Seveso, gli aborti, i bambini nati sani, la solidarietà di un popolo. E una battaglia per la vera scienza
Lo scienziato brianzolo studioso di staminali, da sempre impegnato per promuovere la dignità della vita, racconta la drammatica vicenda di cinquant’anni fa e la mobilitazione dei cattolici. E degli scienziati che cercavano la verità

Cinquant'anni da un evento rappresentano una ricorrenza importante. Con il trascorrere del tempo, però, la memoria tende ad affievolirsi e finiscono per restare a galla nelle persone le sensazioni vissute, nella comunicazione ciò che i giornali e gli esperti hanno ritenuto degno di essere tramandato. Non sono mancati e non mancheranno tentativi di esaltare alcuni interventi, dimenticando il clima di paura e di impreparazione che caratterizzò quei giorni. Né possiamo sottrarci alla tentazione, ancora oggi, di strumentalizzare o enfatizzare solo alcuni aspetti secondo un ambientalismo ideologico che è diverso da quello richiamato anche dalla Chiesa, che ha cercato di orientare le scelte nel rispetto dell'uomo, chiamato a custodire e a godere del dono della creazione, riconoscendone l'origine in Dio.
Quando si raccontano eventi ormai lontani, emergono soprattutto i grandi fatti, mentre vengono trascurati o dimenticati gli aspetti relazionali e umani che hanno caratterizzato il vissuto delle persone. Per questo le testimonianze dirette sono preziose e inseriscono nel grande ingranaggio della storia i sentimenti, le paure, le speranze e i piccoli episodi della vita quotidiana. Sono particolari che spesso hanno inciso anche sulle scelte sociali e politiche di allora e degli anni successivi dei quali ritengo utile ricordarne due vissuti durante il periodo dell'incidente alla diossina del 1976.
1. La strumentalizzazione del tema degli aborti
Il primo riguarda la strumentalizzazione di un tema delicatissimo come quello dell'aborto. L'evento della diossina contribuì ad alimentare un clima culturale e politico che portò all'introduzione della legge speciale emanata prima del referendum che avrebbe consolidato il quadro normativo sull'interruzione volontaria della gravidanza. Ricordo le conversazioni con donne in gravidanza, terrorizzate dall'idea di poter dare alla luce figli gravemente malformati solo perché erano transitate in automobile nella cosiddetta zona A o nella zona B, individuate come aree a rischio. Erano paure comprensibili, alimentate da un'informazione spesso allarmistica. Le analisi effettuate sui forse diciotto aborti eseguiti in quel periodo non evidenziarono anomalie significative e tantomeno attribuibili all'esposizione alla diossina. Un elemento che contribuì a diffondere la paura fu la notizia dell’apparente aumento delle cosiddette “malformazioni congenite”. In realtà, quell'incremento era almeno in parte dovuto al fatto che venne finalmente applicato l'obbligo, già previsto dalla legge ma fino ad allora scarsamente rispettato, di segnalare ogni presunta anomalia congenita. Vennero così registrate anche condizioni molto frequenti, come il piede valgo o il piede varo, che in precedenza spesso non venivano denunciate.
Ricordo inoltre le manifestazioni davanti all'ospedale di Desio, dove incontravo frequentemente militanti favorevoli all'aborto che esponevano gigantografie tratte da testi di anatomia patologica raffiguranti feti con gravissime malformazioni. Si trattava certamente di condizioni possibili ma statisticamente molto rare e, soprattutto, non riconducibili all'esposizione alla diossina. Quelle immagini contribuirono però ad alimentare un clima di forte paura.
Parallelamente, tuttavia, va ricordato che si sviluppò anche un'intensa attività di sostegno alle donne affinché non scegliessero l'aborto per la paura delle possibili conseguenze dell'esposizione alla diossina. Tra i ricordi che porto con maggiore emozione vi è l'abbraccio di persone che, a distanza di molti anni, hanno voluto ringraziare perché sono venute al mondo anche grazie a quel lavoro di ascolto e di amicizia.
2. La solidarietà del territorio
Il secondo aspetto che desidero ricordare riguarda la straordinaria mobilitazione delle forze sociali del territorio, tra cui ebbe un ruolo di primo piano anche l'allora Movimento Popolare, da sempre attento al valore della persona umana e alla tutela dell'ambiente. Tra le numerose iniziative, quella che mi coinvolse maggiormente fu la generosa disponibilità di tante famiglie che accettarono di collaborare al monitoraggio clinico della popolazione pediatrica esposta alla diossina. Fu un'esperienza di autentica solidarietà civile, resa possibile dalla fiducia reciproca tra medici, famiglie e volontari.
Tra le molte conseguenze dell'incidente una delle meno conosciute fu il monitoraggio immunologico dei bambini esposti alla diossina, uno studio allora unico al mondo. Per cinque anni furono seguiti 48 bambini di Seveso, confrontandone i risultati con quelli di altri 48 bambini di Lissone, scelti come gruppo di controllo per età e sesso. Gli esami venivano eseguiti con rigorosi criteri scientifici e in cosiddetto forma “in cieco”, così che i laboratori non sapessero a quale gruppo appartenessero i campioni.
