiti in Spagna. Nel mondo ne sono stati eseguiti 54, parziali o totali, a partire dal 2005.
Il comunicato dell’ospedale evidenzia che la deturpazione del viso è una disabilità fisica devastante e che la paziente ricevente, Carmen, aveva bisogno di un trapianto facciale della parte centrale del viso a causa di una necrosi del tessuto facciale in seguito a un’infezione batterica. Per il trapianto di faccia il ricevente, per la particolare importanza che l’immagine di sé riveste nella vita di ciascuno, viene valutato da psichiatri, psicologi e assistenti sociali, che considerano anche supporto familiare e stato cognitivo del soggetto. Poi si eseguono valutazioni da parte del Comitato etico clinico dell’ospedale e delle organizzazioni regionale e nazionale dei trapianti in Spagna.
Ottenute tutte le autorizzazioni, serve però trovare un donatore, che deve avere una serie di compatibilità con il ricevente, tra cui condividere sesso e gruppo sanguigno e avere misure del cranio simili.
La nota dell’ospedale Vall d’Hebron spiega che vengono trapiantati pelle, tessuto adiposo, nervi periferici, muscoli facciali e ossa facciali. L’intervento chirurgico, che può durare dalle 15 alle 24 ore, è estremamente complicato, poiché le strutture da collegare e ricostruire sono piccole e presentano una complessa disposizione tridimensionale. Non a caso coinvolge un’équipe multidisciplinare che va dai chirurghi plastici esperti in microchirurgia agli anestesisti, dagli immunologi agli terapisti della riabilitazione, eccetera.
Dal 2010 a oggi si è progressivamente ridotto il ricovero del ricevente post intervento da tre a due e ora a un solo mese: la signora Carmen è stata ospitata prima nel reparto di Terapia intensiva e poi in un reparto dell’Ospedale grandi ustionati e traumatologici. Non appena possibile, inizierà la riabilitazione facciale per integrare la piena mobilità nei muscoli impiantati e ripristinare gradualmente funzioni come la masticazione, le espressioni facciali e la parola.
La donatrice, che era stata ammessa al programma per la morte assistita, legalizzata in Spagna dal 2021, ha deciso di donare non solo organi e tessuti, ma anche il viso. E la coordinatrice medica dell’attività di donazione e trapianto dell’ospedale Vall d’Hebron, Elisabeth Navas, ha parlato di «un livello di maturità che lascia senza parole. Qualcuno che ha deciso di porre fine alla propria vita dedica uno dei suoi ultimi desideri a uno sconosciuto e gli offre una seconda possibilità di questa portata».
Aver potuto conoscere con largo anticipo le caratteristiche ha permesso, secondo il responsabile della Chirurgia plastica e dei grandi ustionati dell’ospedale, Joan-Pere Barret, una pianificazione di alto livello «facilitando in modo decisivo l’intervento», con la predisposizione anche di un modello digitale tridimensionale a partire da una Tac.
Congratulazioni anche da parte della direttrice generale dell’Organizzazione nazionale trapianti spagnola, Beatriz Domínguez-Gil: «Ogni donazione e trapianto è il risultato di uno sforzo collettivo. In questo caso, parliamo anche della partecipazione di un numero eccezionale di professionisti di diverse discipline, il cui lavoro coordinato ha garantito la massima cura, rispetto e supporto alla donatrice e alla sua famiglia, nonché un altissimo livello di competenza tecnica per affrontare un grave problema di salute per la ricevente».
La legge spagnola sui trapianti (che risale al 1979) prevede che ogni persona sia considerata donatore di organi se non ha espresso opposizione in vita, ed è all’origine del primato che la Spagna detiene in Europa per tasso di donazione per milione di abitanti. Dopo l’approvazione della legge sulla morte assistita (nel 2021) è stato ammesso che anche chi viene ucciso con procedura medica possa donare gli organi.
Non solo, come dimostrato dall’esperienza di altri Paesi dove sono state introdotte legislazioni eutanasiche, il numero di persone uccise tende a crescere, e talvolta vengono persino allargate le fattispecie (di malattie o condizioni esistenziali) che autorizzano il ricorso alla morte provocata con procedure mediche. In Spagna, secondo dati pubblicati da siti del governo, le richieste di morte medicalmente assistita sono state 173 nel 2021 (la legge è entrata in vigore a giugno di quell’anno), 576 nel 2022, 766 nel 2023 e 905 nel 2024. Il computo complessivo segnalato dal ministero della Salute spagnolo tocca 2.432 richieste, di cui 1.123 eseguite (46%). Lo stesso comunicato specifica che «la donazione di organi dopo aver ricevuto la morte assistita si è consolidata»: dall’entrata in vigore della legge a fine 2024 hanno donato gli organi 156 persone «consentendo il trapianto di 459 organi e beneficiando 442 persone». Nel solo 2024 sono state 63 persone, quasi il 15% di coloro che sono stati uccisi.
Tra le critiche all’eutanasia (oltre a quelle di principio) figura il fatto che si esercita una tendenza allo scarto, una pressione sui più fragili, che anziché essere curati e accompagnati nelle loro malattie, vengono spinti a sentirsi un peso, un costo. In questa direzione si può leggere anche questo utilizzo dei suicidi a scopo di trapianto: «È vero – riflette padre Faggioni – che la donna si sarebbe uccisa comunque, ma è sconcertante che un atto di disperazione eutanasica venga utilizzato tranquillamente per un intervento “buono”: è un modo per coonestare l’eutanasia, per cercare di darle un significato buono. È un indurre o giustificare il male: da un male viene un bene. Voler quasi dare un sollievo (e una spinta) all’aspirante suicida, se avesse il dubbio di fare qualcosa di negativo: la tua morte serve ad altri. È questa la manipolazione».
In più non si può dimenticare che – almeno per la legge italiana – non deve esserci alcuna relazione tra l’équipe medica che cura un morente, potenziale donatore, e l’équipe che esegue il trapianto, cioè che utilizza gli organi per un paziente in lista d’attesa: «Qui invece – continua Faggioni – attraverso i medici c’è un rapporto diretto, hanno potuto “studiare” il caso proprio in vista del trapianto. Impressiona il “sangue freddo” dei medici: uccidono da una parte e usufruiscono di questa morte, che loro hanno provocato, per beneficare altri».
Peraltro, per il meccanismo di mutuo aiuto tra i diversi Stati, non si può nemmeno escludere che un organo proveniente da un suicidio medicalmente assistito o da una eutanasia finisca a un paziente italiano: nel 2024 sono stati trapiantati sette organi provenienti dalla Spagna. «Non si può escludere – osserva padre Faggioni – che aumentino gli organi da trapiantare provenienti da eutanasia. È vero che a livello morale c’è indipendenza tra fatto negativo e uso positivo, ma non nel trapianto di faccia di Barcellona. In questo caso la morte è in rapporto diretto con il trapianto, e il corpo del suicida diventa una fonte di organi. Sembra che reperire gli organi diventi ammesso in qualunque modo e con qualunque mezzo. E laddove l'eutanasia è legale il disagio per questa manipolazione viene meno».
Conclude padre Faggioni: «L'eutanasia è inserita in un sistema sanitario, così come il reperimento degli organi e il loro trapianto. Ma questa normalizzazione dell’eutanasia non può farci dimenticare che le richieste di morte sono frutto di una sofferenza disperata, di un dramma umano che non può essere sterilizzato. Credo che la normalizzazione dell’eutanasia sia forse l'aspetto più inquietante di tutta questa vicenda».

© RIPRODUZIONE RISERVATA