Il successo dello studio, tuttavia, non dipese soltanto dal metodo scientifico. Fu decisiva la disponibilità delle famiglie. I genitori dei bambini di Seveso, provati dall'incertezza sugli effetti futuri della diossina e dal clima di paura alimentato da notizie spesso allarmistiche, accettarono di sottoporre i figli a ripetuti prelievi solo dopo un paziente lavoro di ascolto, dialogo e rassicurazione. Per ridurre il disagio, i prelievi venivano effettuati a domicilio e con un'unica puntura si eseguivano tutti gli esami necessari.
Ancora più significativo fu il gesto delle famiglie di Lissone, che offrirono volontariamente i propri figli perché diventassero il gruppo di confronto indispensabile alla validità dello studio. Quei bambini, del tutto estranei all’incidente, furono autentici “piccoli donatori” di conoscenza e solidarietà. Per tutelarne la riservatezza le due comunità non conobbero mai l'identità reciproca dei partecipanti. A distanza di cinquant’anni, questa vicenda rimane un esempio di come, accanto al rigore della ricerca scientifica, siano stati la fiducia, il senso civico e la solidarietà delle persone insieme alla, non trascurabile, carità cristiana a vincere paure e resistenze, lasciando una delle pagine più belle della storia dell’incidente di Seveso.
3. Esiti generali delle ricerche
I risultati delle ricerche condotte dopo l'incidente dell'Icmesa sono stati pubblicati in numerosi articoli scientifici e presentati in altrettanti congressi nazionali e internazionali, contribuendo in modo determinante alla conoscenza degli effetti della diossina sull'uomo. Tra i contributi più significativi si colloca lo studio pubblicato da Paolo Mocarelli e collaboratori sul “Journal of the American Medical Association” (Jama) nel 1986, basato sull'analisi di oltre 4.500 esami di laboratorio eseguiti tra il 1976 e il 1982 su circa 1.500 bambini esposti alla diossina. Lo studio dimostrò che, nonostante l'elevata esposizione alla diossina, non emergevano evidenze di danni epatici persistenti né di una compromissione clinicamente significativa degli organi interni. Le alterazioni osservate riguardavano soprattutto alcuni parametri biochimici, di entità modesta e generalmente transitoria.
Negli anni successivi, grazie all'introduzione di metodiche analitiche più sensibili, fu possibile determinare direttamente le concentrazioni ematiche della diossina. Tali indagini dimostrarono che alcuni bambini affetti da cloracne avevano raggiunto livelli di diossina estremamente elevati, tra i più alti mai documentati in soggetti esposti per cause ambientali. Nonostante ciò, la maggior parte degli esami clinici e di laboratorio rimase sostanzialmente normale oppure evidenziò soltanto alterazioni temporanee, confermando che la cloracne rappresentava il principale effetto clinico dell'intossicazione da diossina nell'età pediatrica.
Particolare interesse rivestì anche lo studio immunologico condotto su un gruppo di 48 bambini residenti nella zona A, confrontati con un gruppo di controllo non esposto riportato sopra. L'indagine valutò la conta totale dei linfociti, le principali sottopopolazioni linfocitarie e la risposta proliferativa ai mitogeni allora utilizzati come indicatori della funzionalità dell'immunità cellulare. I risultati evidenziarono un aumento della conta linfocitaria nei soggetti maggiormente esposti e una risposta proliferativa ai mitogeni normale o lievemente aumentata, senza alcuna evidenza di una riduzione della competenza immunitaria. Questi risultati furono importanti perché confermarono quanto già riportato nel rapporto coordinato da Giorgio Reggiani nel 1980, nel quale si concludeva che la capacità immunitaria dei bambini esposti risultava sostanzialmente conservata. Anche le successive revisioni della letteratura hanno confermato tale interpretazione.
In conclusione, pur essendo oggi noto che la diossina può interferire con la regolazione del sistema immunitario attraverso uno specifico recettore, gli studi clinici condotti sui bambini di Seveso non hanno documentato l'insorgenza di una immunodeficienza clinicamente manifesta. Le alterazioni osservate sembrano piuttosto indicare modificazioni funzionali sottili della risposta immunitaria, prive di un corrispettivo patologico evidente durante il periodo di osservazione. Nel loro insieme, queste ricerche costituiscono uno dei più importanti studi longitudinali realizzati a livello internazionale sugli effetti della diossina nell'uomo. Esse hanno dimostrato che la cloracne rappresentò il principale effetto clinico dell'esposizione pediatrica alla diossina e che, nonostante livelli corporei eccezionalmente elevati di diossina riscontrati in alcuni bambini, non furono evidenziate prove di una compromissione sistemica o immunitaria grave.
Tali conclusioni, pur complessivamente rassicuranti sotto il profilo clinico, non escludono la possibilità di alterazioni biologiche più fini, soprattutto a livello della regolazione immunitaria ed endocrina, che continuano a essere oggetto di studi epidemiologici e di follow-up a lungo termine.
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